Di là, dopo sei giorni e sette notti, l'uomo arriva a Zobeide...
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postato da Ξ lemar il Ξ venerdì, 01 settembre 2006
alle ore Ξ 12:07


Hanno ritrovato "L'Urlo" di Munch. E pure la "Madonna", il mio quadro preferito, che neppure sapevo fosse stato rubato.... "una figura femminile dai lineamenti deformati dal dolore a petto nudo e avvolta da lunghi capelli neri", come dice il sito dell'Ansa, e come copiaincolla Repubblica. Dolore... Mi sa che io e l'Ansa abbiamo una diversa concezione del dolore di una donna… per tacere il fatto che la "figura femminile deformata" è attorniata da una simpatica corte di spermatozoi che le ballano intorno. Vabbè.

Comunque penso che “ritrovare” non sia proprio il termine adatto, visto che i ladri, che si erano portati via tranquillamente le due opere in pieno giorno, armi in pugno, le hanno riconsegnate chiedendo uno sconto di pena. Un prestito insomma: uno si piglia un’opera famosa, se la tiene qualche tempo a casa, fa rosicare gli amici, magari la affitta ad uno sceicco arabo cultore dell’arte (un po’ come diceva Art qualche tempo fa a proposito di noleggiare “L’abbraccio” di Klimt) che ci si fa qualche sega, e poi la riconsegna con grande giubilo dell’umanità ed eterna gloria della Polizia, che si ritrova in mano ladro e refurtiva senza manco sapere come.

Ormai sta diventando uno sport, come per la saliera di Benvenuto Cellini (e qui, tanto per chiudere l’annosa questione, voglio ribadire che io ADORO la saliera, amo il suo essere spaventosamente kitsch, ed ho pianto quanto se la sono fregata. Va bene???), anche lei riconsegnata da poco. Bhe pare che il ladro fosse brillo ed un po’ matto ed avesse voluto fare una specie di scherzo, arrampicandosi sulle impalcature dei lavori in corso del museo di Vienna,  entrando indisturbato e rubandosi la cosa più vistosa e comoda da trasportare. Manco lui poteva credere di esserci riuscito… E se l’è tenuta per mesi sotto il letto, non sapendo cosa farne (metterci il sale no?), finché non ha pensato di portarla in uno dei fantastici e molto austriaci centri di raccolta in cui ladri pentiti possono consegnare la refurtiva, di cui mi ha raccontato la mia ex compagna di casa. Ma non deve averne capito molto bene il funzionamento, e neppure io d’altronde, perché lo hanno beccato, povero il nostro eroe.

Il succo però è un altro. Se è così facile, io mi ci dedico a tempo pieno. Mi alleno e mi arredo il salotto ogni volta con un capolavoro diverso. Si potrebbe cominciare dalla “Vergine delle rocce” di cui parlava Arcadia qui (perché era questo il senso del commento no? Rubiamola! ;-)), che al Louvre viene bistrattata a favore di quell’insopportabile snob della Gioconda; poi non so, a me piacerebbe una delle plastiche di Burri alla Fondazione di Città di Castello, oppure “Le tre età della donna” di Klimt a Roma, nella galleria più bistrattata della capitale… Voglio dire, di piccoli musei sconosciuti e fantastici che ospitano capolavori il mondo è pieno; in alcuni si entra pure gratis, pensate un po’.  Mi faccio le ossa, e mi preparo al colpaccio (anche se temo di aver raccontato a troppa gente…), che sto progettando nei dettagli nelle notti di sbornia dura (nell’ultima versione sono entrati esplosivi fatti col diserbante, c’era pure un fan di Mc Gyver).

Ah, si lavora anche su ordinazione, quindi se avete qualche proposta…



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postato da Ξ lemar il Ξ martedì, 29 agosto 2006
alle ore Ξ 16:52


Questo quadro non è uno di quelli davanti a cui la gente passa e si ferma estasiata. Non viene percepito come capolavoro universale, anzi al National Museum di Londra la gente gli passava davanti senza nemmeno notarlo. Eppure, se mai si volesse segnare in maniera puramente didascalica un inizio per quella vorticosa, magmatica epoca che qualcuno chiamó Rinascimento, perlomeno in pittura, bhe, questo ipotetico punto di partenza non sarebbe molto lontano da qui. Perchè quest'opera indica lo scontro tra due mondi, netto, definivo, e dopo di lei le cose sarebbero state diverse. Impossibile non evitarlo, anche per disprezzarlo. E sembra così dimesso....

