Di là, dopo sei giorni e sette notti, l'uomo arriva a Zobeide...
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postato da Ξ lemar il Ξ mercoledì, 23 agosto 2006
alle ore Ξ 19:38


Insomma eravamo rimasti all’attesa davanti al palco vuoto, abbarbicata sulla transenna, canticchiandomi Paranoid Android nell’incavo del gomito con ritmo compulsivo (psicotici quanto inutili tentativi di passare le attese snervanti).

Poi finalmente le luci si sono accese, la dannatissima tenda, che per tutto il giorno si era mostrata pericolante, è stata aperta, e sullo scenario psichedelico di schermi irregolari sparpagliati sul fondo come vetri rotti i Radiohead sono entrati. Attaccando Airbag. Con tale esplosione di energia, rabbia e raffinata malinconia che mi sono messa a piangere come la groupie quindicenne di una boyband. Ad un concerto rock, diomio!! Dove i modi per sfogare l’adrenalina sono tanti, urlaresaltarecantareballare fino a perdere il respiro, e però era troppo grande l’emozione, troppo atteso il momento, troppo violenta la bellezza che mi stava attraversando dalla punta dei piedi alla cima dei capelli per potermela tenere dentro. Ed hanno continuato ad arrotolarmi le viscere, cambiando strumenti e tempi (se proprio vogliamo trovar loro una sfumatura, da un’opera completa ci sarebbe potuta aspettare maggiore unità), ma mantenendo lo stesso splendore distruttivo, la stessa tensione… se questa è l’anima del mio tempo, una collera cinica eppure idealista ne tesse la trama.
Intenso, emozionante, crudele: vedere quell’uomo così strano farsi uscire la voce dal corpo quasi con dolore, come se lo stesse torturando, eppure non potesse farne a meno; muoversi, sul palco, con ritmo distorto, accarezzare gli strumenti e poi violentarli…. Insistere, in un pezzo suonato al piano con gli occhi nella telecamera proiettata sugli schermi, sulla disimmetria del corpo, la sua apparente fragilità.


Paranoid Android più caustica di sempre, Fake Plastic Trees commovente (altre lacrime, sob, sono irrecuperabile) e morbida, e poi le altre, mescolate ai colori, alle immagini, alla luce blu che mi è rimasta attaccata alla retina. Un capolavoro, non so dire altro.  Così breve nelle sue due ore, che quando Thom si è inchinato verso il pubblico per salutare (di poche parole, thom, anche perché quando parla la voce decisamente non lo aiuta), non potevo crederci che fosse finito. Mi era volato tra le mani.

Però il tempo era passato, erano le due di notte, e dopo un quarto d’ora ci stavano già cacciando via. Il resto, alla prossima.



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postato da Ξ lemar il Ξ lunedì, 21 agosto 2006
alle ore Ξ 16:53


Resoconto epidermico ed emozionale dei tre giorni di Pukkelpop, chè la scarsa conoscenza e confusa delle 7 note porta a preferire un rapporto uterino e sentimentale con la musica: per dettagliati ragguagli tecnici, rivolgersi altrove. Ovviamente ci sarebbe da parlare delle varie ed eventuali, il campeggio, la mia fedele tenda morta sul campo con onore, il paesello sconsolato di minatori belgi, il clima psicopatico, l’aeroporto fantasma di Bruxelles, le fantastiche patatine fritte, ma questo la prossima volta.

Si comincia il giovedì, tutti allegri e pimpanti nel megaparco adibito ad area concerti: 5 palchi a fornire una copiosa l’offerta, ma anche a rendere un po’ complessi gli spostamenti per chi non fosse dotato dell’ubiquità (altro accessorio utile ma non indispensabile da inserire nella “guida al perfetto bagaglio da festival rock estivo ” che si potrebbe realizzare da queste parti).

