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postato da Ξ lemar il Ξ venerdì, 30 maggio 2008
alle ore Ξ 19:43


Il sentore di esserti lasciata influenzare dal clima di terrore di questa dannata, sicurissima città ce l'avevi già: per il fastidio di passare di notte davanti alla baraccopoli abusiva sotto Tor di Valle, tirata su da povera gente che ha più da temere da te che viceversa; per le passeggiate serali a spasso con te stessa che non fai più da tanto tempo; per il subdolo e disgustoso brivido che ti pervade anche solo un secondo quando interpreti come strani movimenti o sguardi sospetti le normalissime azioni di visi scuri, accenti stranieri, gente diversa. Odiosa parola.
Sensazioni che razionalmente aborri e che non ammetteresti mai, e quando le senti viscide sotto la pelle cerchi di nasconderle il più in profondità possibile.

Però ti rendi conto davvero che la tua concezione del pericolo è diventata una follia quando un tizio gentile che ci prova in metropolitana invece di lusingarti ti mette paura.

E l'ultima cosa che si merita questa città, e che mi merito io, è avere paura.


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postato da Ξ lemar il Ξ giovedì, 06 dicembre 2007
alle ore Ξ 17:55


Roma è una città faticosa. Sporca, slabbrata, dispersa, inutilmente grande senza il respiro della metropoli, arroccata attorno ad un centro in rovina che le ricorda in eterno il bel tempo che fu. Una trappola, una calamita per turisti stregati dall'autorevolezza del Tempo, attorno ai quali la città vera, viva, si estende a macchia d'olio senza disegno, senza luoghi sociali, piazze, connessioni: come se l'avere in eredità il più splendido e profondo aggregato di spazi le impedisse di guardare al presente, e la lasciasse ad arrotolarsi in una morbida ma sofferta decadenza. Invasa dalle auto, dal rumore, si fa violentare sperando che il suo splendore resista agli urti. Sono stanca delle distanze infinite, del traffico, della terza linea del metrò che neppure avanza, di interventi megalomani e degrado totale; rivoglio proporzioni umane, un intorno riconoscibile, scendere di casa e bussare ai miei amici senza avvertirli con ore di anticipo che, trasporti pubblici permettendo, forse un giorno arriverò. Voglio una casa mia, ma questa è un'altra storia. Voglio qualcosa che non è qui, non è ora, ma farne a meno rende tutto più soffocante.

Eppure è in giornate come questa, con mille cose da fare e niente tempo, quando il solito imprevisto ti costringe ad aspettare 2 ore in centro l'apertura di un negozio per avere una stampa forse inutile, che vagare nel suo vecchio cuore stanco e meraviglioso rimette le cose nella giusta prospettiva. Non mi basta, non ha senso avere un tale patrimonio di grandezza se viverlo è cosi difficile; però non c'è niente che mi renda felice come queste strade strette che si aprono su scorci monumentali, l'intonaco dei palazzi ed il granito delle chiese, l'umile che incontra il sublime in una sintesi che è al di là delle parole...

Roma è cosi crudele e preziosa perchè sbandiera le sue ricchezze più vistose per farne merce, e nasconde i suoi tesori raffinati per chi ha il tempo e la fortuna di scoprirli per caso. Ed andando a spasso attorno a piazza Navona, invasa dalle bancarelle,  ti accorgi che c'è un palazzo su via dell'anima totalmente invaso dall'edera, che si fa beffe del suo intorno fastoso; se ti infili nella chiesetta tedesca che ha di fronte, apparentemente anonima, ti trovi in un interno stranissimo, tipicamente nordico, buio e solenne, in cui le navate della stessa altezza dilatano lo spazio dando al sacro un valore austero. Se poi ti avvicini all'altare puoi vedere un quadro, male esposto e peggio illuminato, che è la più alta vetta raggiunta da quel Giulio Romano che sconvolse Raffaello, quando gli dimostrò che la pittura può essere molto più profonda ed oscura di come il classicismo li avesse abituati. Invece dall'altra parte della strada, invisibile tra i palazzi addensati c'è un giardino pensile rinascimentale; un paradiso di verde arrampicato sui tetti, impossibile da raggiungere, che solo dal chiostro della pace si mostra nella sua sorprendente meraviglia. Poco più in là c'è la Biblioteca Angelica, capolavoro settecentesco uscito fuori dalle favole, una volta immensa e luminosa carica di libri antichi fino al soffitto, che dall'esterno è un portone senza alcun valore...

C'è tutto questo, e di più, mi è entrato nel sangue e mi ha indirizzato la vita. Ed è per questo che per quanto le sfugga, per quanto mi faccia soffrire, per quanto la detesti, tra le mille città che ho nel cuore Roma resterà sempre la mia casa.