Perchè questo quadro fu dipinto a due mani da Masolino da Panicale, buon pittore di solida scuola gotica, e dal suo migliore allievo, Masaccio, giovane geniale ma ancora sconosciuto, frequentatore di nuove correnti che fermentavano in quel di Firenze... amico del signor Filippo Brunelleschi, e con una certa insofferenza verso lo stile della tradizione. Verso la pittura gotica che, lungi dall'essere disprezzabile, si era sviluppata in forme raffinate ed elegantissime; semplicemente, non aveva tra le sue prioritá quella di essere realistica, non aveva alcun interesse per la rappresentazione del mondo quale lo vedono gli occhi umani, naturalmente fallaci di fronte a quelli divini. Dava molta piú importanza alla simbologia, al recepimento delle gerarchie (i santi dipinti piú grandi degli uomini), alla messa in evidenza delle storie del Vangelo usando un linguaggio codificato e recepibile a tutti. Ma giá questo universo ristretto si stava ampliando: qualcosa era giá cambiato con la crescita di altri mecenati oltre alla Chiesa, come le corti europee o i signori italiani, sviluppando  nuovi temi "cortesi" con un gusto incredibilmente prezioso per il dettaglio, estremamente definito: tra scene di caccia con piante perfettamente elaborate e fondali completamente piatti, e di banchetti con abiti femminili decoratissimi su corpi che non contengono nulla. Nessun volume, nessun muscolo, pieghe inventate, nessuna ombra, un'impalcatura di finissimi decori sul niente. E questo delicato amore per gli oggetti, per il lavoro di cesello, l'interesse per le cose piccole a discapito della costruzione generale dell'immagine, si rifletteva anche sul cosiddetto horror vacui delle opere del periodo: letteralmente "paura del vuoto", indica la tendenza a riempire il quadro fino all'inverosimile di colori, decori, scene, personaggi, senza ordine, senza uno schema, rincorrendo una ricchezza piú quantitativa che qualitativa.

Poi qualcosa cambia. O meglio cambiano tante cose, e non tutte insieme, ma gradualmente, ed in mille campi. Cambia la societá, si stabilizzano modifiche economiche, si riscoprono testi antichi nascosti nei monasteri, si riallaccia un filo che sembrava spezzato con la cultura classica, simbolo della grandezza universale, dei maggiori successi in ogni campo. Si rimette al centro della ricerca l'uomo, come mezzo e fine ultimo di qualsiasi manifestazione del pensiero. In pittura, questo significa trovare negli occhi il piú importante degli alleati: osservare il mondo e rappresentarlo com'è, trovando la legge che regoli geometricamente la resa dello spazio sul piano. Fare coscientemente quello che il cervello fa senza pensarci... e questa legge, che prima solo si abbozza e poi verrá sviluppata con grandissimo dettaglio nel corso del '400, è la prospettiva. Realismo e profonditá, i primi temi che la nuova arte trova ad affrontare: non piú delicati panneggi che coprono manichini, ma corpi veri, scolpiti dal chiaroscuro, disposti nello spazio, regolati da una composizione solida; e poi, piú avanti, la luce, l'espressione dei sentimenti, i colori...

Ma da una parte si doveva cominciare, e si comincia da qui, col giovane Masaccio (adoro queste espressioni da guida turistica anni '50!) che riceve da Brunelleschi la scoperta della prospettiva. E che, guardando a Giotto prima di lui, decide di rappresentare il mondo, e l'uomo, come l'occhio lo vede. E quando il suo mestro gli dá la possibilitá di dimostrare le sue doti in un' opera a due mani, rappresentando la poco importante Madonna di questo quadro giá in parte realizzato, egli lo fa. Ed il contrasto tra la piatta ed elegante sant'Anna, con lo stuolo di angeli in miniatura a circondarla sorreggendo un panno che sembra una lastra di metallo, e la forte, solida, corposa vergine non potrebbe essere piú evidente. Che poi ha proprio la faccia da pazza, la Vergine, l'occhio a palla e l'espressione fissa, per non parlare dell'erculeo bambino... Ma sono corpi, forti, robusti, sotto il manto forgiato dal chiaroscuro si immaginano le gambe, si sente il loro vigore: anche la stoffa si fa pesante e morbida, si arrotola in pieghe lievi intorno al viso, si tende, si rilascia. É un corpo, la Vergine, è un essere umano, ha carne, sangue, e un'incredibile umanitá: non è la rappresentazione stilizzata e simbolica di un essere divino, ma è una donna, reale, neppure troppo bella, una madre vera che adesso dará un ceffone a questo bimbo troppo grosso per essere educato. Nessun panneggio arzigogolato, nessun decorativismo fine a sè stesso nell'abito all'antica, ma una composizione controllata ed un sapiente e dosato uso dei colori complementari (blu e arancione) per esaltare la scena sacra.

