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mercoledì, 19 dicembre 2007
alle ore Ξ
07:33
Poi passiamo ad altro, lo prometto....
L'architettura è la sceneggiatura di percorsi possibili. è l'arte di prevedere storie. Non di inventarle, perchè le storie avvengono indipendentemente da essa, e come un porticato buio non trasforma i passanti in delinquenti, cosi un angolo romantico non fa scoccare necessariamente la scintilla (lo so bene io, maestra nello spegnere maldestramente le scintille). Però l'architettura incanala e distribuisce i movimenti, come un balletto; e più configurazioni riesci ad immaginare, più potrai controllarne ed indirizzarne, da presuntuoso creatore di mondi che sei. Pur sapendo che saranno tantissime quelle che gli utenti si inventeranno, e saranno sempre meglio delle tue, perchè saranno reali. Ed è questa, credo, l'idea che i miei prof tanto pratici chiamano "flessibilità".
Se costruisci un muro, sai che qualcuno si riparerà alla sua ombra, ci si appoggerà aspettando una chiamata, ci piangerà contro perchè la chiamata non arriva; sai anche, se vuoi, che ci crescerà l'edera, (possibilmente non dove si appoggia lo sfortunato in amore), ci faranno il nido gli insetti, lo bagnerà la pioggia; sai che i bambini ci giocheranno a pallone contro, distruggendo l'edera e facendo scappare l'amante sfigato, ci si arrampicheranno, ne faranno la loro roccaforte; sai che, posizionato bene, potrà incanalare il vento, schermare il sole, trattenere il calore. E questo ti porterà a scegliere il materiale adatto, a curarne la superficie, le asperità, il colore, la temperatura che ha se viene toccato, l'altezza, la larghezza, le possibili pendenze; ti inviterà a scegliere tra le fruizioni possibili quelle che ritieni adatte e favorirle, rendendo le altre più complicate, a tuo sindacabile ma arrogante giudizio (vabbè, che i bambini non si rompano l'osso del collo mi sembra una speranza condivisa ;-)).
Poi gli abitanti ne prenderanno possesso e faranno quello che vogliono, trasformeranno tuguri in luoghi ameni solo mettendo fiori alle finestre, snobberanno il megaparco per il giardinetto più piccolo ma accogliente, si lasceranno fregare dagli edifici altisonanti delle star, ma poi in quegli ambienti mastodontici e senza forma non sapranno dove andare.
Vivranno, e vivendo faranno l'architettura col solo camminarci dentro. è per quello che dovrebbe essere cosi importante: perchè è un condizionamento all'esistenza più forte (e necessario) di tantissimi altri, e perchè è un'immensa installazione in progress a cui collabora l'umanità tutta, anche se non se ne rende conto.
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domenica, 16 dicembre 2007
alle ore Ξ
18:57
Quando ero piccola volevo costruire case. No, non è esatto, quando ero piccola volevo distruggere case. Perchè vivevo in una periferia decorosa ma sporca, avvilente e triste, e perchè per andare in vacanza dal nonno dovevo passare davanti agli orrori alti venti piani, semidiroccati prima ancora di essere finiti, dell'hinterland napoletano, alle cattedrali nel deserto di megaimpianti abbandonati, alle baraccopoli sotto i ponti della tangenziale. E se ora riconosco a questi grumi di città la bellezza tormentata della metropoli postindustriale, allora mi facevano ribrezzo. Ed avevo ragione allora ovviamente. Pensavo che non si può vivere in un formicaio lungo centinaia di metri che si affaccia sull'autostrada, senza un balcone, senza un fiore alle finestre; che palazzotti sparsi tra le strade, senza una piazza, senza un negozio, non sono un quartiere, ma una trappola; che le nostre città sono le più belle ed ospitali del mondo (soprattutto le mie due, allora ne conoscevo poche altre), ma se le periferie fanno cosi schifo vuol dire che un giorno qualcuno ha sbagliato qualcosa. E le conseguenze le sta facendo pagare a chi non ha voce in capitolo. Forse non sapevo metterla in questi termini, ma avevo la sensazione netta che bisognasse cambiare rotta, che le case "sgarrupate" fossero (e sono) un pericolo ed un orrore, e che, prima di qualunque intervento, fosse necessario buttare giù tutto. Fare piazza pulita.