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postato da Ξ lemar il Ξ sabato, 15 aprile 2006
alle ore Ξ 11:15


Non c'era verso, doveva essere il Colosseo. Perchè ci erano venute apposta a Roma, tra l'altro accordandosi con il fratellone senza dirmi nulla (poi si scoprí con quali scopi ;-)), la cuginetta e la sua amica, e ci erano andate direttamente dalla stazione, mandandomi un breve, esilarante messaggio, sugli uomini e le sciagure che si portano dietro. <Siamo al Colosseo, raggiungici!> era il succo. E Colosseo sia, anche se il mastondonte non è proprio tra le mie opere romane preferite, un elogio alla tradizione rispetto ai voli pindarici del calcestruzzo, peró comunque eccezionale: fondamenta solidissime, muri di travertino, volte a botte spingenti, e quell'intuizione geniale, ma ormai giá consolidata (e giá mostrata alla cuginetta nel teatro di Marcello) dell'ordine architettonico su due fronti, ad incorniciare ogni arcata ed a definire ciascuno dei tre livelli dell'edificio (per ogni livello un ordine, tuscanico, ionico, corinzio); come un'acquedotto incastonato in un tempio greco. Allora arrivo lì di corsa dall'universitá e le trovo giá al quarto giro tutt'intorno, a bearsi della maestositá del gigante, con la cuginetta improvvisata ma preparata guida turistica, a rielaborare parole mie: <Guarda l'arco di Costantino, ai suoi tempi giá 'sti romani non sapevano piú fare belle sculture, vero? Erano arrivati i barbari, la civiltá era in declino. Ed infatti il fregio lá in alto, quello che rappresenta l'imperatore, è proprio brutto, lo facevo meglio io, non ci sono forme, non c'è spessore... Invece quei tondi piú sotto sono bellissimi, perchè non li avevano fatti loro, capisci? li avevano rubati ad un tempio piú antico, uno di quell'imperatore lì, quello intelligente... dai Tizia aiutami, quello che aveva l'amante maschio...> <Adriano...> <Sisi, Adriano!! Ai suoi tempi ancora ci sapevano fare con i bassorilievi>.
E ci mettiamo in fila, mentre le due mattacchione eccitatissime mi raccontano i programmi per la serata (che sará una delle piú strane della mia vita, ma non è argomento del post ;-)) e si guardano intorno rapite dall'immenso contenitore, dai giri di muraglia che lo racchiudono, tra domande assurde <Ma i leoni che mangiavano?> <Chennesó, i cristiani> <Ah certo... e quel sasso lí, quello per terra, quello rettangolare, a che cosa serviva?> e brillanti intuizioni <Quindi questo era tutto di pietra, non come le colonne che mi hai fatto vedere a Pompei, che dentro avevano i mattoni e fuori lo stucco... Vabbè certo, questo era l'edifico piú importante del tempo, doveva essere solido e rappresentativo...>; e finiamo la fila, cominciamo a salire le scalette scomode, e io mi metto un po' dietro per godermi la scena, perchè giá lo so cosa sta per succedere.

 


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postato da Ξ lemar il Ξ giovedì, 29 dicembre 2005
alle ore Ξ 09:20


L'ho rivista dopo tre mesi di lontananza, dopo averla lasciata sola, lei, così splendidamente altera, così affascinante, che non ammetterebbe mai di aver sentito la mia mancanza, che non può, non deve, sentire la mancanza di nessuno, avendone visti passare così tanti dalle sue parti... innamorati o semplici passanti svogliati, che non se la immaginavano proprio una come lei, non così incredibile, e si ritrovano soggiogati, sfiniti, a ridacchiare, a commentare sciocchezze su libretti insulsi, per cercare di arginare quell'onda che li devasta e che non sanno da dove viene. Quell'onda che mi acchiappa tutte le volte, e non solo con lei (la fedeltà non è una garanzia richiesta ai suoi amanti, solo la dedizione assoluta), ma che lei sa rendere così... necessaria. E mi ha accolto con freddezza stavolta, quasi con astio, in fondo infastidita dal fatto che mediti di lasciarla ancora, un vento gelido tra noi a trattenere le prime effusioni, ma poi... io so come prenderla, conosco i lati nascosti e gli angoli bui, i tesori preziosi a cui gli altri passano intorno senza notarli, le sue mille stregate sfaccettature, le stratificazioni che la sua lunga vita le ha lasciato addosso e che lei porta come un vessillo, fiera di sè stessa, fiera del sangue, del dolore, fiera anche delle devastazioni che mi divorano il cuore ma su cui lei sorride sorniona, sapendo che nessuno, mai, potrà distruggerla, ma che neppure il mio amore, tutta la dedizione che potrei darle se avessi, un giorno, la possibilità di consacrarmi solo a lei, potrà cambiare il modo in cui il mondo la sta violentando.... E l'ho scavata, avvinghiata, stretta, cercando di rubare con gli occhi il suo splendore, scoprendo nuove infinite bellezze mai assaggiate, nuovi riflessi, perchè con lei ogni contatto rivela possibilità infinite, e non smetterei mai di nutrirmene, di cercare la sua essenza unitaria, il cuore che la definisca, oppure di sezionarla negli innumerevoli gioielli sfavillanti che la vita le ha lasciato addosso e che lei ha fatto suoi, inglobandoli nel suo profumo e che, ognuno per sè, tutte le altre le invidiano... ma non potrebbero portare con la stessa superba naturalezza.