Insomma, la rivoluzione, per quanto poco vistosa, nel chiaroscuro volumetrico e nel vigore di un personaggio minore: epperó Masolino ne capí la portata, anche se non riuscì ad emularla mai, come la capí Brunelleschi, e Masaccio ancora ragazzino si ritrovó a concretizzare il nuovo in opere che, benchè invise al pubblico, abituato all'eleganza frivola gotica, stavano aprendo un solco mai piú chiuso: l'uso della prospettiva come organizzatrice geometrica dello spazio, lo studio della luce nel volume massiccio dei corpi, la solennitá classica delle figure, l'umanizzazione sovversiva del sacro, la composizione accorta.

Peró la morte prematura a neppure trent'anni gli impedí di diventare il Maestro assoluto che si meritava di essere, e ha diviso la sua gloria tra i suoi coetanei piú fortunati. Sempre sfigati, i migliori...


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postato da Ξ lemar il Ξ domenica, 27 agosto 2006
alle ore Ξ 13:01


In tempi non sospetti, non mi ricordo in occasione di quale scempio, avevo promesso che se avessero fatto una fiction su Agostino, Teresa d’Avila o Filippo Neri, mi sarei incatenata al cavallo di Saxa Rubra cominciando un rumorosissimo sciopero della fame. Pensavo ai santi meno televisivi di tutti, (il letterato individualista, la donna dalle estasi molto “umane”, il colto filologo della Bibbia, più fortunato di Erasmo da Rotterdam), perché non potevo mai immaginare che si potessero compiere nefandezze peggiori.

E invece…. La RAI ha pronta una nuova fantastica fiction, con protagonista la mazzadiscopasenzaespressione Alessio Boni, che tratterà della vita di… oddio non riesco a dirlo… Michelangelo Merisi da Caravaggio. Nientepopodimeno. Non uno qualsiasi tra i miliardi di artisti maledetti di quel secolo scriteriato e geniale che è stato il Barocco romano. Ma proprio il mio preferito, quello su cui si sono dette più scemenze, e la cui arte è stata profanata dalle più stupide banalità riduttive. Realismo, chiaroscuro, pittura popolare…. Ogni volta che mi accodo alle  guide turistiche per godermi i miei quadri preferiti in mezzo alla folla, e sento ripetere i soliti triti luoghi comuni, devo tenere a bada gli istinti omicidi. Che poi, passi mal-educare gruppi di ragazzini in gita, che in fondo hanno l’opera davanti a sfottere tutti i tentativi di costringerla in schemi già pronti, ma gettare in pasto ai leoni un’esperienza umana tanto profonda mettendola nelle mani di Alessio Boni! No, scusate, un brocco nel ruolo che era di Volontè, quando la tv aveva ancora un suo posto nel mondo! E non mi dite che una fiction è un modo per diffondere l’arte, che chi non l’ha mai sentito nominare verrà preso da curiosità, ecc ecc ecc…. Perché il depresso con turbe infantili che metteranno in scena, in bilico tra esaltazione maniaca e smanie omicide, senz’altro vicino agli “umili” (nel senso di Costanzo, non manzoniano), un po’ scapestrato ma in fondo tanto bravo ragazzo, solo capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato, bhe quel fighetto lì non ha nulla di Caravaggio.

Infatti il signor Merisi era un fantastico, affascinate, incredibilmente egocentrico stronzo. Uno che, ancora ragazzino, passa il tempo a farsi autoritratti da efebico dandy depravato, elegante e lascivo, spacciandoli per pitture di genere con cui pagarsi la vita a Roma. Un morto di fame, che si dipinge come un signorotto superbo e sfrontato; non per niente era cresciuto in un’epoca, il Manierismo, in cui la preziosità colta quanto inutile era la perfezione, ed i preliminari tra un bambino di dieci anni e sua madre venivano considerati il massimo dell’arte.