Volevo fare il bombarolo insomma.
Ma siccome sono nata nell'epoca sbagliata e sono costituzionalmente poco incline alla violenza, invece di diventare un'attentatrice dinamitarda sono diventata un architetto ambientalista. Chè i palazzi moderni non sono solo sono sporchi, brutti, infidi, rendono infelici, aumentano i crimini, rovinano la pelle e vanno a letto con vostra moglie, ma sono anche dei voracissimi divoratori di energia di cui vomitano gli scarti che la città deve smaltire. Ma non è solo un problema ecologico e di risparmio energetico: in un'ottica sostenibile l'architettura è fatta per il comfort degli utenti, deve farli sentire a loro agio a casa (nella loro bella casa passiva che si adatta all'ambiente come un organismo, prendendone i benefici invece di schifarli), ma anche farli uscire contenti di trovare un'intorno riconoscibile e sicuro, un sistema di spazi pubblici che accolga la vita e non sia solo inadeguato parcheggio di automobili che non diminuiscono mai. Un'ingenua utopia? Forse, anche se i nostri centri storici smentiscono da sempre la necessità di subire la città invece che viverla.
Certo era più facile fare il bombarolo, che avere la presunzione non solo di descrivere i problemi, ma anche di proporre soluzioni. Costruire invece di demolire, o demolire sapendo già quello che verrà dopo, convinti che sarà meglio. Mi sto ancora chiedendo se ho abbastanza faccia tosta e, a pensarci bene, forse si.
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mercoledì, 10 maggio 2006
alle ore Ξ
15:10
Stai in biblioteca leggendo un serioso saggio di Bruno Zevi sul linguaggio moderno dell'achitettura, quando, per spiegarti l'importanza di modellare gli spazi sulle attivitá, e non su astratti metodi proporzionali, il vecchio volpone se ne esce con questo esempio, e tu cominci a ridere cosí forte che quasi devono cacciarti via: Nel romano Palazzo Littorio alla Farnesina, inopinatamente completato come sede degli Affari Esteri, ci sono gabinetti alti 7 metri, come i piú vasti saloni; vi si dovrebbero recare per le loro viscerali esigenze giganti favolosi o duci su trampoli di almeno 5 metri; invece sono usati da omuncoli che, in quei cessi imperiali, fanno una pessima figura. Schizofrenia del classicismo.Perchè à parte l'immagine dei nostri politici con le braghe calate sperduti negli immensi gabinetti dell'augusto ed orripilante edificio (tema, quello dei bisogni corporali dei membri del Parlamento, che sembra diventato di vitale importanza per gruppi di presunti "onorevoli" che si pongono problemi etici sull'uso dei wc, non essendo abituati, evidentemente, a chiudere la porta), a me questo brano ha fatto pensare a tutti i posti in cui, per un motivo od un altro, non riesco a fare pipí. Come i bagni dell'Auditorium di Roma, vasti saloni di marmo con i lavandini che si azionano automaticamente ed ampie pareti specchiate, in cui minuscoli gabinetti si mortificano in stanze che potrebbero accogliere un appartamento, lucidissime, freddamente eleganti; magari soddisferanno il delirio di onnipotenza dei visitatori, ma a me fanno impressione. Mi mettono soggezione, ecco, ed io ho bisogno di rilassarmi. La mia vescica vuole un ambiente accogliente, non un sarcofago di pietra grigia. Stesso risultato, ma per motivi differenti, nei bagni delle donne dell'universitá della sede di via Flaminia, in cui, in cessi di dimensioni umane, tutto il controsoffitto di orrendo polistirene è stato eliminato per lasciare