Di là, dopo sei giorni e sette notti, l'uomo arriva a Zobeide...
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postato da Ξ lemar il Ξ venerdì, 30 maggio 2008
alle ore Ξ 19:43


Il sentore di esserti lasciata influenzare dal clima di terrore di questa dannata, sicurissima città ce l'avevi già: per il fastidio di passare di notte davanti alla baraccopoli abusiva sotto Tor di Valle, tirata su da povera gente che ha più da temere da te che viceversa; per le passeggiate serali a spasso con te stessa che non fai più da tanto tempo; per il subdolo e disgustoso brivido che ti pervade anche solo un secondo quando interpreti come strani movimenti o sguardi sospetti le normalissime azioni di visi scuri, accenti stranieri, gente diversa. Odiosa parola.
Sensazioni che razionalmente aborri e che non ammetteresti mai, e quando le senti viscide sotto la pelle cerchi di nasconderle il più in profondità possibile.

Però ti rendi conto davvero che la tua concezione del pericolo è diventata una follia quando un tizio gentile che ci prova in metropolitana invece di lusingarti ti mette paura.

E l'ultima cosa che si merita questa città, e che mi merito io, è avere paura.


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postato da Ξ lemar il Ξ mercoledì, 28 maggio 2008
alle ore Ξ 13:42


Si stupivano tutti dei panni appesi alle finestre, chissà perchè. Prima che spazzatura tornasse a riempire della cronaca, ovviamente. Come se i panni fossero qualcosa di necessario ma un po' vergognoso, che le altre città tengono nascosto. Ed allora il fatto che qui siano dovunque forse è indicativo: non solo del tessuto medievale di vicoli stretti e palazzi alti, dove lo spazio per mettere uno stendino altrove proprio non c'è, ma anche dell'assoluta naturalezza di far proseguire la tua finestra fino a quella del tuo vicino.
In centro, a Napoli, ho sempre pensato che la casa finisse oltre una corda di lenzuola e tovaglie, se sei una persona timida; se sei socevole, invece, la casa si prende l'intero palazzo, la corte interna, l'immenso androne e il vicolo di fronte, ed il quartiere e tutta la città, fermandosi davanti al mare solo perchè oltre non ce n'è. Che poi dire "centro", qui, non significa nulla: non ho mai visto una città il cui cuore sia più frastagliato ed irregolare, più spezzettato in mille episodi incoerenti, eppure incredibilmente incastrati. Magari perchè è una successione di colline e valli attorno alla conca del golfo, ed ogni spiazzo, ogni crinale è un mondo a sè; oppure perchè qui il tempo non butta via niente ma sovrappone e cementifica, dando un senso anche al brutto, anche ad orrendi grattacieli accanto a palazzine del settecento, anche a chiese medievali che fronteggiano viadotti carrabili. Lo so che si protebbe dire di qualsiasi altra città, ma qui è.... di più.
Qui dalle mulattiere dei quartieri spagnoli, cosi strette che in due ci passi solo abbracciati, guardi la collina verdissima di Castel Sant'Elmo o ti infili nel caos dei negozi di via Toledo e giù, fino all'elegante curva fin de secle di Chiaia; qui da un angolo di piazza Dante, esedra ottocentesca dominata dalla facciata imponente e pesantissima del Convitto, imbocchi una stradina e ti ritrovi in un altro mondo, tra vicoli e bancarelle di libri, stretti da palazzi altissimi i cui androni aperti rivelano splendidi, inaspettati cortili monumentali. O chiese che per farsi notare si alzano su scalinate infinite, o si chiudono attorno a chiostri in cui il mondo si ferma, o costruiscono la più bella piazza che un abside sia in grado di realizzare. Ma basta scendere verso il mare per allargarsi di nuovo in un viale immenso tutto dritto, cosi inaspettato in questo tessuto densissimo da essere chiamato "il Rettifilo"; seguendolo fino alla fine, tenendo la sinistra sempre verso il mare, si rivela l'angolo di piazza Trento e Trieste: uno di quegli snodi cosi perfetti solo perchè a farli è stato il tempo, perchè chi l'avrebbe pensato che la Galleria, il Maschio Angioino, le palme, il palazzo Reale, il San Carlo, il mare, il porto, San Francesco di Paola, il sole, da qui sarebbero stati tanto belli. E poi c'è il mare, che non ho nominato ancora abbastanza, la scogliera gialla d'arenaria che sostiene Castel dell'Ovo, la collina di Posillipo, il golfo che solo standoci dentro percepisci nel suo insieme, Capri in lontananza con la sua forma di donna addormentata. Il mare qui è ovunque, anche sulle alture, anche negli spazi chiusi, lo respiri assieme allo smog e ti resta attacato alla pelle.