Ma anche da grande, nelle sue opere mature, quelle cosiddette “realiste” (brrrrr….), in cui violenza, grandezza, splendore nella loro potente espressività superano i giochetti preziosi e fine a sé stessi del tardo cinquecento, la vena perversa, egocentrica, continua ad affiorare arricchendo d’ansia la solennità. Ed in quanto agli umili… dipingere i poveri, trovare nella strada un’ispirazione tanto profonda quanto sentita (a parte le arie da signore, anche Caravaggio viveva la Roma oscura dei postacci, il cuore nero della Capitale cristiana),  era un’esigenza estremamente profonda: ridare alla Chiesa controriformata un nuovo slancio non solo in senso repressivo e monumentale (“facciamogli vedere quanto siamo tosti e quanto siamo ricchi, a questi protestanti invidiosi e menagramo”), ma anche in senso umano, mescolando sacro e profano in un’unità inscindibile di senso e spazio…  Inventandosi un altro mondo, un’altra luce, un luogo pazzesco dove i contrasti si fondono. Ma quando mai è realista Caravaggio? Il suo universo non esiste da nessuna parte.

Potrei continuare a lungo (scazzi con tutti i committenti di Roma, vita violenta, religiosità intensa e anarchica, omicidio, fuga, evoluzione dell’arte a Napoli, viaggi, morte…), ma non è detto che il mio Michelangelo sia più reale di quello di Boni, e non la mia personale interpretazione. Il che va pure bene, però dipende da chi la fa, questa interpretazione (e io non sono certo la storica più qualificata ;-)) Se solo gli sceneggiatori RAI  non fossero così dannatamente noiosi… Vabbè, attenderò scettica e nervosa quest’ennesimo omicidio, sperando vivamente di sbagliarmi, ed intanto vi invito tutti ad una bella passeggiata per il centro di Roma, a cercare il Maestro nei suoi vivi resti sparsi per la città. Se aveste bisogno di una guida, bhe sapete dove trovarmi ;-))



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postato da Ξ lemar il Ξ lunedì, 03 aprile 2006
alle ore Ξ 23:03


Alberto Burri e un Nero Plastico. E l'ho rivisto di nuovo, per la terza volta quest'anno, ed ora non posso esimermi dal parlarne. Anche se la foto è minuscola e non rende l'idea, e la fotografia è l'ultimo mezzo per poter riprodurre un'immagine del genere, ed anche se la sciocca speranza di riuscire ad essere divulgativa, di spiegare qualcosa, andrá a quel paese probabilmente... ma non me ne importa nulla, perchè sento che sono in debito, e perchè ha attraversato la mia strada troppe volte quest'anno, a Roma, a Londra, a Madrid, e non puó essere un caso.

È che ci passi davanti e lo senti che è oltre il reale, lo spazio piano della tela che diventa un buco nero, da plasmare, da mordere, da modellare come cera; il foglio che si fa volume, spessore, tanto piú profondo quanti piú strati lo compongono, quante piú costruzioni di infinito ci disegni su.... E sono lamine sottili, o almeno lo sembrano, di plastica stese e fuse, e corrugate, e bucate, aperte e saldate col fuoco, in quella ricerca incessante tra forma e caos: la razionalitá aleatoria, dare al mondo una spinta e guardare, rapiti, dove va a finire.
 
Da quando il naturalismo ha cessato di essere uno scopo per lasciare spazio a tutti i mezzi possibili, trasformare il quadro in un pesaggio di materia in de-composizione, un volume di vuoti, farne un solido piano, è stato il tentativo di molti. Non piú uno spazio dipinto, inventato dall'occhio nelle due dimensioni: lo spazio si appropria del quadro, lo avvolge, lo ricopre di sè stesso, lo dovora e lo sputa trasformato in un inferno di sensazioni.
Un mondo infinito di materia oscura, densa, apppiccicosa, tanto artificiale e lucida quanto tellurica, primordiale; buchi cosí tesi da avvertirne la lacerazione, la plastica che cambia spessore, si sfila, si corruga, si arrotola o attorciglia; e te la senti addosso quella massa informe, e senti che sei tu in lei e lei in te come se ne facessi parte, dell'informe magma di buio, come se definire un limite fosse impossibile. E ci scopri immensitá tra le pieghe del catrame, disegni fantastici di altri universi, che potresti passare ore a percorrerli, perdendoli dentro uno strappo violento o recuperandoli sopra una duna, immaginando allucinate avventure, sentendotele addosso, conquistata da una composizione tanto piú perfetta quanto impossibile da definire. Non esistono categorie di percezione, ma solo un mostro nero davanti a te, nel suo terrorizzante splendore, e tu, e il fiume di parole per spiegare quello che provi è un puro gioco di oratoria.
 