E dovunque finirò a vivere, in quante altre città del mondo passerò, vivrò, amerò, in ognuna cercherò un pezzo di lei. E mi mancherà.


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postato da Ξ lemar il Ξ lunedì, 08 agosto 2005
alle ore Ξ 10:38


Ve l'ho già detto, no, che questa città è piena di timbri? Anche sotto casa mia, hanno appena creato un tizio che sembra la fotocopia di Marcello Pera (e che vi risparmio per ovvi motivi di decoro, c'è già la mia pancia a dare un tono poco raccomandabile a questo blog ;-))... Però questo è il mio preferito: a via Cavour, un po' prima di Bandiera, il negozio di musica che vende tutte quelle cose magnifiche che non potrò permettermi mai (devo riprendere a suonare G.... ho ricominciato a disegnare dopo un sacco di tempo, ritornerò anche alla mia chitarra), stampato per terra, in modo da non coinvolgere quella pedante rompiscatole della mia coscienza in una dura battaglia sulla liceità o meno delle scritte sui muri (che poi dipende da che scritte e da quali muri, ma questo è davvero un problema non da poco...)... E mi piace lo stile semplificato, l'aver rubato il più banale dei simboli ed averlo trasformato in una caricatura, l'umorismo scanzonato ma non per questo meno efficace, che lascia all'evidenza dell'immagine tutta la carica eversiva della condanna... che non ci frega nulla di stare a spiegare cos'è che non va nella svastica, che cosa rappresenta, e perchè va eliminata, noi la buttiamo e basta....
 
Fra un po' si cancellerà, subirà l'influsso del tempo e del calpestio dei passanti (chè se pensate che qualcuno lavi mai la strada state freschi), ma spero che non ne abbiano perso lo stampo... perchè certo lo ha disegnato qualcuno con un pennello ed un po' di precisione, ma io mi immagino davvero un timbro fuori misura, uno di quelli di legno, col manico cicciotto, e un paio di omini sotto che lo trasportano in giro per la città, a diffondere il morbo dell'ironia... e chissà che non li incontri, un giorno....


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postato da Ξ lemar il Ξ martedì, 02 agosto 2005
alle ore Ξ 12:05


Una volta ho chiesto ad un amico, uno che stimo moltissimo, benchè ultimamente ci vediamo poco, quale fosse la sua piazza preferita di Roma: lui ci ha pensato su un momento, nemmeno tanto per la verità, e mi ha detto piazza Sant'Ignazio... e all'inizio la cosa mi ha fatto sorridere, perchè sembrava la classica risposta da studente di architettura che vuole fare quello colto ed originale e mica ti può rispondere piazza navona, sarebbe troppo banale.... ;-))