A Napoli, se scendi alla Sanità, tra edifici pericolanti e case costruite sotto un ponte autostradale (bellissimo però, tutto di mattoni, altro che tangenziale di Roma), che non vedono mai luce, trovi scaloni vanvitelliani, facciate di Sanfelice il cui elegante astrattismo anticipa e supera il razionalismo settecentesco, una chiesa che è un gioiello e chissà che l'ha progettata. A Napoli la via più elegante dello shopping ha la pendenza di una strada di montagna, e la raggiungi in funicolare.

E gli amici mi chiedono come può piacermi una città che vedono solo in televisione, una città che immaginano come una montagna di spazzatura sopra terreni contaminati. Ed hanno anche ragione sotto certi aspetti, ma non come pensano, come non hanno assolutamente idea: amo Napoli perchè è densa, viva, pulsante e sporca e devastata e meravigliosa. Amo Napoli perchè è mille città e nessuna. Amo Napoli perchè c'è il meglio ed il peggio e non sai come districarli. Amo Napoli perchè mi assomiglia, più di quanto sappia ammettere.


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postato da Ξ lemar il Ξ venerdì, 09 maggio 2008
alle ore Ξ 09:54


Il primo, qui. Forse non hanno niente a che vedere, forse si. Dentro di me sono la stessa cosa. Poi mi metto a parlare di politica, lo prometto ;-))

Ascoltare. Lei sapeva ascoltare. Glielo avevano insegnato mille parole già dette, mille pensieri che non trovavano espressione se non nel contatto. Sospendere la vita trattenendo il respiro. Sentire la voce di lui distillare veleno nelle vene con la grazia del velluto, assorbire dolore, rabbia, desiderio, passione, altri visi, altri corpi, lasciarseli scorrere sotto la pelle come se non fossero reali, come se i loro contorni si disperdessero oltre i confini del racconto. Lui esiste solo quando parla con me. E poi, da sola, colorare le storie lasciate in sospeso dando rilievo agli accenni, tingendoli di perversa oscurità. Torturarsi i sogni, sentendo il desiderio divorarle la carne e annebbiarle la vista. Gelosia è odiare qualcuno di cui neppure conosci il colore degli occhi.

She was looking into my eyes with that way she had of looking that made you wonder whether she really saw out of her own eyes. They would look on and on after everyone else's eyes in the world would have stopped looking.
(...) "It's funny," I said. "It's very funny. And it's a lot of fun, too, to be in love."
"No," she said. "I think it's hell on earth."
"It's good to see each other."
"No. I don't think it it."
"Don't you want to?"
"I have to."

(...) It's awfully easy to be hard- boiled about everythig in the daytime, but at night it's another thing.
(Fiesta, Hernest Hemingway)


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postato da Ξ lemar il Ξ martedì, 06 maggio 2008
alle ore Ξ 07:42


Sabato. Interno.
Io: "Se stanotte quando torno ti sveglio, mi dai un bacio?"
Mi nipotina 8enne: "Mm... Si. Però cerca di non svegliarmi."


Mi ha chiesto se mi ricordo quando è nata, la fanatica bambina che ha riempito la casa per una settimana, e cosa stessi facendo visto che ero a Roma e lei a Milano. Ovvio che mi ricordo cosa stessi facendo. Appena è arrivata la telefonata sono scappata da Fabio senza neppure mettermi la giacca, sono corsa a dirgli che la figlia di mia cugina era li, da qualche parte, era viva, e lui s'è lasciato andare ad uno di quegli assurdi slanci di paternità, cosi ridicoli e cosi teneri a diciott'anni, ricamando previsioni sugli occhi dei nostri futuri pargoli. Ma io ero maliconica. Pensavo che quella pelle come la mia sarebbe cresciuta lontano, ci saremmo viste pochissimo, ed a malapena si sarebbe ricordata per le feste comandate di avere una zia (si lo so, figlia di mia cugina forse è mia cugina, ma per me è mia nipote, ok?) da qualche parte che per la sua venuta al mondo preparò pannelli di pasta di sale e cucì pupazzetti di stoffa.

Invece le cose sono andate diversamente perchè i sentimenti prendono strane vie, oppure perchè certe strade sono già tracciate e basta solo percorrerle. Ed allora come sua madre con la mia, come io con la sua, come spero lei con mia figlia se mai ci sarà, ci siamo ritrovate legate da un affetto che la distanza paradossalmente acuisce: lontane fisicamente, per età, per attitudini.
E rido per essere cosi attaccata a questa bambolina capricciosa, irriflessiva e già superficiale che giudica i passanti dagli abiti, passa tre ore a vestirsi e non mi fa uscire se non sono perfettamente truccata ("ma se la gente ci vede cosi, ti pare che crede che ci conosciamo???"); che può avere tutto ma non fare nulla, che non sa stare da sola, che se viene sgridata si arrabbia per principio anche quando capisce di avere torto, che ha intuito come essere il centro di un mondo di adulti che traggono da lei la loro ragione di vita la renda infinitamente potente. Troppi pochi bambini nella sua vita, troppo controllo, troppo ipocrita conformismo ("questo non sta bene, questo non si fa, questo non è educato, ecc ecc ecc ").

