Di là, dopo sei giorni e sette notti, l'uomo arriva a Zobeide...
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postato da Ξ lemar il Ξ venerdì, 28 dicembre 2007
alle ore Ξ 19:53


Il mio incrollabile spirito natalizio si è sfacellato contro l'influenza, che ha allietato i tre giorni di festa con mal di testa, febbre e nausea e mi ha fatto cucinare per un esercito per poi mangiare come un uccellino... ma non ho perso il sorriso, incredibilmente. Sono serena, davvero, ed è per questo che il tarlo rode di più, ed ho spaventato anche chi proprio non se lo meritava. Vorrei scrivere tante cose anche se forse non è il momento, anche se dovrei solo stringere i denti e mettere un lenzuolo sopra tutti gli specchi del mondo, attaccarmi ad una flebo e svegliarmi quando il delirio sarà passato. Perchè le cose semplici devono essere sempre cosi complicate? Perchè un evento naturale deve sbriciolare un equilibrio costruito in anni?

Sono dimagrita, neppure troppo, per lo stress, perchè sto sempre in movimento, ed anche perchè capita, semplicemente. Sono dimagrita, ho riso del fatto, assurdo per me, che fosse avvenuto senza la mia volontà, ed ho sperato di potermi adattare al cambiamento, come farebbe chiunque. Invece qualcosa si è rotto, quella tremenda voragine nera che ho nello stomaco ha deciso che voleva la sua parte, di nuovo, pretendendo uno spazio nella mia vita che non ho, che non voglio darle, che non è più per lei. Perchè non è tanto il peso che mi preoccupa adesso, dieci anni di disturbi alimentari ti insegnano a mantenere il corpo in relativo equilibrio, ma l'ossessione. Avete mai avuto un pensiero fisso che vi rode l'anima e mangia il cuore, che esige dedizione assoluta, che non lascia posto ad altro che a sè stesso? Costringersi ad avere fame è così. Non è una giustificazione, io sono l'unica causa di tutto quello che mi capita, ma è comunque cosi. Significa essere completamente assorbite, vivere in un universo delirante in cui le cose reali perdono consistenza. Sono divertenti le anoressiche che pretendono di avere una vita sociale, un ragazzo, di essere allegre e felici: le anoressiche sono delle stronze rabbiose che non vedono oltre il loro dannatissimo corpo, com'ero io a 14 anni per l'anno più tremendo che abbia mai vissuto e che mi ha cambiato la vita. E non ho nessuna intenzione di tornare cosi. Sono un'adulta, sono contenta della mia vita contorta, sto per laurearmi, voglio andarmene con la violenza con cui ho voluto poche altre cose: ed allora perchè ho tanta paura? Perchè passo il tempo allo specchio, perchè mi provo pantaloni vecchi dieci anni, perchè faccio finta di nulla eppure spio le impercettibili variazioni del corpo, gli assottigliamenti, che non sono mai abbastanza, non saranno mai abbastanza?

Passerà, lo so, ne sono cosi certa che mi spiace far preoccupare le persone a cui voglio bene per sfogarmi, e forse è per questo che lo scrivo qui (anche se siete per molti versi gli stessi ;-)) Passerà perchè davvero non è più il tempo, non è più lo spirito, non ce la faccio più e non me lo posso permettere. Però sapere di essere cosi fragile, di essere un meccanismo di precisione che un granello di polvere può guastare, è un pensiero che non avevo voglia di affrontare.


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postato da Ξ lemar il Ξ domenica, 23 dicembre 2007
alle ore Ξ 21:33


