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mercoledì, 30 gennaio 2008
alle ore Ξ
17:44
Il questi giorni la pagina de "El Pais" sulla politica italiana è assolutamente uno spasso. Non la considero deprimente, non ho voglia di vergognarmi del puro caso di vivere in questo paese, respirarne l'atmosfera, contribuirne mio malgrado a farne quello che è. Preferisco riderne. Allora, visto che l'avevo promesso, ho tradotto l'aricolo che in questi giorni mi è sembrato più esilarante, con l'Udeur come protagonista. Perdonate lo stile, la traduzione è atto d'amore che presuppone incredibile dedizione, ed oggi è il primo giorno di sonnacchiosa vacanza (ma domani, tesi).
Il suo giornale si chiama "Il Nuovo Campanile". Molto in accordo con i valori del cristianesimo e della democrazia. Anche nel simbolo del partito c'è una torretta con la sua campana parrocchiale. I suoi militanti vengono dalla tradizione democristiana del taxi, conosciuta bene in Spagna; partiti che non hanno bisogno di un autobus per andare in Parlamento. In questo caso, parenti: coniugi, suoceri, cugini... La sociologia del partito si identifica con i suoi principi: la famiglia in cima a tutto. Il suo segretario generale si reca a piazza San Pietro per difendere la famiglia o il Papa dagli attacchi dei laici, come successe la scorsa domenica.
Questa è l'Unione dei Democratici d'Europa, l'Udeur, piccola formazione sorta dall'esplosione della democrazia cristiana e diretta da un personaggio esuberante e peculiare. Meridionale, esagerato, istrionico, Clemente Mastella potrebbe essere un protagonista delle commedie di Eduardo De Filippo. La sua signora, Sandra, presiede del consiglio regionale della regione Campania, e anche lei avrebbe buone possibilità di partecipare a una commedia di costume: cucina la pasta come nessuno, ma soprattutto fa in modo che familiari e conoscenti si collochino facilmente nella sanità pubblica regionale. La distribuzione di incarichi e prebende nella quale si sono tradizionalmente sforzati i grandi partiti si è convertita, da ciò che sembra, in una specialità dell'Udeur. La giustizia si è interessata al caso ed ha decretato gli arresti domiciliari della signora, cosi come di altre 22 persone, suocero incluso.
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giovedì, 24 gennaio 2008
alle ore Ξ
05:35
 Qualche giorno fa, all'Auditorium, ho visto una conferenza su clima ed inquinamento. Estremamente interessante, anche se agghiacciante come tutte notizie legate all'ambiente (ma qua ci piace farci del male): un vecchio e simpatico prof. indiano, emigrato negli Stati Uniti per guidare automobili fuoriserie (ma poi da bravo ecologista ha cominciato a prendere l'autobus), raccontava della relazione tra la nuvola di smog che avvolge il pianeta ed il riscaldamento globale. Sostenendo, dati alla mano, che paradossalmente l'inquinamento, riflettendo i raggi del sole, ci protegge da una variazione di temperatura che altrimenti sarebbe ancora più evidente. Insomma, o ci teniamo la sporcizia, o moriamo di caldo.
Ma non è stato questo l'elemento più interessante del pomeriggio. La cosa che mi ha davvero colpito è stato il coinvolgimento del pubblico, che non ho mai visto tanto partecipativo, aperto al dialogo, attento ed appassionato. Era evidente che fossero tutti molto bene informati, per la logica secondo cui le notizie raggiungono solo chi le sa già; però dalle domande è emersa una questione delicata e controversa.
L'idea, condivisa da moltissimi, che per salvare il pianeta bisogna soffrire. Soffocarsi, reprimersi, farsi violenza. Rinunciare a tutto.