spazio ad un'assurdo groviglio di fili, cavi elettrici, tubi, cosí contorti da rischiare ogni momento di rompersi e franarti addosso. C'è chi ne ha visto uscire scintille, ma ho preferito non indagare. Che poi non è tanto la paura di avere acqua, gas, elettricitá (e pure gli scarichi dell'acqua nera) annodati in bella mostra sopra la testa, ma piuttosto la distrazione che il guazzabuglio di materiali, colori, forme diverse riesce a provocare: chi puó fare piú pipí quando ha a disposizione un tale patrimonio di esempi pratici di installazioni? E a parte questo, avete idea del loro valore artistico? Come l'argento dell'isolante dell'aria condizionata, che si sposa coi rossi, coi gialli, col rame dei fili elettrici che ogni tanto esce fuori... Neppure Tinguely potrebbe tanto. Conosco una ragazza che ci si arrampicó e li studió attentamente, per progettare i bagni del suo esame di sintesi. Ho pure chiesto ad un amico se la stessa meraviglia ci sia anche nel bagno degli uomini, ma mi ha risposto <Quando sto in bagno di solito non guardo in alto>. Bhe, non sa cosa si perde. Perchè poi i bagni sono la cosa piú importante di un progetto, e passi il primo anno a incassare 6 appartamenti in un quadrato venti per venti, rincorrendo una fantomatica "idea architettonica" (non chiedetemi, vi prego, cosa sia), cercando di evitare gabinetti mastodontici che accoglierebbero una piscina (anche se non sarebbero poi cosí male), come pure cessi di un metro per uno e mezzo in cui per chiudere la porta devi salire sul water. Poi, arrivata al perfetto dimensionamento delle parti, l'anno dopo, realizzando splendidi bagni per un centro multi-socio-cultural-musical-regá-metteci-un-po'-quello-che-vi-pare-dentro, scopri che, negli spazi pubblici (soprattutto gli spazi per fighetti-freakettoni-casinisti-ci-arrampichiamo-sulla-mega-scala-triangolare-facciamo-le-corse-sulle-rampe-e-saltiamo-dalle-doppie-altezze che hai progettato), i bagni devono essere il piú brutti possibile. Piccoli, fastidiosi, poco accoglienti. Non ti deve venire in mente di farci dentro niente piú che il minimo indispensabile: al massimo puoi giocare sulla definizione di questo "minimo indispensabile" se hai a cuore il benessere ed il divertimento degli utenti fighetti-freakettoni-ecc-ecc di cui sopra. E ti vengono svelati pure divertenti trucchi, come il fatto che le luci bluastre dei cessi delle discoteche servano a rendere piú difficile vedersi le vene quando ci si deve bucare; ovviamente adesso passo il mio tempo a girare per i wc delle discoteche, e devo dire che le mie vene, verdissime sul polso, continuano a vedersi. O ci si racconta dei bagni di un locale in cui lo specchio a tutta altezza del gabinetto degli uomini (dove sono i lavandini, non esageriamo ;-)) sia in realtá un vetro riflettente nella parte del bagno delle donne, che ci vanno solo per godersi lo show. E mille altre storielle esilaranti... D'altronde, a parte tutto, fare gli architetti ha un indubbio vantaggio: tu sei il primo che sa dove andare quando ha un bisogno urgente.
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sabato, 18 marzo 2006
alle ore Ξ
11:35
Questa la capiranno in pochi, ma, detta dal mio compagno di casa, è la cosa piú geniale che sentivo da un po'. E considerando la mia disposizione verso i personaggi elencati.... ;-))
"E quindi,facendo un paragone musicale, se consideriamo Calatrava come il Breatney Spears dell'architettura, allora Rem Koolhas sarebbe Bijork.