L'infinito raggrumato nella materia piú sporca, eppure perfetta, torturata come se fosse carne, stretta e tesa, aperta, strappata, bruciata, maltrattata oltre la sua stessa essenza. Peró cosí bella che non riesci a crederci, di starle davvero davanti, e vederla cosí.
 
Che cosa significa arte naturalista? Non c'è nulla che sia piú naturalista di Alberto Burri
 
La foto fa schifo e lo riconosco, (qui un'opera molto simile dal sito del museo)  e mi dispiace un sacco, ma non esiste un sito web completo su Burri che sia quantomeno presentabile, ed è il meglio che sono riuscita a trovare. Che poi potrei scriverla io una biografia o uno straccio di presentazione previa dell'opera, vista la scarsitá di materiale che si incontra in rete, ma ora non mi sento una brava guida turistia, sará per la prossima... Ah, un ultima cosa: le citazioni di conversazioni non sono soggette a copyright vero? ;-))


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postato da Ξ lemar il Ξ giovedì, 09 marzo 2006
alle ore Ξ 20:34


<Pero alguien te ha dicho antes que eres tonta porque vuelves para las elecciones?> <Pues, no....> <Entonces, cariño, que lo sepas>

Mi sfottono. Mi prendono in giro tutti, spagnoli, erasmus, italiani, perchè torno a casa per votare... perchè devo sembrare una psicopatica, con un senso del dovere assolutamente sproporzionato, e forse lo sono, non so... Perciò, per garantirmi un certo dcoro nelle relazioni sociali, una certa qual immagine di sanità mentale, devo trovare un altro motivo per tornare, a parte approfittare della pizza di scarole ed alle polpette di mamma; abbracciare unica persona che, quando le ho detto che sarei tornata per le elezioni, invece di compatirmi mi ha risposto: <che bello, così ci vediamo!>; riunire più gente possibile per andare a fare bisboccia ai Castelli, evitando di rendermi completamente impresentabile a fine serata, e portare la mia mamma a vedere "Chi ha paura di Virginia Woolf?" con Mariangela Melato, sempre che riesca a convincerla che il teatro non è la tv e che può resistere rimanendo sveglia fino alle undici di sera con gente che le urla davanti dal vivo, o arrendendomi alla solita solfa di dover andare allo spettacolo di pomeriggio con i bambini....
Ed il motivo penso di averlo trovato, qui, nella mostra di Antonello da Messina alle scuderie del Quirinale: il simpatico siciliano che si fece il giro dell'Italia fondendo il gusto fiorentino per la composizione rigida, statica, fortemente geometrica, di Piero della Francesca, con colorismo e morbidezza, emozione e sensualità, regalando il suo senso rarefatto dell'atmosfera ad una Venezia in cui Bellini, passando dalla durezza di prospettiva e chiaroscuro del cognato Mantegna a questo nuovo anelito alla delicatezza ed al colore, darà il passo alla Storia...

Sperando che qualcuno, (uno a caso, che ormai le Scuderie sono casa nostra ;-)) a cui neppure so se interessano gli albori del Rinascimento, abbia voglia di disprezzare come al solito la scalinata di palazzo Barberini rifatta in cartongesso che porta al secondo piano delle Scuderie, l'illuminazione mai azzeccata, la cornici bruttissime, per prendere in giro una delle migliori rappresentazioni del santo più cool di tutti, non a caso tra i più gettonati, un Sebastiano laccato ed androgino infilzato di frecce che trasforma la sofferenza in godimento ed il godimento in estasi, per quel rapporto folle che il cattolicesimo ha con il dolore... e non posso fare a meno di immaginarmi i suoi aguzzini sconvolti da questo tizio tutto felice, che si lascia seviziare come se fosse la cosa più eccitante del mondo (e chissà, forse lo è, ma non ho troppa voglia di scoprirlo ;-))

Voi che dite, dicendo che mi faccio il viaggio Valencia - Roma per andare a vedere un po' di tele sporche di colore, sembrerò più normale??