Un'idea che non solo è sbagliata, ma anche politicamente controproducente. Chi diamine può seguire dei pazzi che sostengono che, per essere ambientalisti, bisogna smettere di lavarsi, non fare più figli, morire di freddo d'estate e di caldo d'inverno?? Eliminare completamente tutti gli agi della vita moderna a favore di una vagheggiata primitiva esistenza a contatto con la natura che, intendiamoci, non c'è mai stata? Considerare l'uomo come qualcosa di brutto e sporco e cattivo, come una piaga, come un virus, oltre a fare molto Matrix tarpa le ali dell'azione. Se crediamo di essere irrimediabilmente lontani dalla natura, nell'impossibilità di uniformarci alle sue leggi (il ciclo di produzione-utilizzo-smaltimento-nuova produzione, che funziona per tutte le specie ma per noi no), non potremo fare altro che limitare i danni. Invece dobbiamo reagire.
Utilizzare risorse rinnovabili. Realizzare prodotti non tossici, con materiali realmente biodegradabili (che gettandoli non solo si decompongono, ma magari nutrono pure il terreno, come le scorie di animali e piante), oppure già pensati per essere riutilizzati e riciclati. Preservare la diversità locale (think globally, act locally, come dicono gli ecologisti cool). E soprattutto, domani, tra un'ora, adesso, diminuire i consumi. Che non vuol dire limitarsi ma, tanto per cominciare, ridurre gli sprechi. Ottimizzare è la parola chiave: fare meglio con meno. Non sto parlando del singolo (anche se il singolo, come opinione pubblica, può fare moltissimo), ma di un'azione di scala più vasta che davvero potrebbe iniziare a fare la differenza.
Per esempio, tanto per citare un settore a caso, le case bioclimatiche, benchè ancora in fase di sperimentazione ai nostri climi, possono consumare un decimo, o anche un ventesimo una casa normale. Non facendovi morire di freddo d'inverno e di caldo d'estate, ma sfruttando passivamente il sole, il vento, l'aria, per fare in modo che il comfort degli abitanti sia garantito. Mantenendo la stessa temperatura della climatizzazione attiva (o meglio, 20 gradi d'inverno e 26 d'estate, chè andare a dicembre in maglietta e a luglio con la giacca quello si è uno spreco), con in più un'alta qualità dell'aria, il giusto grado di umidità, una ventilazione naturale che nulla ha a che vedere con l'aria gelata del condizionatore, portatrice solo di raffreddori. Fantascienza? Forse. Non ho detto che sia facile, o economico, e presuppone una lungimiranza di tecnici, politici e comunità che è decisamente lontana dal verificarsi.
Ma non voglio lottare solo perchè ho paura che il mondo si stia distruggendo, o che la nostra specie sia destinata a sparire. Voglio lottare perchè spero che il futuro possa essere migliore.
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lunedì, 21 gennaio 2008
alle ore Ξ
20:53
Le persone ragionevoli sanno svelare l'inconsistenza delle ossessioni. Le quali, benchè inconsistenti, possono non smettere di pesare come macigni. Sapere di consacrare l'esistenza ad un'assurdità non la rende meno opprimente, rende solo te più ridicolo. È per questo che le persone ragionevoli non sempre sono simpatiche, perchè rivelano la vanità degli sforzi e, se pure indicano il miglior punto di osservazione, questo è sempre il più lontano. Perchè è impossibile non sentirsi inadeguati davanti a loro, è matematico inanellare una perfetta sequenza di errori da manuale, facendo sempre ciò che è sbagliato per ottenere una loro supposta approvazione. Cercare approvazione e quindi, inesorabilmente, non ottenerla, è tipico comportamento irragionevole. Del resto le persone ragionevoli non approvano, non giudicano, valutano soltanto, attraverso il metro della ragionevolezza. Fanno gli errori, ma credono di poter imparare da essi e chissà, magari ci riescono sul serio. E se il mondo fosse davvero cosi dannatamente semplice? Se ammantare la sofferenza, qualsiasi sofferenza, di eroismo servisse solo a nasconderne lo squallore?
Il primo passo è smettere di parlare. Il successivo smettere di pensare. Se il corpo ed il cuore potessero fare quello che vogliono, si comporterebbero senz'altro meglio di me.