Aspettare l'autobus mezz'ora, mentre nel palchetto improvvisato in piazza uno scalcagnato ma allegro gruppo jazz dal trombettista sfiatato ti fa compagnia con la versione di Ain't no sunshine più allegra di sempre. Vedere Roma di notte dalla canna di una bici (sennò a che servono, le canne delle bici da uomo?), trasportata da un ciclista matto che fa lo slalom sull'Ostiense, prende in corsa la curva del monte dei cocci, passa sotto il colonnato del Pantheon ("che bello il colonnato del Pantheon! Quanto saremmo architetti a passarci sotto?" "Mm... Va bene"), attraversa sfrecciando piazza Montecitorio facendo si che la nostra assurda formazione e il mio urlo terrorizzato siano immortalati da una telecamera posizionata, ahilei, nel punto sbagliato. Smaltire una sbronza facendo gli struffoli. Passare per piazza San Lorenzo in Lucina, in cui tre favolosi e bravissimi musicisti danno vita ad un carnevale fuori stagione sulle note di Bregovich, e con tutto il pc sulle spalle mettermi a ballare da sola. Pescare a sorte, al "cappello" fatto col gruppo di teatro, il regalo perfetto pensato apposta per me. Scoprire il libro dell'anno, l'uno su cento che trasforma la percezione delle cose, e rimanerne risucchiati. Accorgersi che il vestito di Promod che mi sono donata fa la sua figura, per quanto inutile, e restarne lusingata. Sapere che, se anche lo stress e il dimagrimento riportano la mia testa in universi di angoscia e fatica che non attraversavo da anni, le mie amiche sono sempre pronte a starmi vicino. Avere il relatore ammalato che passa stoicamente le vacanze al dipartimento a scrivere il suo libro, dandomi appuntamento il 27 dicembre, e rendermi conto di aver trovato l'unico con più senso del dovere di me. Aver voglia di cucinare, e capire che delle tante strade per rimettere la testa ed il corpo nella giusta posizione, questa è facile e divertente. Preparare bignè per i compagni d'università, rovinarli per colpa di un uovo di troppo, finire, dopo lunghe elucubrazioni, per portarli lo stesso, ed avere un successo inspiegabile. Andare a spasso per i vicoli di Trastevere con un'altra esaltata, perdersi, ritrovarsi, scoprire scorci, vedute, possibilità, spunti, ed una marea di localini perfetti che avremmo voluto progettare noi. Sentire il vento sulla pelle. Andare in giro cariche di strati anche se non fa cosi freddo, e ridere all'idea che, se ci succedesse qualcosa (sia come lo dice la mamma, cioè se vai all'ospedale, sia come lo dicono le amiche, cioè se capita un improvviso incontro galante), dovrebbero scartarci come pacchi regalo, e chissà che penserebbero del contenuto. Entrare a Sant'Ivo ancora aperta e ritrovare il contatto col mondo, semplicemente.

Odio le luminarie, gli addobbi kitsch, mi scordo di fare gli auguri e non faccio regali quasi a nessuno. Però con questo cielo, con quest'atmosfera frenetica, con questa città in festa mi sento in sintonia. Buon Natale a tutti.


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postato da Ξ lemar il Ξ mercoledì, 19 dicembre 2007
alle ore Ξ 07:33


Poi passiamo ad altro, lo prometto....

L'architettura è la sceneggiatura di percorsi possibili. è l'arte di prevedere storie. Non di inventarle, perchè le storie avvengono indipendentemente da essa, e come un porticato buio non trasforma i passanti in delinquenti, cosi un angolo romantico non fa scoccare necessariamente la scintilla (lo so bene io, maestra nello spegnere maldestramente le scintille). Però l'architettura incanala e distribuisce i movimenti, come un balletto; e più configurazioni riesci ad immaginare, più potrai controllarne ed indirizzarne, da presuntuoso creatore di mondi che sei. Pur sapendo che saranno tantissime quelle che gli utenti si inventeranno, e saranno sempre meglio delle tue, perchè saranno reali. Ed è questa, credo, l'idea che i miei prof tanto pratici chiamano "flessibilità".