Partendo,  tanto per marcare il territorio, dal primo gruppo del primo giorno nel main stage, e trovandosi davanti una psicolabile biondissima con la faccia laccata di bianco, alla quale il contatto ravvicinato delle dita con una presa di corrente aveva regalato una fantastica acconciatura e l’energia per urlare suoni inarticolati in mezzo ad un rumore infernale (quando non riesco a distinguere gli strumenti o è punk, o sono ubriaca, o non è il concerto giusto).
Quindi un’altra pazzoide, stavolta 100 chili di donna in camicetta da collegiale e fuseaux, con rossetto rosso fuoco e codini da pippi calzelunghe obesa, che dopo una mezz’ora di strilli e salti da bimba capricciosa ha fatto montare sul palco quattro ragazzini/e, convincendoli a togliersi la maglia e tentando, infruttuosamente, di violentarli in diretta.
Poi un breve intermezzo nel Club, palco al coperto di media grandezza, praticamente un tendone del Villaggio Globale in miniatura, a vedere qualcuno che mi sembrò piacevole, ma evidentemente non risolutivo dato che non me ne ricordo assolutamente nulla (brevi echi di chitarra in lontananza, e forse una bella voce).
Quindi di nuovo al main stage per i Gomez, la cui conoscenza la devo a lui (come pure l’esistenza stessa del Pukkelpop), e che ora sento il dovere morale di contribuire a diffondere: ottimo rock, divertente, splendidamente suonato (ok, di tecnica non so nulla, ma la Bellezza la so riconoscere ovunque), incredibilmente vario (molto se detto da una rompiscatole ignorante a cui sembrano sempre “tutti uguali” ;-)), arricchito da un cantante dalla voce soul potente e caldissima, che si dava il cambio con gli altri 2 vocalist bravi benché senz’altro meno impressionanti. Davvero coinvolgenti, ricchi, ma anche dotati di una piacevolezza, una “facilità” tale da chiedersi come caspita sia possibile la loro mancata fama planetaria, probabilmente resa difficoltosa dalle facce pulite un po’ da nerd che neppure il chitarrista fighetto riesce a riscattare, in questo bastardo mondo di apparenze (Thom Yorke e metallari in genere esculsi).
A seguire gli Infadels, spassoso gruppo tra rock e dance molto ballabile (notevole il cantante rasato a zero in completo nero e cravatta fucsia, un vero personaggio d’altri tempi), che “la guida ai concerti”  in olandese definiva band funky ispirata a Nirvana e a Daft Punk (e visto che ci siamo, perché non a Beethoven e Led Zeppelin?).
Poi The magic numbers, ancora rock molto carino per un concerto interessante ed allegro; anche loro invisi alla Gloria, forse perché dotati di teste barbute e capellone di orsi burberi ma buoni, e camicie a scacchi su fisici corpulenti molto poco da artisti maledetti (forse da metallari, senz’altro non da Thom Yorke).
Quindi la posizione seconda-fila propedeutica agli headliner della serata (curiosi? ;-)) è stata teatro del rimpianto peggiore del festival, e cioè il concerto mutilato degli Snow Patrol, i cui strumenti si erano persi in quel di Heatrow (scambiati per bombe e fatti brillare?): per questo si sono presentati in due con un paio di chitarre acustiche probabilmente racimolate tra gli altri musicisti ed un’aria sconsolata che non ha loro impedito di mettere in piedi una bella esibizione, breve ma intensa, piena più di speranze che di appagamento. Da rivedere, decisamente sembravano meritare.
E finalmente, dopo un’attesa lunghissima che ha visto sistemare sul palco una marea di strumenti, tastiere, attrezzi vari, sullo sfondo di una bianco tessuto pesante incorniciato da una tenda barocca bordeaux , lo scatolone nero piazzato in mezzo alla baraonda si è aperto ed è uscito il diavolo biondo….. Beck ed il suo gruppo di pazzoidi musicisti (il batterista nero con gli immensi ricci alti sulla testa, il bassista fighetto, il mio adorato uomo-tuttofare ballerino snodabile), in versione burattini di peluche che, vestiti di tutto punto ed armati di strumenti, hanno cominciato ad intonare Loser muovendosi al ritmo. Dopo un paio di minuti anche i loro sosia umani sono usciti, abbigliati allo stesso modo, e si sono messi ad imitarli, dando vita ad una fantastica performance (chè chiamare quelli di Beck “concerti” è quanto di più riduttivo possa esserci), in cui la musica è solo una parte dello show. Mentre gli umani suonavano, e ballavano, alternando generi e strumenti, ciascuno di loro impegnato con campionatori, chitarre, percussioni, strani cesti rumorosi, piatti e bicchieri (essì, ad un certo punto si sono seduti a tavola e hanno suonato il servizio buono), i burattini, protagonisti indiscussi dei maxischermi, li seguivano nelle stesse evoluzioni, raddoppiandone l’energia. Il genialoide artista (cantante? dj? schizofrenico?), i cui lunghi boccoli sotto il cappello da cowboy ormai coprono le spalle in gilet nero su camicia bianca, ha spaziato dal rap al country passando per qualsiasi cosa possa venirvi in mente, in un’orgia di suoni, immagini, colori, sensazioni… un’ora e passa di delirio, interrotta solo, nei 5 minuti di pausa-pipì della band, da uno spassoso video dei pupazzi-burattini a spasso per il Pukkelpop (peccato non averli incontrati ;-)), chi a  provarci con le donne, chi a cercare da bere, chi a rubare passi di danza… Assolutamente, assolutamente fantastico.