Io amo profondamente le persone ragionevoli. Ne amo i silenzi, il peso dato alle parole. Niente fronzoli, le domande giuste, il tono giusto. Il contrario di me, che trascorro tempi morti ad architettare ritagli di frasi, situazioni perfette, a ricamare arabeschi immaginati di mondo. Ma chissà poi se mi piacerebbe, essere ragionevole.
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sabato, 19 gennaio 2008
alle ore Ξ
21:16
 Con colpevole ritardo rispondo all'invito di Lessio, che mi ha linkato per una di quelle fantastiche catene che ti fanno sentire un blogger trendy e fanno tanto community (sono ironica? ;-)). In questo caso, Thinking Blogger Awards, se abbiamo capito, consiste nel nominare 5 blog che ci piacciono ed a cui vogliamo fare pubblicità con i nostri 25 lettori (l'ho già detto che Manzoni era ottimista?). Chi riceve la nomination (solo in questo caso può partecipare a sua volta all'iniziativa) deve:
- Inserire il banner del Thinking Blogger Awards
- Linkare il post originario
- Stendere la lista dei propri cinque candidati
-Scrivere un commento a ciascuno di essi per renderlo edotto (e questo mi sembra il minimo sindacale)
I miei candidati potrebbero essere mille, chè lo sapete, per me scegliere cosa mi piaccia di più è impresa disperata. E leggo tantissimi blog, di tantissimi argomenti o nessuno, trovandone riflessioni e spunti. Ma dato che le regole sono stringate, che molti dei miei blog preferiti sono stati chiusi e che le blogstar, vedendosi recapitare un invito da me, si metterebbero a ridere, passiamo a questa sofferta scelta in ordine assolutamente casuale:
artemision.splinder.com Il blog della mia seconda mamma, burbera ma tenera: personale e divertentissimo, racconta il mondo con sarcasmo, tenerezza e sana insofferenza, ed uno stile da chiacchiera attorno al tavolo inconfondibile: lei parla davvero cosi!
edjrandom.blogspot.com Anche se è emigrato a blogspot, resta uno dei miei blog prediletti: mi piace il suo occhio lieve sulle cose, la leggerezza con cui trasforma la complessità in poesia, la maniera con cui attraversa Roma senza sporcarsi
saretta Addirittura un blog di Messenger! Ma uno spiraglio nella testa meravigliosa e contorta di una quasi psicologa vale la pena
biancosangue.splinder.com Monotematico arabesco che ricama un ossessione (una bella però) nutrendola di ogni cosa, e trasformandola in un universo di sensazioni. E poi, assieme a chi mi ha passato la catena, è uno degli utenti preferiti ;-))
vanitygirl.splinder.com Lei è davvero brava, semplicemente, sia che parli di sè, sia che racconti le situazioni surreali del suo lavoro, sia che dia corda ai quattro personaggi che le abitano la testa. Quasi mi vergogno a passarle una catena, ma non potevo non segnalarla!
Ovviamente se gli interessati sono sconcertati ed offesi da questi infantilismi e rifiutano di continuare, amici come prima ;-))
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giovedì, 10 gennaio 2008
alle ore Ξ
17:40
Ci sarebbe tantissimo di cui parlare, e tantissimo di cui si sta parlando e non serve a niente. Si potrebbe discutere per ore di Napoli, della Camorra, del casertano che da 15 anni è la discarica di questo dannato paese, delle ecoballe piene di rifiuti tossici che gli inceneritori tedeschi (no, siamo onesti, termovalorizzatori proprio non rende l'idea) nemmeno a peso d'oro vogliono smaltire. Si potrebbe litigare sulle responsabilità istituzionali, su miliardi di fondi europei svaniti nel nulla, su chi debba pagare, e quanto, e perchè. Si potrebbe anche avviare una seria riflessione, assolutamente necessaria, sul concetto stesso di rifiuto, sull'assurdità di concepire ancora oggetti fatti per morire, invece di progettarne, a monte, un ciclo di vita fatto di recupero e riutilizzo, oppure di reale biodegradabilità, non nell'arco di secoli, ma di giorni, possibilmente restituendo anche parte dell'energia sottratta per produrli. Come la natura ha sempre fatto, visto che non esiste un agente organico che non si reinserisca nel sistema naturale. Spiegare che il riclico è un palliativo, e finchè le cose non saranno pensate per questa fine continuerà a produrre ibridi di qualità inferiore ai prodotti originali. E che bruciare i rifiuti per produrre energia è uno spreco di risorse, di possibilità, di beni preziosi, e per quanto in questo periodo storico si renda assolutamente necessario, presentarlo come la panacea di tutti i mali, come il miraggio che sconfiggerà la crisi, è pura follia.