Eppure è fantastica la curiosità con cui vuole appropriarsi del mondo, scandagliarlo secondo orizzonti che agli adulti sembrano scontati o assurdi ed invece aprono incredibili spiragli all'interpretazione, e non c'è niente che a me piaccia più che rispondere ai perchè. Raccontare storie. E non c'è nessuno che mi ascolti con tanta avida soddisfazione, come se non ne avesse mai abbastanza. Adoro la sua allegria, la spensieratezza trattenuta che esplode se solo le dai un po' di corda, le risate, l'ansia infantile con cui vorrebbe già essere grande mantenendo i privilegi di bambina: e allora per farla divertire divento un suo giocattolo, le facco mettere tutti i miei vestiti, mi faccio pettinare e truccare e disegnare le mani. Le spalanco l'infinità di colori e forme ed oggetti incredibili e macchine strane e strumenti e paste da modellare e pittura e pennelli e cera di ogni tipo e stencil e matite e pastelli e legno e cartone che tra il modellista casinista che mi fa da padre ed io abbiamo accumulato in anni di onorata carriera da devastatori disordinati di appartamenti borghesi.
Vorrei regalarle qualcosa della mia infanzia, che è stata felice.


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postato da Ξ lemar il Ξ venerdì, 02 maggio 2008
alle ore Ξ 09:07


Mentre mi arrotolavo attorno all'ombelico, non crediate, anch'io mi sono accorta che l'Italia si è tinta di nero corvino: al nord 300.000 matti furiosi rispondono all'appello del loro capo che ormai va a batterie; al sud si riforma il regno delle 4 Sicilie (Camorra, Cosa Nostra, 'Ndrangheta, Sacra Corona Unita) con capitale Napoli, che è una tale distesa di armi chimiche da poter conquistare un intero continente; al centro Roma supera i fasti del Ventennio dotando di kalashnikov anche gli impiegati postali.

In questo clima di terrore, in cui la guerra civile sembra alle porte, diverse possibilità si affacciano oltre a quelle già prospettate in tempi non sospetti (e se qualcuno se le rilegge e mi fa di nuovo l'apologia della zitellaggine ciociara, giuro che lo trascino legato nella piazza centrale di Treviso con un cartello attorno al collo che lo indica quale "romeno, musulmano, gay e comunista"):

- come luogotenente del babbo, dopo sei mesi di corso accelerato di guerriglia in Colombia, torno ad organizzare bande armate di contrabbando di viveri e celle ad idrogeno (siamo pur sempre ecologisti) addestrando i suoi alunni ad evitare di spararsi nei pantaloni; decidendo di dare una svolta politica alla lotta, mi innamoro pazzamente dello splendido capo di un gruppo paramilitare eversivo, presuntuoso e pieno di sè, che non mi degna di uno sguardo. Morirò per fargli scudo col mio corpo, scoprendo in fin di vita che il nostro uomo è una spia del Nemico e nipote di Borghezio (ovviamente adottato).

- schifata da questo paese di pazzi, mi trasferisco in Marocco rapita dagli occhi enormi e dai modi languidi di un magrebino scavato dal sole; ammorbidita dall'uso smodato di marijuana e conquistata dalla promessa di ristrutturare lo splendido riad tradizionale in cui vive, lo sposo (orrore!) e scopro con raccapriccio di essere l'ultima di 70 ingenue idiote provenienti da ogni parte del mondo, tenute segregate in cantina a tessere kilim. Presa da un rigurgito di orgoglio ferito, comando la rivolta delle mie compagne di sventura, ammazzando il bastardo profittatore e distruggendone la casa, avendo capito finalmente che l'architettura, diamine, non è motivo sufficiente a rovinarsi la vita. Fuggirò in Australia con le altre aprendo una catena di ristoranti multietnici, riuscendo però a malapena a dar da mangiare ai nostri 300 figli.

- appena laureata trovo lavoro in Baviera collaborando al progetto di un quartiere ecologico partecipato ed autocostruito; mi innamoro di un simpatico collega, ci trasferiamo li, facciamo 3 figli, siamo felici. Si scoprirà che l'impianto di cogenerazione a biogas, vanto dell'insediamento, è in realtà alimentato a rifiuti tossici provenienti dalla fabbriche del nordest italiano e smaltiti illlegalmente dal sindaco (il cui vero cognome non è Schmidt ma Piscopo); moriremo tutti di cancro all'intestino prima dei quarant'anni, ma ne sarà valsa la pena. Forse.


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