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martedì, 14 marzo 2006
alle ore Ξ
10:20
Questa me l'ha mandata lui qualche tempo fa ed ancora non ho smesso di ridere, ma pure di sentirmi assolutamente sconcertata dal fatto di riconoscermi praticamente in tutte... ma tutte eh? e di poterne, volendo, aggiungere un altro centinaio (quando ti commuovi fino alle lacrime davanti al Piano Regolatore del Centro Storico di Bologna del '71; quando le tue partenti anzianotte sono tutte innamorate di Fuksas, e vorrebbero che gli chiedessi un autografo; quando vai alle mostre solo per sfottere l'allestimento.... ecc..... ecc.....)Un po' di comprensione per favore...!!!!!!!! Se studi architettura o conosci qualcuno che studia architettura inviagli questa mail: conoscenti, amici, amiche, cugini, cugine, fratello, sorella...così capiranno perché non sei mai a casa.. e perché quando ci sei, stai sempre pensando, parlando da solo o dormendo... Sintomi che studi architettura: 1. Sai che sapore hanno la colla e la balsa. 2. Ti chiedono continuamente: "e..questa faccia?" 3. Hai cambiato il tuo vocabolario drasticamente ("dovere per consegna, palla per sfera, gente per destinatari...) 4. Non capisci la gente che può spendere meno di 10 euro in una libreria. 5. Odi che i tuoi genitori ti dicano "Vai a dormire!!","Se in ogni caso non riesci a finire,...vai a letto!!" ...o anche semplicemente la domanda "ti manca molto?", ti può irritare. 6. Sei stanco delle persone che ti dicono:"Io avrei voluto essere architetto, era il mio sogno...però..." 7. I tuoi amici che studiano altre cose non hanno lo stesso concetto di Dovere che tu hai, dicono sempre "Falla prima della lezione" o "chiedila a qualcuno" o ancora peggio "non la fare". 8. Hai dormito più di 20 ore di seguito in un fine settimana. 9. Puoi parlare con sicurezza del contenuto di caffeina nelle varie bibite e della loro rispettiva efficacia. 10. Non importa quanto ti sforzi per fare il tuo miglior progetto, ci sarà sempre qualcuno che dirà "perchè non gli metti questo, o gli cambi quello" o... "sei sulla buona strada però ancora manca tanto...".
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sabato, 27 agosto 2005
alle ore Ξ
15:12
 Oggi vi racconto una lunga storia, quella di una delle piazze più belle del '600, per dimostrarvi come l'arte (e l'architettura, l'unica arte a non essere indipendente per principio, in maniera particolare), ancorchè essere romanticamente il frutto di qualche bizzarra intuizione individuale, si presenti come la geniale soluzione di un problema complesso, sviscerato in tutte le sue parti per trasformare limiti ed obblighi in altrettante possiblità, componendo in una superiore unità tutti gli spunti della tradizione.
Intorno alla metà del '600 papa Alessandro VII Chigi, ormai tramontata la potenza militare dello Stato della Chiesa, invece di giocare coi soldatini veri come i suoi predecessori, si era fatto costruire un plastico di Roma ed ogni giorno, insieme alla sua corte, si divertiva a fare progetti su piazze da sistemare, strade da sventrare, palazzi da costruire.... E senz'altro non poteva essere soddisfatto dello spazio senza forma e senza confini di fronte alla chiesa più importante della cristianità, da poco terminata, dopo due secoli di incredibili vicissitudini (che lasciamo per la prossima puntata ;-)) con la facciata di Carlo Maderno, la cui eccessiva larghezza, che ne minava l'intima proporzione, era dovuta al desiderio di issare due campanili sulle campate estreme; speranza frustrata dal tentativo fallito di Bernini, il cui campanile non solo era rovinosamente crollato, ma si era portato dietro anche un bel pezzo di facciata e qualsiasi possibilità di ulteriori incarichi per il Cavaliere sotto Innocenzo X.