Poi la tizia davanti a me in fila se n’è andata, in una di quelle botte di fortuna che posso avere solo io, ed io mi sono piazzata davanti contro la transenna, in posizione semplicemente perfetta, ad aspettare i Radiohead. Ma loro sono i miei preferiti, da sempre, e quindi ve li racconto in un post a parte. (to be continued… stavolta davvero, non come sempre ;-))



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postato da Ξ lemar il Ξ domenica, 12 marzo 2006
alle ore Ξ 23:22


Sará la terza volta che le mie compagne spagnole di Urbanistica 2 rimettono "La Cura" di Battiato. A volume altissimo, in modo che tutta la "Casa de l'Alumno", l'edificio fatto per gli studenti che è il fiore all'occhiello di questo paradiso di campus, possano ascolarlo... si sono innamorate, proprio. Che dire, per una volta esportiamo una cosa buona!!!! ;-))


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postato da Ξ lemar il Ξ lunedì, 02 gennaio 2006
alle ore Ξ 23:16


Lui è bravo. Sul serio. E per quanto abbia una marea di pusher musicali, che mi drogano con le più strane assurdità, solo lui è il mio Dj. Quindi vi lascio la recensione che gli ha fatto un perfetto sconosciuto (vi ho mai detto quanto amo la Rete e le sue profondità insondabili?), ed i link per poterlo ascoltare. E trarre le vostre concusioni.

It's quite rare that you get a full album for free from the Internet legally. It's even rarer that you find a fantastic one on a par with most big label artists. "Broken blossom" is just that.

The album 

Broken blossom by Schlock! (real name Gianluca Licciardi) is a concept album which is available for free download and redistribution at the Internet Archive's Open Source Audio project (link). The music itself is classified as electronic, and owes quite a lot to Aphex Twin, The Postal Service and their ilk. One track (the only one with any discernible lyrics), "INCOMPLETE...", sounds a lot like The Bends-era Radiohead, but that is basically the only link to that genre in the music.

Also on the download page is a 1MB PDF file which contains art and seemingly impenetrable lyrical fragments related to the theme of the album (this is another similarity with Radiohead and their album booklets, which tend to contain small pieces of unused lyrics which are only loosely related to the album). Each song has a set of lyrics, but these are explicitly stated as "thought, not spoken". All in all, the document explains everything, and I presume the album would be very hard to follow or even understand without it.

The booklet also explains the production methods; the album is, it says, an experiment in the use of cheap electronica. 90% of the music is synthesised, and the other 10% is explained as being found sounds from equipment lent to the creator. Also included is a (probably not serious) statement that the album will damage ears if listened to through headphones. As it is, the music is very low fi; the MP3s linked to sometimes come at a very low bitrate (the Ogg files are better quality) and sound quality is sometimes lacking. This does not detract from the fact that the music itself is brilliant...some ingenious electronica, linked by a strong (if not very identifiable from simply listening) concept.