Invece, andandola a rivedere con più calma, e ripassandoci ieri, ho capito che non potevo aspettarmi altra risposta da uno come lui; perchè, se le città storiche sono l'accumulo dei detriti che ogni epoca lascia dietro di sè, che si saldano ed incastrano gli uni con gli altri, come se una linea di sviluppo consapevole avesse guidato la mano di ogni singolo mastro costruttore, di ogni muratore, di ogni artigiano che ha voluto costruirsi la casa con le sue forze, mai a caso, ma adattando se stessi alle esigenze dei luoghi ed i luoghi alle proprie esigenze, in maniera istintiva ma perfetta, come cresce una pianta, o come si avvolge in spire la più bella conchiglia, bhe, questa piazza è diversa.... Nasce dal gesto singolo, pienamente cosciente, di un uomo solo, un Architetto (il simpatico Filippo Raguzzini, che non sarà stato un sommo vate, ma era un gran professionista), che, trovatosi di fronte ad un'area slabbrata, priva di margini, appesantita dalla mastodontica facciata della chiesa di Sant'Ignazio, la rallegrò, la mosse, la rese spaziosa e vitale con le sue case d'appartamento, edifici prettamente borghesi in pieno 700 e non più palazzi gentilizi, dalle linee curve e sinuose, che si intersecano, si combinano, modellando l'invaso urbano come una quinta teatrale... o come il salotto buono di qualche ricca dama, perchè i burrò, come li chiamano, con una divertente deformazione del francese bureau, sembrano proprio degli armadi rococò, leziosi ed eleganti, con il bellissimo intonaco arancio vivo decorato da sottili modanature bianche... e non c'è modo di fotografarla la piazza, perchè ogni prospettiva si infrange nelle mille visioni possibili, negli infiniti punti di vista (se avete seguito il link, la foto di wikipedia è fatta con il grandangolo che la fa sembrare uno spazio immenso, mentre è molto più piccola in realtà), accarezzando i profili delle case, la loro morbidezza, il gioco degli incastri di volumi...

Se mai ci doveste passare, girovagando attorno al Pantheon, dopo esservi beati di questi strani palazzi tutti curve provate ad entrare nella chiesa ed a guardare in alto: troverete una delle più folli rappresentazioni del Paradiso ad attendervi...



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postato da Ξ lemar il Ξ sabato, 16 luglio 2005
alle ore Ξ 09:14


Ieri è stata una giornata infame, passata a litigare con file di conversione, programmi che non posso non usare perchè sono gli unici a darmi la resa che voglio, il plotter del centro copie che aveva deciso di dare un effetto shocking alle mie tavole, trasformando il parco nella visione di un trip di lsd (ma la planimetria psichedelica è piaciuta a tutti, la porterò lo stesso all'esame), mentre la metà dei miei file non venivano aperti, anche perchè con errori grossolani li avevo appesanti inutilmente.... ma per fortuna salvata in extremis, sull'orlo di una crisi di nervi, da un uomo con la testa sulle spalle e un gran cuore e dal suo fedele ma ormai devastato portatile, spremuti fino al midollo per trovare un modo di aprire il lavoro mancante, mentre io, con il mio sciocco nervosismo, non è che proprio mi rendessi utile (e adesso che sono entrata a far parte ufficialmente della schiera di rompiscatole che ti infestano l'esistenza, un bel piatto di profiteroles come ricompensa mi sembra il minimo sindacale... ma poi il dolce sceglilo tu, chè io ho una teoria secondo cui classifico le persone in base alle torte che preferiscono ;-))
 
Bhe dopo tutto questo, mentre me ne ritornavo a piedi fino alla Piramide Cestia causa sciopero dei mezzi (le disgrazie non vengono MAI sole, non lo sapevate?), allungando di molto la strada nella speranza di incrociare un ultimo autobus che mi accorciasse il tragitto, mi sono ritrovata davanti alla spianata del Circo Massimo.
E a vederlo così, deserto, con l'erba secca e le sporcizie abbandonate dal Live8 e non ancora eliminate del tutto, eppue così fiero nella sua desolata malinconia, con quel senso di pace assoluta acuito dal suono lontano del bongo di qualche ragazzo, mentre gli splendidi alberi che lo bordano, con il contrasto tra verde intenso e compatto delle chiome fitte (ed ora qualcuno ne riconosco, tra lecci, pini, platani, pioppi cipressini... mi stanno appassionando le piante ;-)) ed il miele dei resti del Palatino, creano un'atmosfera intensa e bellissima... e attraversandolo, giungendo a quell'assurdo ma bellissimo cipresso piantato al centro, da solo, mi sono sentita così piccola.... tutti i miei pensieri, la mia testa, il mio corpo, il mio cuore, così superbi nel cercare chissà quale posto nel mondo...
Poi il tramonto ha colorato tutto di rosa, ed io sono rimasta a bocca aperta a guardare il Ceio farsi sempre più scuro.
 
Potrò viverci per sempre, o abbandonarla domani, ma lo stupore sarà sempre il sentimento che mi accompagnerà girando per le sue strade... e mi riempirà il cuore...