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martedì, 09 agosto 2005
alle ore Ξ
14:24
 Volevo parlarvi di Villa Adriana, davvero. Raccontarvi di come i romani, fondendo ed elaborando tutte le concezioni architettoniche dei popoli con cui venivano a contatto, alla luce della loro inventiva e straordinaria abilità tecnica, sfruttando al massimo delle sue potenzialità un materiale, la pozzolana, di cui forse nemmeno conoscevano la natura, abbiano creato una nuova concezione dello spazio... uno spazio immenso, smisurato, che ha in sè stesso la sua intima proporzione, fatto per essere compreso con un solo colpo d'occhio, affascinare e spaventare lo spettatore, dimostrare la Potenza dell'Impero... Spesse mura, materia pesante scavata da aperture e nicchie e modellata in forme complesse, nello sviluppo ed ostentazione della linea curva, dell'arco di cerchio, in ambienti cresciuti per gemmazione, come le piante, in cui ogni anfratto viene sfruttato per la definizione della forma, a sostenere gusci di calcestruzzo, nel più vario ed affascinante campionario di volte possibile... che nella villa si sposa con una concezione prettamente greca del paesaggio, dell'intima fusione dell'architettura con i luoghi in cui si trova e di cui diventa ornamento, serza sovrastarli... Da lì la splendida composizione degli ambienti e la loro dislocazione, armonicamente intesa (ma senza quell'equivoco della simmetria a tutti i costi che dai commentatori di Vitruvio in poi diventerà un leit motiv dfficilissimo da sradicare), volta a sfruttare al massimo tutte le caratteristiche morfologiche, altimetriche, climatiche del sito, adattandosi ad esso..
Davvero, non riesco a parlarvene; mi ci vorrebbe un volume solo per un'introduzione frettolosa, ed io ne so così poco... E allora vi racconto un'altra cosa. Vi racconto di una splendida storia d'amore, tra un uomo malinconico e geniale, riflessivo e cinico, assetato di vita, schiavo eppure reso libero dal suo immenso, infinito potere, ed un ragazzo, un bambino quasi, un tredicenne troppo bello, troppo incredibilmente affascinante per essere umano, e per vivere a lungo, perverso e dolce come la strana, languida civiltà in declino da cui proveniva... E l'imperatore Adriano, l'esteta, il sublime architetto, il grande filosofo, come poteva non notarlo Antinoo, e capire subito che non era un amasio qualsiasi, ma il simbolo stesso di un mondo in sfacelo, capace ancora, però, di insospettabili picchi di poesia... e se ne innamorò pazzamente, oltre ogni logica e misura, e ne fece la sua musa, gli mise il suo mondo ai piedi, lo tramutò il un dio in terra, assecondandone l'intelligenza vorace, i desideri insaziabili... seguendolo, maestro ed allievo, nei tenebrosi meandri delle religioni misteriche, un mondo sospeso tra saggezza e follia... E quando quell'essere divino morì, a vent'anni, nel battito d'ali di una vita breve come quella di una farfalla, chissà se per fato, ucciso, o in un assurdo suicidio rituale, l'uomo più potente del mondo non riuscì a darsi pace; aveva tutto, ma non l'unica cosa che riuscisse a calmare la sua sete, il suo bisogno senza respiro... e diventò ancora più malinconico... e solo....
Non lo so se le cose siano andate davvero così, se questa storiella che anche Liala mi invidierebbe (brrrrrrrrr... Liala.........) abbia un qualche fondamento, ma ho visto questa statua ai Musei Vaticani, qualche giorno prima di visitare di nuovo la villa, e per quanto io sia facilmente emozionabile e non faccia testo, e senz'altro lo scultore abbia adoperato ogni mezzo per ottenere il miglior effetto possibile, bhe, il volto bellissimo, il corpo perfetto, l'aria triste e vagamente depravata di Antinoo mi hanno sconvolto... E che, una adesso non si può innamorare di una statua? e ricamarci su un'esistenza romantica? bhe, in quanto a precedenti illustri, il signor Pigmalione sarebbe d'accordo con me! ;-))
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martedì, 02 agosto 2005
alle ore Ξ
12:05