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postato da Ξ lemar il Ξ giovedì, 22 settembre 2005
alle ore Ξ 19:21


Esistono infiniti modi per invaghirsi di un artista inesplorato: i consigli degli amici, un regalo, il caso di imbattersi fortuitamente nelle sue opere... oppure una mostra, soprattutto se ben allestita. E Andrea Pazienza io lo conoscevo davvero pochissimo, tra qualche storia di Zanardi (io che vado pazza per i nasi importanti, trovo che abbiano personalità) e le avventure del partigiano Pert, ammirando il suo immaginifico gusto per il colore e la graffiante ironia... ma nulla di più, forse perchè, per uno sciocco pregiudizio, non mi sono mai sentita una "tipa da fumetto", come se fosse una specie di casta con una parola d'ordine ed il visto all'ingresso, limitandomi alle intramontabili storie di Topolino, al mio adorato Corto Maltese, l'uomo più affascinante dell'universo, del quale paradossalemente ho seguito di più il cartone animato, e allo straordinario Evangelion, che mi ha completamente soggiogata per mesi abbandonandomi all'episodio 9, chè le ristampe non sono andate più avanti (lo so che ho mischiato di tutto e i puristi si metteranno le mani nei capelli, ma era per sottolineare la mia ignoranza ;-))
 
Quindi al Vittoriano, alla mostra allestita da Vincenzo Mollica ci sono andata più per curiosità che per passione, perchè avevo sistemato presto le ultime pratiche burocratiche e la città, negli ultimi giorni di relax e pace prima della mia lunga e strana vacanza, sembra così dolce.... ed invece sono stata catturata, stregata dalla forza visionaria di immagini splendide, la carica eversiva dei colori accesi, l'umorismo velenoso e pungente, ma anche sensibile, ed un'immensa, infinita voglia di vivere che sembra erompere da ogni bozzetto, da ogni figura... Un pittore coi pennarelli, con un gusto ed una maestria strabilianti nello sfruttare al massimo le possibilità di un mezzo espressivo che sembra più legato ai giochi dei bambini che all'arte "seria" (o seriosa), In una rassegna di vignette, schizzi, dipinti, che spaziano dai temi più diversi, ma sono tutti legati dalla stessa sconcertante energia.


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postato da Ξ lemar il Ξ giovedì, 01 settembre 2005
alle ore Ξ 10:31


Stavolta vi lascio un lavoro non mio (sperando che riusciate a scaricarlo... grazie xinit! ;-)), fatto da un grafico in un momento di nervosismo perchè... non lo so perchè, in realtà, ma forse credendo che, in un megaesame di gruppo con persone di varie facoltà, fosse utile fare il punto su cosa significhi un "Progetto". E sul fatto che la creatività, l'atto stesso di inventare qualcosa che prima non c'era, non sia un puro frutto della fantasia, non derivi dal gesto libero ed in qualche modo insensato dell'artista romantico, ma sia il risultato di un processo di analisi in cui ogni elemento del problema da affrontare (dal costruire una casa a realizzare un mobile a disegnare un logo) viene sviscerato per coglierne ciascun aspetto, positivo e negativo, ciascun limite e punto di forza, per poi ricomporlo in una sintesi superiore... E questo lavoro certosino non sminuisce certoil valore o il pregio artistico dell'opera, o l'estrema difficoltà del'impresa, perchè se è da tutti inventare una forma più o meno gradevole, richiede enorme curiosità, e sensibilità, e passione, trovare quella GIUSTA, quella che ha in sè il seme di tutte le soluzioni, pratiche, estetiche, psicologiche.... Ed il talento, la fantasia, per buona parte innati, si coltivano, ed accrescono, con l'esperienza: ci stupiamo dell'immaginazione dei bambini, che hanno la mente così aperta da non vergognarsi di creare associazioni tra pensieri e cose, anche assurdi, ma quanti più legami si possono creare con un'esperienza accresciuta? Quante più cose si sanno, di ogni genere, tante più domande ci si pongono, quante più ipotesi si possono formulare, si possono cogliere stimoli...
 
E tutte queste intuizioni, così apparentemente banali eppure nient'affatto scontate, le ha formulate in maniera molto più saggia, ed organica, uno dei più grandi designer italiani, Bruno Munari (scomparso, Saretta, anche se io ne parlo come di una persona viva ;-)), che nel suo libro "Da cosa nasce cosa", ti prende per mano, con simpatica ironia (ed anche una buona dose di indulgenza, come un maestro con degli alunni un po' tonti), ed una grande chiarezza, per condurti sulla soglia di quell'abisso sconvolgente che è la Progettazione, affidandoti il suo metodo pratico, ma molto efficace, per dimostrare come questa giungla, per essere affrontata (e questo vale per tutti i casi della vita, perchè ogni azione volta ad un obiettivo è un progetto), non necessiti di un'ispirazione sventata ed irrazionale, ma di intelligenza, curiosità ed amore.
 