Se costruisci un muro, sai che qualcuno si riparerà alla sua ombra, ci si appoggerà aspettando una chiamata, ci piangerà contro perchè la chiamata non arriva; sai anche, se vuoi, che ci crescerà l'edera, (possibilmente non dove si appoggia lo sfortunato in amore), ci faranno il nido gli insetti, lo bagnerà la pioggia; sai che i bambini ci giocheranno a pallone contro, distruggendo l'edera e facendo scappare l'amante sfigato, ci si arrampicheranno, ne faranno la loro roccaforte; sai che, posizionato bene, potrà incanalare il vento, schermare il sole, trattenere il calore. E questo ti porterà a scegliere il materiale adatto, a curarne la superficie, le asperità, il colore, la temperatura che ha se viene toccato, l'altezza, la larghezza, le possibili pendenze; ti inviterà a scegliere tra le fruizioni possibili quelle che ritieni adatte e favorirle, rendendo le altre più complicate, a tuo sindacabile ma arrogante giudizio (vabbè, che i bambini non si rompano l'osso del collo mi sembra una speranza condivisa ;-)).

Poi gli abitanti ne prenderanno possesso e faranno quello che vogliono, trasformeranno tuguri in luoghi ameni solo mettendo fiori alle finestre, snobberanno il megaparco per il giardinetto più piccolo ma accogliente, si lasceranno fregare dagli edifici altisonanti delle star, ma poi in quegli ambienti mastodontici e senza forma non sapranno dove andare.
Vivranno, e vivendo faranno l'architettura col solo camminarci dentro. è per quello che dovrebbe essere cosi importante: perchè è un condizionamento all'esistenza più forte (e necessario) di tantissimi altri, e perchè è un'immensa installazione in progress a cui collabora l'umanità tutta, anche se non se ne rende conto.


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postato da Ξ lemar il Ξ domenica, 16 dicembre 2007
alle ore Ξ 18:57


Quando ero piccola volevo costruire case. No, non è esatto, quando ero piccola volevo distruggere case. Perchè vivevo in una periferia decorosa ma sporca, avvilente e triste, e perchè per andare in vacanza dal nonno dovevo passare davanti agli orrori alti venti piani, semidiroccati prima ancora di essere finiti, dell'hinterland napoletano, alle cattedrali nel deserto di megaimpianti abbandonati, alle baraccopoli sotto i ponti della tangenziale. E se ora riconosco a questi grumi di città la bellezza tormentata della metropoli postindustriale, allora mi facevano ribrezzo. Ed avevo ragione allora ovviamente. Pensavo che non si può vivere in un formicaio lungo centinaia di metri che si affaccia sull'autostrada, senza un balcone, senza un fiore alle finestre; che palazzotti sparsi tra le strade, senza una piazza, senza un negozio, non sono un quartiere, ma una trappola; che le nostre città sono le più belle ed ospitali del mondo (soprattutto le mie due, allora ne conoscevo poche altre), ma se le periferie fanno cosi schifo vuol dire che un giorno qualcuno ha sbagliato qualcosa. E le conseguenze le sta facendo pagare a chi non ha voce in capitolo. Forse non sapevo metterla in questi termini, ma avevo la sensazione netta che bisognasse cambiare rotta, che le case "sgarrupate" fossero (e sono) un pericolo ed un orrore, e che, prima di qualunque intervento, fosse necessario buttare giù tutto. Fare piazza pulita.

Volevo fare il bombarolo insomma.

Ma siccome sono nata nell'epoca sbagliata e sono costituzionalmente poco incline alla violenza, invece di diventare un'attentatrice dinamitarda sono diventata un architetto ambientalista. Chè i palazzi moderni non sono solo sono sporchi, brutti, infidi, rendono infelici, aumentano i crimini, rovinano la pelle e vanno a letto con vostra moglie, ma sono anche dei voracissimi divoratori di energia di cui vomitano gli scarti che la città deve smaltire. Ma non è solo un problema ecologico e di risparmio energetico: in un'ottica sostenibile l'architettura è fatta per il comfort degli utenti, deve farli sentire a loro agio a casa (nella loro bella casa passiva che si adatta all'ambiente come un organismo, prendendone i benefici invece di schifarli), ma anche farli uscire contenti di trovare un'intorno riconoscibile e sicuro, un sistema di spazi pubblici che accolga la vita e non sia solo inadeguato parcheggio di automobili che non diminuiscono mai. Un'ingenua utopia? Forse, anche se i nostri centri storici smentiscono da sempre la necessità di subire la città invece che viverla.