 Una volta ho chiesto ad un amico, uno che stimo moltissimo, benchè ultimamente ci vediamo poco, quale fosse la sua piazza preferita di Roma: lui ci ha pensato su un momento, nemmeno tanto per la verità, e mi ha detto piazza Sant'Ignazio... e all'inizio la cosa mi ha fatto sorridere, perchè sembrava la classica risposta da studente di architettura che vuole fare quello colto ed originale e mica ti può rispondere piazza navona, sarebbe troppo banale.... ;-))
Invece, andandola a rivedere con più calma, e ripassandoci ieri, ho capito che non potevo aspettarmi altra risposta da uno come lui; perchè, se le città storiche sono l'accumulo dei detriti che ogni epoca lascia dietro di sè, che si saldano ed incastrano gli uni con gli altri, come se una linea di sviluppo consapevole avesse guidato la mano di ogni singolo mastro costruttore, di ogni muratore, di ogni artigiano che ha voluto costruirsi la casa con le sue forze, mai a caso, ma adattando se stessi alle esigenze dei luoghi ed i luoghi alle proprie esigenze, in maniera istintiva ma perfetta, come cresce una pianta, o come si avvolge in spire la più bella conchiglia, bhe, questa piazza è diversa.... Nasce dal gesto singolo, pienamente cosciente, di un uomo solo, un Architetto (il simpatico Filippo Raguzzini, che non sarà stato un sommo vate, ma era un gran professionista), che, trovatosi di fronte ad un'area slabbrata, priva di margini, appesantita dalla mastodontica facciata della chiesa di Sant'Ignazio, la rallegrò, la mosse, la rese spaziosa e vitale con le sue case d'appartamento, edifici prettamente borghesi in pieno 700 e non più palazzi gentilizi, dalle linee curve e sinuose, che si intersecano, si combinano, modellando l'invaso urbano come una quinta teatrale... o come il salotto buono di qualche ricca dama, perchè i burrò, come li chiamano, con una divertente deformazione del francese bureau, sembrano proprio degli armadi rococò, leziosi ed eleganti, con il bellissimo intonaco arancio vivo decorato da sottili modanature bianche... e non c'è modo di fotografarla la piazza, perchè ogni prospettiva si infrange nelle mille visioni possibili, negli infiniti punti di vista (se avete seguito il link, la foto di wikipedia è fatta con il grandangolo che la fa sembrare uno spazio immenso, mentre è molto più piccola in realtà), accarezzando i profili delle case, la loro morbidezza, il gioco degli incastri di volumi...
Se mai ci doveste passare, girovagando attorno al Pantheon, dopo esservi beati di questi strani palazzi tutti curve provate ad entrare nella chiesa ed a guardare in alto: troverete una delle più folli rappresentazioni del Paradiso ad attendervi...
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domenica, 24 luglio 2005
alle ore Ξ
17:00
GIANCARLO DE CARLO: LE RAGIONI DELL'ARCHITETTURA
Ho visto la mostra di Giancarlo De Carlo nei locali esterni del MAXXI, il futuro museo delle arti del XXI secolo, a Roma, almeno quando Zaha finirà il suo groviglio di corridoi.. e non è che i lavori stiano avanzando molto....
Nemmeno stavolta mi hanno permesso di fare fotografie, prima adducendo come scusa il fatto che le opere singole non si potessero riprendere, e poi, addirittura, negandomi la possibilità di usare il flash.... in un posto totalmente buio... ma i guardiani erano troppi, ed io non avevo voglia di litigare, perciò ho spento la fotocamera e mi sono abbandonata all'universo di luci, suoni, immagini, architetture vere o solo sognate, allestito intorno a me... un percorso di pannelli, su cui si proiettavano fotografie, come una selva oscura che ripercorresse la storia dell'artista e del suo tempo, e lasciasse il posto, ai lati, in quello spazio così flessibile, da modellare come creta, che è il MAXXI, così affascinante con i suoi pilastri imbullonati e i tubi innocenti in vista, a pause di approfondimento dei temi a lui più cari, in un'orgia di splendidi plastici (che fanno sempre la loro figura, e sono la cosa che i "profani" invidiano di più agli studenti di architettura... ma magari facessimo solo plastici...), disegni, studi... lasciandomi inebriata e scossa dall'illuminazione discontinua, enormi spot ad evidenziare i punti salienti lasciando il resto nell'oscurità, e dal brusio degli schermi da cui critici, storici ed architetti commentavano le opere, creando un clima di tensione mai sopita...