Ciò detto, eccovi un riassunto-rielaborazione del metodo, che non so se sia servito ai suoi diretti destinatari (a cui l'esame è andato benissimo, quindi probabilmente si), ma è servito a me, in un momento in cui il problema del talento, e della giustezza o meno delle mie scelte tornava a farsi sentire, e una voce come questa era proprio quello di cui avevo bisogno.
 
Se avete problemi a visualizzare la presentazione, o a scaricarla, fatemi sapere!

Speriamo che questo link funzioni....

"Il mondo moderno è convinto che la massima libertà possibile sia uguale alla massima creatività possibile. Io sono assolutamente convinto del contrario. La massima creatività possibile viaggia entro le regole più rigide possibili. Tu non devi fvivere in una situazione che ti aiuta a tirare fuori tutto il possibile di quello che hai dentro. Tu devi vivere una situazione che ti obbliga a tirare fuori solo quello che assolutamente deve venire fuori."
(GIOVANNI LINDO FERRETTI)


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postato da Ξ lemar il Ξ giovedì, 04 agosto 2005
alle ore Ξ 23:25


Ci sono immagini che non ti si staccano dalla retina. Restano lì, incollate, pronte a farsi vive alla minima distrazione... ed a mandarti a sbattere contro i muri, se non ci stai attenta ;-) Lui è ancora lì: l'ho succhiato, divorato, ci ho passato davanti un tempo infinito, sperando di coglierla, quell'essenza intima, quella forza devastante che ogni volta, di fronte a qualsiasi cosa la sua mano, il suo pennello, abbiano sfiorato, tende ogni più riposta fibra del mio essere e la fa vibrare.... e davvero vorresti saperlo, com è stare là dentro, immersa in quella luce implacabile, gelida e splendente, che ti modella il corpo, sezionandolo in ogni piega, in ogni sfumatura... e non riesci neppure ad immaginarla, una tale terribile, orrenda, assoluta felicità.

Il cadavere di Cristo, le membra bianchissime, perfette, così virili nella muscolatura scolpita, eppure mollemente abbandonate nella fissità della morte, con quel miscuglio inestricabile di perdizione e santità, forza e debolezza, che solo il corpo maschile riesce ad esprimere.... e quella mano, il colore verdastro della decomposizione che sembra avvolgerla lentamente, le dita contratte in un ultimo, languido movimento... e tutti i personaggi intorno, la raffinata, controllatissima composizione, l'espressione di un dolore troppo profondo, troppo intimo, per essere umano, il vigore plastico con cui sembrano irrompere fuori dal dipinto, invadendo lo spazio... ed i colori, la loro accecante brillantezza...

E ci ricasco di nuovo, continuo l'estenuante elenco dei dettagli, come in un prezioso intarsio, perchè l'insieme, il suo senso, il vortice di emozioni che mi suscita, non riesco a spiegarlo... esiste un pensiero molto più immediato, che le parole non sanno esprimere, ed è questo l'effetto che i quadri di Caravaggio hanno su di me: seccarmi la lingua ed inaridire la gola, chè nessuna frase, nessuna elaborata metafora può esprimere ciò che la schiacciante evidenza dell'immagine rende palese di per sè. A chiunque.


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postato da Ξ lemar il Ξ giovedì, 28 luglio 2005
alle ore Ξ 08:15


CECI NE PAS UNE PIPE

Questa non è una pipa. non si può tenere in mano, non si può annusare, non si può riempire di tabacco, e neppure fumare. È solo la rappresentazione di una pipa. O meglio, è il simbolo, il denotato preciso, spogliato di qualsisi sfumatura fuorviante, che nel nostro cervello è associato alla parola "pipa". Perchè i dipinti di Magritte sono sempre così: rubano dal mondo gli angoli più familiari, intimi, denudandoli di ogni connotato che possa distogliere l'attenzione (ombre, dettagli, sfumature), riportando le cose all'icona di sè stesse, e poi gettando, come per caso, in questo quadretto idilliaco di oggetti riconoscibili, un elemento stridente, dissonante, che squarcia il velo tra finzione e realtà e, nell'angoscia dell'ambiguità che ti assale, uno stupro delle tue più intime certezze, ti ricorda che nulla è come sembra. Che c'è sempre molto di più.

