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postato da Ξ lemar il Ξ venerdì, 13 giugno 2008
alle ore Ξ 07:07


Astenersi perditempo e brontoloni annoiati dalla mia logorrea: questo è un post di servizio. Perchè va bene prendere in giro i più fantasiosi cercatori di Google, ma non posso restare indifferente al numero spropositato di studenti che vorrebbero un commento al XXXV Canto del Canzoniere di Petrarca e si trovano il testo nudo e crudo senza neppure una parola, e chissà perchè pubblicai così.
In fondo siamo in periodo di esami e vien voglia di essere più buoni, in fondo questa è una delle mie poesie preferite, in fondo è proprio così che mi sento ogni tanto ultimamente, in qualche angolo nascosto del cuore, anche se non è assolutamente il caso ed il pensiero ha risvolti comici e patetici che le emozioni non riescono a capire. Le emozioni sono patetiche per definizione, e non hanno senso dell'umorismo.

Quindi veniamo a noi cari ragazzi, e vediamo cosa diamine ha da dire a voi, ed a me, un antipatico snob che 700 anni fa non aveva meglio da fare che raccogliere 366 (366!!!!!!!!!) poesie su una tipa che manco se lo filava. E le considerava pure una cosa di poco conto, rispetto ai suoi favolosi componimenti in latino di cui nessuno, spero, conserva memoria...
Intanto, la tipa era bellissima. Non nel senso di eterea e spirituale come l'amore platonico di uno stilnovista, un mero ponte verso Dio (non so voi, ma se mi paragonassero alla Madonna io un po' mi offenderei, ed ovvio che Beatrice con Dante fosse cosi restia), ma in un senso concreto e reale fatto di pelle, di odore, di passione. Laura non è un santino da venerare da lontano, Laura è la prima donna di carne e sangue che ti fanno studiare dopo la Lesbia di Catullo (le donne di Ovidio e Properzio non contano, erano tutte puttane). Solo che non ci sta. Chissà perchè. Era sposata con un altro, probabilmente, o Petrarca era davvero supponente e pignolo come sembra. O forse non è mai esistita, ma questo non conta nulla. Non ci sta, ed il nostro povero poeta si ritrova a desiderarla con una violenza che forse spaventa anche lui, la sogna la notte e la vede di giorno, dappertutto, così ossessionato da perdere la cognizione del tempo e dello spazio. Vi suona, eh? E come ogni amante respinto, si sente il più derelitto e triste del modo, arrogandosi il diritto di essere meschino e scorbutico, quasi che non ricambiare l'amore fosse un gesto di profonda maleducazione. Il mondo è pieno di maleducati, evidentemente.
E perciò se ne va a spasso da solo per potersi piangere addosso in libertà, per potersi dire quanto è povero e piccolo e disperato e c'è mai stato al mondo qualcuno più sfortunato di me? Evitando di farsi vedere dalla gente, perchè come ogni sano cuore infranto è convinto di camminare con un segno rosso sul petto che lo renda subito riconoscibile e pronto allo scherno o alla pena; già li vede i passanti puntarlo e sussurarsi "ah ma è lui quello rifiutato da Laura! Ammazza lei è stato pure con Tizio... si vede che è proprio uno sfigato." Solo che starsene per conto proprio non è il modo migliore per scacciare i pensieri molesti, ma è anzi un ottimo veicolo per farli fermentare, ingigantire, spremere veleno goccia a goccia... Ma anche questo serve, a volte.

Fin qui, la storia la conosciamo già, perchè presto o tardi ci siamo passati tutti. Solo che se sei un poeta probabilmente passeggiare non ti basta, e di tutte le attività autolesioniste ma divoratrici di energie in eccesso a cui potresti dedicarti, decidi che scrivere è la più salutare. Meglio di tagliarti le braccia con le lamette, o smettere di mangiare, o ubriacarti da solo. Ma siccome, lo abbiamo capito, essere compatito a Petrarca dà fastidio, il nostro eroe riesce a dare alla sua passione distruttiva la più elegante, universale e morbida delle forme. Si inventa anche una lingua apposta, la leviga per anni, smussando gli spigoli e distillando solo le parole perfette, quelle che non potevano che essere li. Una lingua che trasforma il tormento in imagini delicate, che dà ragione dei colori, dei suoni, del ritmo dei passi, del paesaggio attorno. Una lingua su cui 700 anni di storia sembrano non essere passati, e la nostra maniera di pensare, di sentire, la cultura di questo paese a livello più profondo del casuale fatto di esserci nati, in chissà quanto deriva proprio da qui.

E visto che mi piace tanto la pubblico di nuovo:

Solo et pensoso i piú desert campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l'arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d'alegrezza spenti
di fuor si legge com'io dentro avampi:

Sì ch'io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, che'é celata altrui.

Ma pur sí aspre vie né sí selvagge
cercar non so ch' Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co'llui.


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