The concept

Really, if you want to know about the concept I suggest you read the PDF, especially the section at the end. For those unwilling or unable to read the PDF, the theme which links the album is said to be passion in all its forms, from hurt (in the descriptively-titled Short Cuts) to conformity (Xerox). Like I say, it isn't at all apparent from the music, and my description does it no justice.

Standout tracks are probably Something Wicked This Way Comes, INCOMPLETE_ and How To Generate a Cancer, but they're all good to some degree, with the least listenable being the two To Matildes which bookend the album (maybe a nod to Pink Floyd here). This album is well worth the download...it may be free but hell I'd probably pay for it if I got the chance. Highly recommended.

Track list
The Living Song
To Matilde
Something Wicked This Way Comes
Come What May
Xerox
Lies
INCOMPLETE_Girls No guys 13 14 15 16 17 Illegal Lolita
Short Cuts (edit)
Yeah!
Huillet Without A Straub
Basic (Grand Promises)
The Surface Of All Things (for Elliott)
The Effect Of Gamma Rays On Man-in-the-moon Marigolds
How To Generate A Cancer
To Matilde (Requiem For A Love)
Ashes To Ashes

Total run time: 1 hour, 19 minutes, 53 seconds

Download from  http://www.archive.org/details/Schlock1 I highly recommend you get the Ogg files (use an FTP client and the instructions on the site to get at them all at once) as the MP3s are very low bitrate and have seriously screwed up track lengths for some reason, which may make your music player behave oddly.

http://www.everything2.com/index.pl?node=e2music



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postato da Ξ lemar il Ξ venerdì, 30 dicembre 2005
alle ore Ξ 23:30


Sto per partire, per andare a fare uno strano Capodanno in uno splendido posto... A Siena, in una piazza che amo, in una città che mi incanta, con il sottofondo di uno straordinario concerto, il raffinato folletto zingaro e i suoi ritmi travolgenti e la donna che ha violentato la mia adolescenza con la sua rabbia, il suo rimpianto... ed anche se adesso è diventata una subrette della canzone, a rimasticare ritmi sempre uguali rimodernandoli vanamente, non c'è niente di più liberatorio che un corsa in bici verso il mare urlando "Fino all'ultimo" a squarciagola e sentendo i miei quindici anni di ribellione trattenuta invadermi il cuore....
Per poi finire la notte nel posto migliore in cui avrei voluto essere, di fronte a quelli che per me sono i simboli stessi della divinità, l'essere umano che si eleva al senso del sacro attraverso l'arte.... in un museo, in una mostra di alcuni tra i miei pittori preferiti, a bere il calice della passione dalle labbra di quelli che ne erano invasi, tanto da non riuscire a tenerla tutta per sè. E doverla distribuire al mondo.

Però vi lascio con una canzone, con un inno che è insieme violenza e disperazione, e rabbia, e speranza, immaginandovi la voce ipnotica e incantatrice di Ferretti, quegli occhi immensi che sembrano aver visto l'infinito ma non averlo amato, a far tremare i polsi e ghiacciare le vene... E divertitevi tutti, e fate pazzie, ci si vede l'anno prossimo!!

BUON ANNO RAGAZZI

Scartato il gusto del ritrovamento di un'origine inesistente
Non esiste proprio non c'è
Scontata l'importanza del vestire
In maniera adeguata e conveniente
Di una qualche compagnia piacente
Siccome tacciono quelli che sanno
Siccome tacciono

Buon anno, ragazze e ragazzi
Buon anno

Impostori e piccoli Dei in corpo pallido bronzeo nero
Consapevoli sterminatori accorti nel distruggere
Attenti nell'arricchire piccoli eroi mai sazi
Consapevoli sterminatori complici e profittatori
Siccome sanno quello che fanno
Non li perdono non li perdonerò
Siccome sanno quello che fanno

Impostori e piccoli Dei in corpo pallido bronzeo nero
Consapevoli sterminatori in corpo pallido bronzeo nero
Siccome sanno quello che fanno
Non li perdono non li perdonerò
Siccome sanno quello che fanno