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postato da Ξ lemar il Ξ venerdì, 10 giugno 2005
alle ore Ξ 01:08


BAR CANOVA

Se vi capitasse di trovarvi a spasso per la Città Eterna, dalle parti di Piazza del Popolo, e, stanchi ed affaticati per il troppo camminare tra le sue meraviglie, aveste voglia di un caffè, bhe, non fermatevi da quei ladri matricolati che circondano la piazza, che preparano una roba che pare risciacquatura di piatti e la fanno pagare a peso d'oro: imboccate piuttosto via del Babuino, proseguite per un centinaio di metri e, di fianco alla splendida chiesa di S. Attanasio dei Greci, che riscopre il gusto per il mattone a vista in un periodo, il finire del 500, in cui questo materiale era posto totalmente in secondo piano, troverete uno strano edificio, tutto bianco, che sembra la casetta di campagna di qualche fiaba dei Grimm; provate ad entrarci e.....
scoprirete uno dei più affascinanti ibridi tra un museo gratuito ed un bar, ricavato nell'ex studio di Canova e donato al suo allievo Tandolini, in cui sono conservate le opere di entrambi, tra tavolini e tazze di the, in una splendida fusione, che recupera un'atmosfera fin de secle,  tra il luogo di lavoro, completamente invaso da sculture, bozzetti, calchi, con quell'horror vacui tipicamente romantico, in cui l'enorme statua a cavallo che accoglie i visitatori all'ingresso si sposa felicemente con le delicate riproduzioni delle Grazie, e spazio di ristorazione, che ha il suo cuore nell'ampio bancone, ma si dirama, con le morbide sedie imbottite rivestite di velluto e i tavoli di legno, per tutto l'ambiente...
 
Lo so che l'idea è un po' naif e che il risultato è, per certi aspetti, quasi eccessivo, goffo, disordinato più che elegante; però la possibilità sfruttare un luogo così denso di storia e di arte, mettendo a disposizione di tutti un patrimonio inestimabile di opere, che si possono ammirare e toccare in piena libertà, perdendosi in quell'abbondanza così confusa ma così inebriante, davvero coglie il senso del RIUSO, chè restaurare un edificio significa renderlo fruibile in nuove forme, non trasformarlo in una tomba.
 
Ah, e il cappuccino è buonissimo!
 
Ora qualche immagine dell'interno:

       
        


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postato da Ξ lemar il Ξ lunedì, 30 maggio 2005
alle ore Ξ 18:24



IL TEMPO DEI MATTONI....

L'immagine attuale degli edifici romani (questa è la domus augustana sul palatino vista dai fori, un altro dei luoghi straordinari, ma purtroppo bistrattati di questa città traboccante bellezza che a volte sembra avere davvero troppo da offrire), con il loro paramento in laterizio (opus testaceum, dice la maestrina, chè l'opus latericium sono i mattoni crudi, d'argilla, chissà perchè) è totalmente falsato, poichè le costruzioni antiche erano perlopiù coperte di lastre di marmo o stuccate, arricchite, a volte, da una pesante decorazione pittorica a tinte accese (un bel po' kitsch, diremmo adesso!). Il rivestimento di mattoni (che diventerà molto usato solo verso la fine dell'Impero perlopiù per edifici con funzioni utilitaristiche, come i mercati di traiano) segno evidente dei successivi saccheggi e dell'inevitabile degrado delle costruzioni, però, conferisce loro doti di austerità, sobria monumentalità, decoro, che sono considerate tra le maggiori qualità dell'architettura romana; quindi lo scorrere del tempo e le modificazioni che esso comporta possono mettere in luce nuovi aspetti, creare inedite ispirazioni.




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postato da Ξ lemar il Ξ venerdì, 13 maggio 2005
alle ore Ξ 05:51


CLOCKWORK ORANGE

Non so se l'ho notato solo io, ma questa città si sta riempiendo di timbri. Sì, i timbri, quelli per siglare i documenti, quelli per chiudere le lettere con la ceralacca (la ceralacca! ecco una cosa che mi ha sempre affascinato! il colore, la consistenza burrosa quando si riscaldava.... ma sto divagando, come al solito!), però in questo caso sono grandi come stemmi e decorano muri, fermate dell'autobus, facciate di palazzo, metropolitane...... Ma dove si compreranno? Oppure questi nuovi writers postmoderni, che si esprimono con simboli in serie, se li fabbricano da soli? A parte tutto, il mio preferito tra quelli che ho visto rimane questo qui: il bambino dalla faccia d'angelo alla fermata della metro palasport, cancellato ogni mese ma sempre rifatto in un posto diverso..... ma guardatelo bene, non vi ricorda qualcuno? Diamine, non è Alex da piccolo, prima che il Lattepiù e LudovicoVan gli regalassero il suo sorriso sardonico, ma con la stessa capigliatura anni 70, con gli stessi occhi di ghiaccio pieni di lucida follia?
 
Vabbè, forse me lo sto sognando.... ma che vi devo dire, questo ragazzino non mi convince.... diventerà una testa calda..... affascinante, però!



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