Ma tornando alla pipa, anche l'oggetto reale, dotato di un peso, di una consistenza, di un colore, di un odore, dimensioni definite, della cui esperienza partecipano tutti i sensi, è solo una rappresentazione, perchè in ogni istante la mia percezione di esso varia, a seconda delle mie condizioni fisiche, se sono raffreddata e non posso goderne il profumo, se ho le dita fredde o calde, e dei miei stati d'animo, dello spaventoso bagaglio di pensieri, emozioni, ricordi, legati a qualunque cosa, anche alla pipa: al concetto di pipa in generale ed alla pipa singola, particolare, che sto tenendo adesso, accarezzando, osservando da ogni angolazione... perchè magari adoro fumare, oppure non l'ho mai fatto, ho un nonno che fumava la pipa ed ora è morto, oppure è vivo e mi sta antipatico, oppure la fumava il mio grande amore perduto... e quindi ci ritroviamo immersi in un universo di rappresentazioni di pipe, in continuo mutamento, mentre l'essenza della pipa, immutabile e perfetta, ci sfugge... forse perchè non c'è, e la pipa vale solo in quanto generatrice delle sue stesse rappresentazioni. Oppure c'è, ed è quell'impulso del cervello che a tutte queste rappresentazioni, miliardi per ciascuno di noi, così diverse, a volte quasi contrastanti, associa la stessa parola "pipa", declinata in tutte le lingue possibili.

Non so che cosa ho scritto, deliravo, credo, ma si parlava di questo quadro giorni fa è ho sentito la necessità di ricordare a me stessa che ho prestato una bellissima monografia del caro Renè, tra l'altro di mio padre (che poi mi porterò via io insieme ad un bel po' di altre cose di cui ho già fatto l'inventario, compresa la poltrona del salotto, ma queste sono altre questioni) ad una mia ex compagna di liceo, un paio di secoli fa, e devo andare a riprenderla. Anche se non ne ho alcuna voglia. Ma tornerò vincitrice, questo è certo! ;-)




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postato da Ξ lemar il Ξ sabato, 25 giugno 2005
alle ore Ξ 11:51


Giovedì sono andata a palazzo Barberini. Ci sarò entrata decine di volte là dentro, da sola o in compagnia, eppure la concatenazione dei fatti è sempre la stessa: arrivo, prendo il biglietto (io non pago i musei statali, il che è l'unico motivo che mi toglie la fretta indemoniata di laurearmi....), poso la borsa di Mary Poppins, entro e..... e mi arriva addosso come un ondata, come una sferzata di vento che ti sale dai piedi alla punta dei capelli passando per il cuore, questa vertigine che ti invade e ti riempie.... e ad un certo punto dovrà pure uscire, chè ti scoppia dentro tutta questa Bellezza, e ti ritrovi a piangere come una bimba, ed a ridere nello stesso tempo, come se fosse l'unico modo per ristabilire la pressione, mentre i visitatori curiosi ti osservano con un misto di simpatia e paura, e  lo senti che fai un po' impressione, con gli occhi pieni di lacrime sulla porta di un museo....
Solo che tu non sai proprio come fermarti, perchè davanti a te c'è Lei, più vera del vero, in quel mondo dove orrore e purezza sono la stessa cosa, intenta con impegno da chirurgo a recidere il collo di quest'uomo con cui ha diviso il letto ma che le fa ribrezzo, vagamente stupita di come siano difficili da tagliare, i nervi e le vene, più resistenti di quanto pensasse, mentre la vecchia al suo fianco, vera strega di Macbeth, la osserva con avidità, perchè vorrebbe averla lei la forza di tenere quella spada, il cui rumore stridente fa raggelare il sangue..... Però non è la calcolata violenza l'elemento più impressionante, ma la sua sublimazione in un'immagine così superiore, così fuori dalla sfera terrena, eppure così fortemente umana, in cui colori, luci, tratti si fondono in'unità inscindibile... O forse non è neppure questo, perchè come si fa a spiegare e a trovare una causa razionale per certe emozioni, per quel bolo di gioia mista a terrore, quell'esaltazione di tutti i sensi, come se la scena ti si svolgesse addosso, dentro, e tu fossi Giuditta, la vecchia, Oloferne nello stesso tempo, e provassi tutto quello che provano loro, tutto insieme.....
 
Ehi tu, là dietro, che un po' è colpa tua questo post, vacci. Quando hai la possibilità, quando ti va, perchè impazziresti qua davanti... e magari fammi uno squillo, che ci vivrei in questo posto, e poi nelle sale del '700 ci sono dei mobili di cui HO BISOGNO di parlare con qualcuno ;-))


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