Ora la neve scricchiola sotto le scarpe rigide
Si condensa il respiro come fumo pastoso risucchiato dal vento
L'aria è fredda la luce bluastra
Cani col muso a terra e pelo dritto
Cani col muso a terra e pelo dritto
Ordini nuovi secchi taglienti
Taglienti taglienti taglienti
Nessuna garanzia per nessuno
Nessuna garanzia per nessuno
Nessuna garanzia per nessuno
Nessuna garanzia per nessuno
Nessuna garanzia per nessuno
Nessuna garanzia per nessuno



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postato da Ξ lemar il Ξ lunedì, 26 dicembre 2005
alle ore Ξ 23:44


Una torna a casa dopo tre mesi per rilassarsi, godersi i parenti pazzoidi, le loro risate e i loro assurdi racconti che, in fondo, ti mancavano, per farsi descrivere le ultime avventure della scuola di mamma, dell'ufficio di Toto, dei coreani con cui mio fratello è finito a lavorare, per godersi un bel cenone napoletano a base di baccalà e fritto di pesce e per lasciarsi andare a qualche accorata discussione sulla situazione politica (perchè io e mio padre siamo gli unici che possono mettersi ad urlare pure quando sono d'accordo), per fare i pacchetti che domani lascerò alla mia cara Befana ;-)) visto che gli amici sono tutti tornati a casa e ne incontrerò pochissimi purtroppo, per godersi un bel libro che avevo voglia di rileggere (Bel-Ami, di quelle cose che a 15 anni ti sconvolgono ed a venti ti fanno fare matte risate, anche se lo sto acora cercando un uomo a cui questa lettura possa giovare, e forse è un bene che non lo abbia ancora trovato), per disegnare un po', per vedersi blog e tornare in pari delle avventure perse del Cavaliere....

Ed invece scopri che la tua famiglia ti ha aspettato al varco col pc fisso distrutto, per farselo formattare e poi infettare subito dopo da uno sciame di virus da stanare uno ad uno nel registro di sistema... proprio come gli insetti rintanati in qualche mobile di cucina abbandonato da anni... e mentre mandi la solita e-mail disperata sapendo che verrà ascoltata (mai approfittare delle persone buone, perchè vi aiuteranno ;-)) rimpiangi un sole luminosissimo, il sogno dorato della nuova casa di Valencia (ragazzi, mi trasferisco in una reggia!!!!! poi vi racconto ok??), la bicicletta ed il mare... e decidi di fare gli auguri ai tuoi amatissimi utenti lasciandogli una canzone che per quanto populista, un po' sciocca e retrò, rappresenta lo spirito di questi tempi.... e di queste strane tradizioni. E poi che volete, a me gli Ska-p piacciono troppo!!

Ehi, mica vi serve una traduzione? ;-))


VILLANCICO

25, ya es Navidad. Todos juntos vamos a brindar
por Ruanda, Etiopía. En Venezuela o en la India
hoy mueren niños, ¡FELIZ NAVIDAD!
Navidades de hambre y dolor. Ha nacido el hijo de Dios.
El Mesías que nos guía, ofrece su filosofía.
Nadie entiende al hijo de Dios.
Mi familia comienza a cantar. En el ambiente hay felicidad.
En compañía vamos a olvidar la agonía de los pueblos
donde no hay Navidad.
Cantemos, hermanos, todos juntos hacia el Vaticano.
Suelta prenda, ¡COÑO!, que mueren niños de inanición.
Un negocio millonario con la fe de los cristianos
que utilizan a Jesús como el perpetuo salvador.
Jesucristo era un tío normal, pacifista, intelectual,
siempre al lado de los pobres, defendiendo sus valores,
siempre en contra del capital.
Crucificado como un animal, defendiendo un ideal.
El abuso de riqueza se convierte en la miseria más injusta
de la humanidad.
Mi familia comienza...
Cantemos, hermanos, todos juntos...
Fue la Iglesia la que se lo montó
y de su muerte un negocio creó.
El Vaticano es un imperio que devora con ingenio
predicando por la caridad.
25, ya es navidad. Todos juntos vamos a brindar
por un revolucionario que intentó cambiar el mundo,
el primer hippie de la humanidad.
Mi familia comienza...
Cantemos, hermanos, todos juntos...
La Navidad, la Navidad, ES LA SOCIEDAD DE CONSUMO.
MENTIRA, MENTIRA, la Navidad es mentira, MENTIRA...