E se questa foresta di Biancaneve, così ingarbugliata, atta a risvegliare tutti i sensi intrecciandone gli stimoli, non è certo il massimo per una fruizione attenta delle opere, con un bello studio accurato di disegni e fotografie, è sicuramente efficace come manifesto di poetica, come la maggior parte delle mostre allestite dagli autori (povero De Carlo, io l'avevo dato per morto, invece pare stia benissimo... vabbè, si dice che queste cose portino fortuna...): evidentissimo il problema della forma, di una geometria complessa dell'architettura che riesca a superare i presunti limiti del Movimento Moderno (che nell'immaginario collettivo si identifica troppo spesso nei cubi di cemento delle borgate di periferia), adattandosi alle esigenze dell'Uomo e del Paesaggio, grazie all'apporto del ricchissimo insegnamento dell'arte medioevale, quella sì veramente "organica"; l'amore corrisposto per una delle più belle città italiane, Urbino, che distingue la prima parte della sua carriera e ne rimane il filo conduttore; il senso fortissimo della crescita, dello sviluppo del pensiero architettonico, che non può mai smettere di evolversi....
E all'idea di una possibile (ma che possibile, ormai è certo, ono?) collaborazione per un allestimento qua dentro, forse, di cui parlarvi è prematuro, ma non mancherà occasione, mi vengono i brividi....
Per saperne di più: www.darc.beniculturali.it/de_carlo/INDEX.HTM
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martedì, 14 giugno 2005
alle ore Ξ
02:36
SANTA MARIA DELL'ANNUNCIAZIONE - BERNINI
Lo so che questo edificio meriterebbe un'analisi dettagliata, per la quale io abbia rispolverato tutti i miei ricordi dell'esame di storia dell'architettura moderna, ma siccome nessuno lo conosce, e la maestrina che abita la mia testa in fondo è convinta che il nozionismo, il sapere il nome delle cose, non sia sempre un male, ma serva a collocarle nel caos degli accidenti possibili, allora questo dettaglio, apparentemente insignificante, ve lo dico lo stesso: avete presente la chiesa cilindrica sulla piazza di Ariccia, che avrete senz'altro ammirato passandoci davanti con la macchina, o su cui qualche anima pia vi avrà fatto appoggiare mentre eravate in preda al bisogno impellente di rivedere di nuovo la porchetta annaffiata di romanella che avevate appena mangiato? Bella vero? Essì, perchè quella chiesa, Santa Maria dell'Assunzione, non è del solito capomastro di paese, ma è stata progettata da Gianlorenzo Bernini! La seconda dei suoi tre edifici religiosi, profondamente pervasa da una sapiente fusione tra elementi della tradizione più o meno recente, con lo scopo di ottenere un'immagine unitaria che manifesti in sommo grado un'Idea, un Concetto, e che lo porta ad adottare la forma cilindrica, ripresa dal Pantheon, abbinandola ad uno straordinario loggiato di pilastri, i quali proseguono idealmente nel portico che circonda l'edificio abbracciando la piazza e modellando l'area circostante; l'interno, invece, è tutto teso, nell'uso abile della luce e della decorazione scultorea, ad esaltare la scena centrale, il trionfo della Vergine, l'evento sacro a cui i fedeli sono invitati a partecipare, come se si svolgesse di fronte ai loro occhi.... opera somma del più grande scenografo del suo tempo, nel senso più alto del termine, perchè sapeva creare un'ambientazione, plasmarla come cera per ottenere gli effetti voluti e soggiogare lo spettatore, trasformandola in Spazio...
In realtà , lo confesso, dentro non l'ho mai vista, chè non credo di essere mai passata da quelle parti di giorno, almeno non in condizioni psicofisiche tali da permettermi di entrare in una chiesa, quindi vi parlo solo attraverso le fotografie... però quasi quasi... cari 5 lettori che mi conoscete (ma perchè solo voi poi, chiunque passi di qui è bene accetto, ci mancherebbe!), perchè non ci andiamo a pranza qualche volta, mantenendoci abbastanza sobri da tenere in mano una macchina fotografica? Dai, per una volta..... In fondo è un servizio all'Architettura... ed al blog... per il web di immagini non se ne trovano affatto!
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