Certo era più facile fare il bombarolo, che avere la presunzione non solo di descrivere i problemi, ma anche di proporre soluzioni. Costruire invece di demolire, o demolire sapendo già quello che verrà dopo, convinti che sarà meglio. Mi sto ancora chiedendo se ho abbastanza faccia tosta e, a pensarci bene, forse si.


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postato da Ξ lemar il Ξ mercoledì, 12 dicembre 2007
alle ore Ξ 08:08


Ieri mattina mi è successa una cosa che m'ha rallegrato la giornata. Stavo scendendo dalla metropolitana dopo la solita ora e passa di viaggio, stanca, sfibrata, quando un nonnetto novantenne di cui non mi ero neppure accorta ha chiesto se qualcuno, avendo raggiunto la sua fermata, poteva aiutarlo ad uscire. Io mi sono offerta subito, immaginando che il signore fosse solo troppo affaticato per camminare da solo, ma quando gli ho dato il braccio ho scoperto l'incredibile: il signore era totalmente cieco. Un vecchietto quasi centenario, simpatico e divertito, che se ne va a spasso per la città con la sola compagnia di un ombrello con una mazza attaccata all'astremità ("i bastoni sono da anziani!"), e si porta in giro la salute di ferro e l'allegria, schivando pericoli e difficoltà con un sorriso. E mentre io mi preoccupavo che potesse salire le scale, imbroccare le curve, sentire lo spazio, lui mi sfotteva dicendo che i ciechi possono fare tutto, mangiaredormireamareridere; l'unica cosa che non possono fare è vedere. Mi ha raccontato la storia della sua vita, ovviamente, con la soddisfazione di chi è contento di dove è arrivato; mi ha raccontato di Napoli cinquant'anni fa, riconoscendo incredibilmente le mie origini anche se non ho nessun accento; mi ha parlato dei figli, dei medici che non lo vedono mai perchè sta benissimo, e dell'incidente che lo ha menomato con un distacco della retina, infezioni varie, gli occhi persi come risultato; però con la stessa aria scanzonata di chi narra una storiella divertente, senza rabbia o rancore. Mi ha detto che a casa non sa stare, e quindi quando può esce, perchè quasi sempre incontra qualcuno che gli dà una mano, anche se molti fanno finta di non vederlo. L'ho portato alla fermata del tram, l'ho aiutato a salire, l'ho lasciato per andare all'università sperando che trovasse un'altro braccio per continuare il viaggio.

Me ne sono andata, ma l'immagine della fiducia infinita verso il mondo di un uomo senza occhi, certo che, per ogni tratto di strada, qualcuno glieli presterà, mi ha intenerito.


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postato da Ξ lemar il Ξ giovedì, 06 dicembre 2007
alle ore Ξ 17:55


Roma è una città faticosa. Sporca, slabbrata, dispersa, inutilmente grande senza il respiro della metropoli, arroccata attorno ad un centro in rovina che le ricorda in eterno il bel tempo che fu. Una trappola, una calamita per turisti stregati dall'autorevolezza del Tempo, attorno ai quali la città vera, viva, si estende a macchia d'olio senza disegno, senza luoghi sociali, piazze, connessioni: come se l'avere in eredità il più splendido e profondo aggregato di spazi le impedisse di guardare al presente, e la lasciasse ad arrotolarsi in una morbida ma sofferta decadenza. Invasa dalle auto, dal rumore, si fa violentare sperando che il suo splendore resista agli urti. Sono stanca delle distanze infinite, del traffico, della terza linea del metrò che neppure avanza, di interventi megalomani e degrado totale; rivoglio proporzioni umane, un intorno riconoscibile, scendere di casa e bussare ai miei amici senza avvertirli con ore di anticipo che, trasporti pubblici permettendo, forse un giorno arriverò. Voglio una casa mia, ma questa è un'altra storia. Voglio qualcosa che non è qui, non è ora, ma farne a meno rende tutto più soffocante.