(Ska-P, Eurosis)



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postato da Ξ lemar il Ξ sabato, 26 novembre 2005
alle ore Ξ 12:57


La prima volta che ho visto il flamenco dal vivo qui, in Spagna (e già vedete che parlo come un'emigrante con vent'anni di lontananza sulle spalle) non me la posso scordare... la prima volta che siamo andati a "Radio city", che ora è un po' la nostra casa, nel carmen lleno de splendor y basura, il più classico dei club reso unico dal soffitto dipinto e l'atmosfera festosa, tra maschere bianche e spettrali e borse appese ai muri ricavate da taniche di benzina...., ed in un angolo, accanto all'entrata dei bagni (assolutamente irragiungibile quando ci sono gli spettacoli,a meno di non usare la necessità di andarci come scusa per arrivare davanti), il palco, immancabile in tutti i locali di Valencia, perchè qua suonare, recitare, cantare dal vivo è una cosa seria... E mi sono innamorata subito di questa musica viscerale, profondissima, le cui radici si perdono in quel calderone di culture, epoche, tradizioni che deve essere l'Andalucia, la porta dell'Africa e dell'India gitana, che fonde il ritmo delle percussioni, di qualsiasi cosa possa generare un suono netto e cadenzato (le mani battute tra loro o sulle gambe, i tacchi, quel pazzesco strumento che ha la forma di una scatola di legno su cui si sta seduti, che si chiama Cajón de flamenco e che in genere all'interno ha una piccola cordiera di metallo che fa fare un suono più acuto), con un canto struggente, un lunghissimo, caldo lamento in cui le corde vocali vengono pizzicate, allungate, manipolate come uno strumento (e certe volte è proprio snervante, dio mio, questo pianto ininterrotto, e le vorresti strangolare le donne che hanno ridotto questi poveracci a ululare alla luna per trovare conforto ;-)), e con la chitarra, la guitara española, violentata con voluttà da mani sapienti che sanno tirarne fuori l'essenza intima, mescolando velocità e maestria, armonia e ritmo... E poi il ballo, quello che ti rimane attaccato alla pelle, quello che nessuno può dimenticare... tutto il corpo che si muove con la musica, che ne asseconda gli istinti o che li domina con violenza, convulsamente agitato o sensualmente sciolto, elettrizzato dalle urla della folla, anch'esse imbevute della magia dell'esibizione, anch'esse rituali...
 
Ho visto ballare uomini insignificanti trasformati dal ritmo in divinità, ho visto una donna bellissima, ho visto due uomini insieme, l'allievo ed il maestro, rincorrersi e girarsi intorno come in un gioco di specchi... ho ascoltato Enrique Moriente, la sua voce rotonda e morbida, nell'Heineken Jammin festival valenciano, tra fricchettoni urlanti appena impazziti per il punk-rock dei Sonic Youth che si sono subito lasciati conquistare dal suo fascino potente e caldo, innamorandomi del nervoso tocador de caja, alto e magrissimo, assolutamente invaso dalla musica, dominato dal suo ritmo infernale, che non poteva, non riusciva a stare fermo, ed a un certo punto ha abbandonato il cerchio dell'accompagnamento ad Enrique con il battito delle mani e si è messo a ballare in mezzo al palco, solo, epilettico e sensuale, con quella maniera tipica dei ballerini di essere sempre lievemente fuori tempo, sempre un po' obliqui, muovendosi a scatti, a lampi di vitalità esplosi o trattenuti, a rivendicare l'individualismo, la propensione anarchica di una danza che, la più lasciva di tutte, è l'unica che si balla da soli.


