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postato da Ξ lemar il Ξ martedì, 06 maggio 2008
alle ore Ξ 07:42


Sabato. Interno.
Io: "Se stanotte quando torno ti sveglio, mi dai un bacio?"
Mi nipotina 8enne: "Mm... Si. Però cerca di non svegliarmi."


Mi ha chiesto se mi ricordo quando è nata, la fanatica bambina che ha riempito la casa per una settimana, e cosa stessi facendo visto che ero a Roma e lei a Milano. Ovvio che mi ricordo cosa stessi facendo. Appena è arrivata la telefonata sono scappata da Fabio senza neppure mettermi la giacca, sono corsa a dirgli che la figlia di mia cugina era li, da qualche parte, era viva, e lui s'è lasciato andare ad uno di quegli assurdi slanci di paternità, cosi ridicoli e cosi teneri a diciott'anni, ricamando previsioni sugli occhi dei nostri futuri pargoli. Ma io ero maliconica. Pensavo che quella pelle come la mia sarebbe cresciuta lontano, ci saremmo viste pochissimo, ed a malapena si sarebbe ricordata per le feste comandate di avere una zia (si lo so, figlia di mia cugina forse è mia cugina, ma per me è mia nipote, ok?) da qualche parte che per la sua venuta al mondo preparò pannelli di pasta di sale e cucì pupazzetti di stoffa.

Invece le cose sono andate diversamente perchè i sentimenti prendono strane vie, oppure perchè certe strade sono già tracciate e basta solo percorrerle. Ed allora come sua madre con la mia, come io con la sua, come spero lei con mia figlia se mai ci sarà, ci siamo ritrovate legate da un affetto che la distanza paradossalmente acuisce: lontane fisicamente, per età, per attitudini.
E rido per essere cosi attaccata a questa bambolina capricciosa, irriflessiva e già superficiale che giudica i passanti dagli abiti, passa tre ore a vestirsi e non mi fa uscire se non sono perfettamente truccata ("ma se la gente ci vede cosi, ti pare che crede che ci conosciamo???"); che può avere tutto ma non fare nulla, che non sa stare da sola, che se viene sgridata si arrabbia per principio anche quando capisce di avere torto, che ha intuito come essere il centro di un mondo di adulti che traggono da lei la loro ragione di vita la renda infinitamente potente. Troppi pochi bambini nella sua vita, troppo controllo, troppo ipocrita conformismo ("questo non sta bene, questo non si fa, questo non è educato, ecc ecc ecc ").

Eppure è fantastica la curiosità con cui vuole appropriarsi del mondo, scandagliarlo secondo orizzonti che agli adulti sembrano scontati o assurdi ed invece aprono incredibili spiragli all'interpretazione, e non c'è niente che a me piaccia più che rispondere ai perchè. Raccontare storie. E non c'è nessuno che mi ascolti con tanta avida soddisfazione, come se non ne avesse mai abbastanza. Adoro la sua allegria, la spensieratezza trattenuta che esplode se solo le dai un po' di corda, le risate, l'ansia infantile con cui vorrebbe già essere grande mantenendo i privilegi di bambina: e allora per farla divertire divento un suo giocattolo, le facco mettere tutti i miei vestiti, mi faccio pettinare e truccare e disegnare le mani. Le spalanco l'infinità di colori e forme ed oggetti incredibili e macchine strane e strumenti e paste da modellare e pittura e pennelli e cera di ogni tipo e stencil e matite e pastelli e legno e cartone che tra il modellista casinista che mi fa da padre ed io abbiamo accumulato in anni di onorata carriera da devastatori disordinati di appartamenti borghesi.
Vorrei regalarle qualcosa della mia infanzia, che è stata felice.


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