Eppure è in giornate come questa, con mille cose da fare e niente tempo, quando il solito imprevisto ti costringe ad aspettare 2 ore in centro l'apertura di un negozio per avere una stampa forse inutile, che vagare nel suo vecchio cuore stanco e meraviglioso rimette le cose nella giusta prospettiva. Non mi basta, non ha senso avere un tale patrimonio di grandezza se viverlo è cosi difficile; però non c'è niente che mi renda felice come queste strade strette che si aprono su scorci monumentali, l'intonaco dei palazzi ed il granito delle chiese, l'umile che incontra il sublime in una sintesi che è al di là delle parole...

Roma è cosi crudele e preziosa perchè sbandiera le sue ricchezze più vistose per farne merce, e nasconde i suoi tesori raffinati per chi ha il tempo e la fortuna di scoprirli per caso. Ed andando a spasso attorno a piazza Navona, invasa dalle bancarelle,  ti accorgi che c'è un palazzo su via dell'anima totalmente invaso dall'edera, che si fa beffe del suo intorno fastoso; se ti infili nella chiesetta tedesca che ha di fronte, apparentemente anonima, ti trovi in un interno stranissimo, tipicamente nordico, buio e solenne, in cui le navate della stessa altezza dilatano lo spazio dando al sacro un valore austero. Se poi ti avvicini all'altare puoi vedere un quadro, male esposto e peggio illuminato, che è la più alta vetta raggiunta da quel Giulio Romano che sconvolse Raffaello, quando gli dimostrò che la pittura può essere molto più profonda ed oscura di come il classicismo li avesse abituati. Invece dall'altra parte della strada, invisibile tra i palazzi addensati c'è un giardino pensile rinascimentale; un paradiso di verde arrampicato sui tetti, impossibile da raggiungere, che solo dal chiostro della pace si mostra nella sua sorprendente meraviglia. Poco più in là c'è la Biblioteca Angelica, capolavoro settecentesco uscito fuori dalle favole, una volta immensa e luminosa carica di libri antichi fino al soffitto, che dall'esterno è un portone senza alcun valore...

C'è tutto questo, e di più, mi è entrato nel sangue e mi ha indirizzato la vita. Ed è per questo che per quanto le sfugga, per quanto mi faccia soffrire, per quanto la detesti, tra le mille città che ho nel cuore Roma resterà sempre la mia casa.


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postato da Ξ lemar il Ξ lunedì, 03 dicembre 2007
alle ore Ξ 20:29


"Sono stancadel capitalismo sfruttatore, della democrazia imperfetta, del minore dei mali; voglio il Popolo al potere!", potrebbe dire la casalinga di Voghera tra un paio d'anni, o forse molto meno.

Lo so che io sono un retaggio degli anni 70 che non ho vissuto, che ho i maestri sbagliati e le idee sbagliate, ma sono l'unica a cui un politico che alza il vessillo del Popolo fa pensare al quarto Stato, ai Soviet, a raduni oceanici del Comintern, primo maggio, Marx e Seconda Internazionale??

Qualcuno può spiegare a Berlusconi che, se davvero 1 milione e 100mila persone avesse votato per chiamare  un partito "Popolo delle libertà", oltre ad indicare un diffuso bisogno di tornare alle elementari, questo sarebbe stato un chiaro segnale che la rivoluzione è imminente, distruggerà i padroni, distribuirà le terre ai contadini e farà di Arcore verdi pascoli??

E soprattutto, il Cavaliere potrebbe smetterla di disturbare gli italiani tutte le domeniche del Signore (che verranno anch'esse abolite, e i preti bruciati, e le chiese trasformate in comitati, ecc ecc) per chiederci come chiamare il suo nipotino, il cane, la nuova macchina della moglie, facendosi pure pagare??????

Gia qui abbiamo difficoltà a dare nomi ai post....