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postato da Ξ lemar il Ξ lunedì, 05 settembre 2005
alle ore Ξ 23:43


Ci siamo andate lo stesso... le ragazze sbuffavano un po', ma si sono convinte, nonostante la pioggia, che ci ha beccate proprio sotto la pensilina dell'autobus... E l'ippodromo di Villa Borghese era stracolmo, inpressionante, rigurgitante vita, esseri umani, colori, profumi, sapori, chè certi luoghi solo se pieni di persone danno il senso della loro vastità: tutti per De Gregori, gratis a Roma, ed anche se saranno quindici anni che ne becca poche giuste, che rimastica le stesse melodie già sentite, e mi infastidisce un po' quel suo modo di riarrangiare i pezzi come se apposta volesse toglierti l'attacco per impedirti di stargli dietro, bhe ci sono alcune sue canzoni che hanno segnato la mia vita... e mi seguono da quando sono bambina, e me le porto dentro, e col tempo si arrampicano ad avvolgere persone, emozioni, momenti sempre nuovi...  E qualcuna di queste l'ha cantata, il Titanic, che faceva piangere mio fratello (che vi devo dire, l'idea del tipo coi "calzoni rattoppati al sedere" che finiva a fare il mozzo sulla nave condannata al disastro lo commuoveva), o la donna cannone, o la leva calcistica della classe '68, o rimmel....

E poi lei, "pezzi di vetro", che l'ho aspettata trepidante tutto il tempo, perchè avevo bisogno di immergermi in una malinconica, irrinunciabile speranza... e mentre mi commuovevo come sciocca, io che ho le reazioni emotive di una bambina di tre anni, pensavo a tutti i "santi a piedi nudi" geniali e sconsiderati a cui avrei lasciato il mio cuore in mano per farne qualsiasi cosa, anche stritolarlo tra le dita, e non l'hanno voluto... ma poi mi sono detta che l'amore vale sempre, per quello che dà e per quello che toglie, e per il respiro mozzato che si lascia alle spalle, e ho deciso che la pianta di agave, regalo di un altro mondo e di un altro tempo, che sta languendo lentamente, simbolo di qualcosa che non vogli lasciar andare via, la porto con me e la faccio prosperare (e quindi, ricapitolando, per ora nella valigia ci sono: caffettiera, caffè, grammadizionario, agave.....)

Perchè la vita vince sempre, malgrado si diverta a trovare le strade più tortuose.


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postato da Ξ lemar il Ξ lunedì, 01 agosto 2005
alle ore Ξ 08:09


E TI VENGO A CERCARE

Lo dico sempre, che i testi delle canzoni, presi da soli, perdono gran parte della loro ricchezza, perchè sono inscindibili dalle sensazioni sonore, e poi puntualmente ne posto qualcuno... ma stavolta è diverso, stavolta ho proprio voglia di riscriverla, la mia canzone preferita del Maestro, anche un po' banale se vogliamo, e forse non la sua migliore, ma chissene importa.... col desiderio di assaporarne ogni verso, ogni parola, ciascuna sillaba distinta, e dedicarla a tutti gli uomini di cui amo qualcosa, e sono tantissimi, anche se ovviamente non con la stessa intensità, a quelli che ho amato e che amerò... ed alle donne, chè nella vita ogni strada è aperta, agli animali, alle piante, a tutto quello che c'è di splendido in questo strano mondo crudele e tormentato... e a ciò che mi fa soffrire, inconsapevolmente, vittima incontrollata della sua stessa bellezza.
Ma sto tergiversando, e basta così:
 
E ti vengo a cercare
Anche solo per vederti o parlare
Perchè ho bisogno della tua presenza
Per capire meglio la mia essenza
 
Questo sentimento popolare
Nasce da meccaniche divine
Un rapimento mistico e sensuale
Mi imprigiona a te
Dovrei cambiare l'oggetto dei miei desideri
Non accontentarmi di piccole gioie quotidiane
Fare come un eremita
Che rinuncia a sè
 
E ti vengo a cercare
Con la scusa di doverti parlare
Perchè mi piace
Ciò che pensi e che dici
Perchè in te vedo
Le mie radici
 
Questo secolo oramai alla fine
Saturo di parassiti senza dignità
Mi spinge solo ad essere migliore
Con più volontà
Emanciparmi dall'incubo delle passioni
Cercare l'Uno ad di sopra del bene e del male
Essere un'immagine divina
Di questa realtà
 
E ti vengo a cercare
Perchè sto bene con te
Perchè ho bisogno
della tua presenza.