Si potrebbe parlare di tutto questo, però non adesso. Adesso c'è una città sommersa dalla spazzatura, ed è la mia città, e non dovrebbe cambiare niente nella mia percezione, però cambia. C'è la guerriglia, c'è un rischio di malattie a cui non voglio neppure pensare. Ci sono sacchi di immondizia da spostare, da stoccare dovunque, ma non in un centro abitato, non sotto le case della gente. C'è troppo da fare, e nessuno per farlo. Parlare non è proprio la soluzione migliore.
Le città continue. 1.
La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dell’ultimo modello d’apparecchio.
Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciato, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sè, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o solo perchè una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.
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lunedì, 07 gennaio 2008
alle ore Ξ
23:27
Ritrovare le parole dopo qualche giorno di assenza, solo per togliere quel post da dov è. Non perchè dia fastidio, ma perchè nasconde il bene, colori odori risate sguardi speranze sensazioni desideri fallimenti saluti. Eleganza, intraprendenza. Anche gli addii possono avere il sapore dell'ineluttabilità, ma non per questo essere tristi.
Milano sotto la neve era splendida. Abbagliata, sporca. Silenziosa. La solita vecchia signora austera, che nasconde vicoli e piazze, case di mattoni logorate dal tempo, chiesette raccolte, solo perchè le hanno detto che non è decoroso. Che il Lavoro a cui si è consacrata ha bisogno di ordine e igene e casermoni grigi anni 60, che violentano un tessuto che ha nel suo intricato equilibrio un'inestimabile preziosità.
Le strade larghe di quando si sentiva regina, gli scorci rubati al Barocco che fanno dialogare gli unici monumenti di cui si sente fiera, scordandosi il reticolo che li circonda e che la rende cosi umana, e dove perdersi è un piacere che mi concedo tutte le volte.
La rotonda della Besana, strano cortile secentesco fuori dal suo tempo, che circonda vecchio, affascinante edificio, un soffitto splendido, una mostra perfetta: Bruno Munari, il mio Maestro, spiegato in mille modi, poco allegri ma più sacri, ed il mio pensiero a lui, ed a te, a dove sei, a perchè non eri con me, a mille spiegazioni giuste e sensate che non capirei. Un bambino che giocava nella neve, felice del bianco come me, un addio dato al vento ed una lacrima che aveva aspettato troppo tempo per scendere, ed ora non voglio più vederla.
E poi risate, scherzi, la mia famiglia che non scelto, eppure non poteva essere diversa, e una bimba che ha il mio sangue, anche se non capiremo mai che grado di parentela abbiamo, e mi adora e non so perchè. Viziata, egoista, prepotente, tenuta in una gabbia dorata e noiosa, eppure cosi affamata di sapere, vedere, conoscere, cosi allegra che giocarci è uno spasso. Distruggere insieme il mondo e ricorstruirlo. Spiegarle i dettagli, raccontarle infinite storie, lei che è l'unica che non si stanca mai di ascoltare. Tenerla stretta, sentirsi viva. Chissà se sarei una buona madre. Chissà se sarà una buona zia-cugina-qualsiasicosasia.
Il treno del ritorno, la nebbia, tanto sonno e pochi discorsi. Qualcosa perso, qualcosa ritrovato. Non c'è niente che sia giusto, non c'è niente di semplice o sensato o chiaro nella mia mente, nel mio cuore ed intorno, eppure sono stranamente, dolcemente serena.
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