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postato da Ξ lemar il Ξ sabato, 01 dicembre 2007
alle ore Ξ 15:57


Ho cambiato casa. No, non sono andata a vivere da sola, ho soltanto accompagnato i miei dall'altra parte della strada, nell'alloggio che hanno sempre sognato: ultimo piano con cucina enorme, salone ancora di più, studio al piano di sopra per il babbo, megaterrazzo. C'è solo una cosa più piccola di casa vecchia, ed è ovviamente la stanza in cui dormo io. Quindi, in un'ipotesi di soggiorno di un paio d'anni, ho passato settimane ad inscatolare montagne di libri, a schivare la rottura di piatti e bicchieri, a buttare l'infinito patrimonio di oggettini inutili che popolavano i miei scaffali, comprese le sorprese kinder e i mostriciattoli che uscivano dai sofficini, a ritrovare tesori perduti e a dimenticarne altri ancora più preziosi. Ho assistito al trasloco per vedere il fantastico trabiccolo che porta su i mobili attraverso la finestra, immaginandomi un capolavoro dell'ingegneria e scoprendo una trappola infernale che si agita come una tarantola e ti fa immaginare il frigorifero spappolato nel giardino di sotto ad ogni soffio di vento. Sono caduta per le scale per inaugurarle, spaccandomi schiena, testa e sedere mentre parlavo a telefono con un tipo che voleva sapere come si calcola l'illuminamento medio su una superficie, e non invitarmi a cena. Ho avuto i lavori a casa con noi dentro per un tempo infinito, con i nostri averi accumulati in una piramide di scatoloni al centro del salotto e una caccia al tesoro per cercare qualsiasi cosa. Ho avuto rumori assordanti, polvere, sporcizia, dormendo su una brandina cosi a lungo che la settimana di notti insonni schiena a terra nel campeggio di un megaraduno rock mitteleuropeo mi è sembrata un piacevole diversivo. Ho avuto anche un bellissimo parquettista egiziano (ecco, a voi da morti le houris, a noi ventenni mediorentali pieni di salute), che non spiccicava mezza parola di italiano ma dal quale la mamma è riuscita comunque a farsi raccontare la storia della vita (sposato con un figlio, mannaggia ai vostri matrimoni prematuri); con un capo parquettista vecchio saggio che mi ha insegnato una marea di cose e che era più fiero dei miei, sapendo che studiavo architettura. Ho ristrutturato col babbo i mobili della cucina, trentennale regalo di nozze già ricostruito 10 anni fa (e si vede, visto che aprendo le ante escono fuori mensole che non corrispondono, ed il tavolo, usato come base del trapano, è un colabrodo), riempiendoli di viti passanti, colla, compensato, inserti di legno, e facendo gli scongiuri ogni sera per il terrore di vederceli rovinare addosso preparando la cena. Ho fatto il primo caffè dell'appartamento sul fornelletto da campo, perchè non c'è niente come il suo profumo per fare di qualunque luogo una casa. Ho rimesso in ordine le librerie con un complicatissimo sistema di catalogazione che neppure io ho capito, e se qualcuno prova a spostare un volume viene fulminato come se avesse commesso un omicidio. Ho dipinto muri, svuotato scatoloni, infilato sonde nelle prese elttriche, studiato l'esame più tosto della carriera su un trespolo improvvisato in mezzo alla baraonda, mentre chiunque passava sembrava aver bisogno di qualcosa. Ho accudito il babbo rimpiscatole e lagnoso, che ha pensato bene di cadere da solo dallo scooter quando avevamo più bisogno di lui, e gli ho rotto in testa la campanella che usa per tormentare l'universo quando è malato, e chissà dove l'ha presa. Ho passato ore innumerevoli da Ikea a rimontare la stanza, litigandomi con un tizio le ultime ante d'armadio rimaste, e verificando che a volte essere piccole e tenere in un mondo di bruti ha i suoi vantaggi. Ho sognato di potermi regalare almeno un oggetto di design vero, scoprendo però che solo per il cestino della carta del mio designer preferito dovrei aprire un mutuo.
 
Ho fatto tutto questo, sono rimasta distrutta e svuotata; ed ora che la casa è sistemata, ora che mi posso godere la poltrona dondolona di Ikea (copiata uguale da Alvar Aalto, furbastri svedesi!!), sul portone d'ingresso, a mò di benvenuto, è comparso questo:



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