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postato da Ξ lemar il Ξ lunedì, 01 agosto 2005
alle ore Ξ 07:42


HO VISTO IL MAESTRO...

Dopo tre giorni di latitanza, torno al blog perchè vorrei raccontarvi il concerto di Battiato.... Ma come faccio? come condensare in parole emozioni, sensazioni, suoni, colori, luci, di una serata incredibile? Uno scenario da sogno, che però ti sei fatto pagare , caro Franco, e neppure abbastanza, perchè nella disposizione dei posti siamo finiti indietro... sciocchi, noi pensavamo ad una specie di teatro, in cui i biglietti meno costosi identificassero l'erba, invece si stava tutti seduti.. almeno la prima parte. Ed è strano per me, che ho con la musica, con ogni tipo di musica, un contatto molto fisico, essere costretta in una posizione, ma non poterlo vivere con il corpo, ballare, saltare, ha resto tutto molto più concentrato, ed intenso... Ed ho cominciato a piangere da quando è entrato, ma non la lacrima di commozione, proprio i singhiozzi di una bimba a cui è caduto il gelato... che manco una quindicenne al concerto della sua boyband preferita avrebbe reagito così... Ma che posso farci, era tutta la vita che lo aspettavo, era la mia ninna nanna, ed ha attraversato con me momenti belli e brutti... e pensavo a quante cose sono legate ad alcune sue canzoni, e quante altre sono solo mie... mentre la sua voce vellutata e forte mi accarezzava e mi prendeva per mano in un viaggio tortuoso ma affascinante tra luoghi lontani nel tempo e nello spazio, e spazi siderali di insostenibile profondità... perchè lui è un creatore di mondi, di atmosfere, e sa che la bellezza delle cose è nell'infinita, insondabile e vertiginosa ricchezza delle sfumature.
 
E poi è un simpaticone, che detta così pare un'assurdità, ma è stata un'impressione vivissima: affabile con il pubblico, ne raccoglieva ogni complimento ed ogni provocazione, e presentava le sue canzoni con allegria, con tenere battute, con se fossero tutte figlie sue... pezzi di cuore staccati con gioia per farcene dono...  un'atmosfera conviviale, pareva che fossimo tutti ospiti, a cena a casa sua, e lui ci stesse intrattenendo con la sua musica. E quando, sotto le note assordanti di "Voglio vederti danzare", si sono alzati finalmente tutti in piedi e noi ci siamo fiondati davanti, sgusciando come sardine tra la folla, abituati a ben altri agguerriti compagni di avventura, ritrovandoci sotto il palco, davanti a lui, a ballare i suoi ritmi più scatenati, insieme ad un esercito di ventenni che avevano avuto la nostra stessa idea geniale, bhe, il fatto che trent'anni dopo Battiato ancora fosse capace di coinvolgere così tanto anche noi, che con le sue note ci siamo cresciuti, è stato esaltante.... ed era così contento, a guardarci urlare a squarciagloa, e saltare, e fare casino.
Malgrado la malinconia, il mio corpo che non risponde agli stimoli, la solitudine forzata, l'inutile sofferenza di questo strano periodo, sono tre gionri che vado in giro con le voci in testa ed un sorriso ebete stampato sulla faccia... E chissà quando me ne libererò. ;-))
 
P.S. Caro amico immaginario, che dici, mi sarò emozionata abbastanza per tutti e due? Non mi sarò emozionata pure per tutti gli altri spettatori, e per quelli che avrebbero voluto essere lì e non sono venuti, e per quelli che manco sanno chi è Battiato, e per il mondo intero? Che poi vorresti dirmi che tu non ti sei emozionato? Ma poi, il Maestro ce lo ha detto che cosa dobbiamo fare delle nostre vite? E soprattutto, noi lo abbiamo capito? Non è che emozionarci così tanto ci ha distratto? ;-))



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