Di là, dopo sei giorni e sette notti, l'uomo arriva a Zobeide...
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postato da Ξ lemar il Ξ martedì, 29 maggio 2007
alle ore Ξ 21:00


Stavo andando all'università, sotto il diluvio, con il pc sulle spalle, i brividi di freddo e le scarpe zuppe. Stavo cercando di sistemare l'ombrello per salvare almeno il mio costosissimo computer, maledicendo i temporali primaverili ed il mio insensato ottimismo metereologico, che mi porta ad andare in giro già mezza nuda.  Nervosissima,  ho colto la voce di un paio di tipi dietro di me, evidentemente già in piena discussione da un po', i quali, parlando di non so chi, commentavano: "Anvedi, come a Luxuria gliè dovevano ffà!" "Ammazza come gli hanno menato a Luxuria!" (N.d.A. la deputata Vladimir Luxuria è stata picchiata malamente, in Russia, durante il Gay Pride, da un gruppo di naziskin) "Però se lo meritava proprio, quella checca! Che fai, vai pure in un paese straniero a fare porcate??" "Che figura dobbiamo fare pure all'estero"

E sono rimasta lì, basita, sotto la pioggia, a chiedermi se li stavo ascoltando davvero, quei due, dietro di me, quei due che parlano la mia lingua, vivono la mia stessa città, eppure sono anni luce da me, da tutto quello in cui credo, dal mondo che voglio; e mi sono domandata, come sempre più spesso da quando sono tornata qui da Valencia, che diamine di posto è questo, e che cosa ci faccio io, e mi è salita una rabbia che avrei spaccato i muri, e mi sono messa ad imprecare tra i denti, e mi sentivo cosi impotente che mi veniva da piangere.

E tutti i discorsi sui Dico, sull'omofobia di questa nazione al contrario, sulla paura delle sfumature che prima mi sembrava solo ignoranza, ma che adesso mi fa senso, tutto quello che mi porto dentro e non riesco a capire e ad esprimere, ha trovato corpo nelle parole senza vergogna di due razzisti senza cervello, e di tutti quelli, che non scuso più, chele condividono.


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postato da Ξ lemar il Ξ domenica, 27 maggio 2007
alle ore Ξ 16:50


Imparare a stare fermi. A controllare il ritmo del respiro. A sentire il proprio corpo, la sua posizione, i mille muscoli che lo compongono e di cui, per la maggior parte, ignori ancora l'esistenza. A sapere perfettamente dove sono i capelli, scompigliati sulle spalle o andati a finire, chissà come, negli occhi, senza che tu possa spostarli. A sopportare la stanchezza, il caldo, il sudore che imperla la fronte e le labbra, il prurito che viene sempre nei momenti meno opportuni, e si fa sempre più forte.

Perchè stare fermi, su un palco, è tra le cose più difficili del teatro, come disse l'insegnante strega a Maya, (la ragazzina dei cartoni che voleva fare Madama Butterfly, per chi non avesse avuto 5 anni sul finire degli 80) quando la costrinse a fare la parte della bambola di porcellana: stare fermi sul palco significa darsi completamente al pubblico, abbandonare l'ausilio della parola e del movimento per far si che il corpo parli per il solo fatto di esserci.

Significa urlare senza voce la fame, il freddo, la sete diomio la sete di quattro giorni senza bere, col fruscio dell'acqua nei radiatori che è cosi forte da farci impazzire eppure non c'è acqua acqua acqua!! e spaccheremmo i muri e cercheremmo i tubi e sentiremmo addosso il fragore dell'acqua il suo fresco abbraccio che ridà vita alla gola secca ma non abbiamo le forze, e siamo qui da chissà quanto e non succede niente e continua a non succedere niente; e adesso lui è qui ed è cosi magro cosi disperato ed ha cosi paura a parlare dire cose che non possiamo capire toglierci le speranze perchè non c'è speranza qui, e lui lo sa, non c'è speranza per noi ma non sappiamo accettarlo, non ancora, non cosi, non con tutti i nostri ricordi attaccati addosso, la casa la famiglia mia madre dov è mia madre, ed è per questo che qualcuna si arrabbia perchè lui non sa darle risposte, ma non ci sono risposte per noi che non siano di morte, e neppure la morte meritiamo che non passi per questa tortura orrenda, dopo averci spogliato del nome di uomini ed aver fatto di noi animali voraci, crudeli e senza dignità. E come può lui dircelo, lui che lo sa ma non ha rimedio, lui che ha già visto il freddo la fame la morte dei compagni la sete dio la sete! avreste mai pensato che potesse essere cosi forte, cosi feroce da ottundere i pensieri, mentre siamo qui ferma ed aspetti e non hai più parole vuoi fermare questa follia scendere tornare a casa vivere bere bere bere BERE!!!
Sono quattro giorni che non beviamo.

Provare tutto questo, e di più, guardando la quinta in fondo con le braccia lungo il corpo, tu che non hai mai avuto sete se non nel calore asfissiante di una giornata estiva e non hai mai avuto fame se non provocata. Provare tutto questo, e sapere che poche cose, negli ultimi tempi, ti emozionano come calarti anima e corpo nel sogno scritto da qualcun altro.Si vede che l'ansia della prima comincia a farsi sentire? ;-))

L'anno prossimo, però, finalmente uno spettacolo comico!! ;-))


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postato da Ξ lemar il Ξ venerdì, 25 maggio 2007
alle ore Ξ 15:57


Finalmente, dopo mesi di tentativi (in realtà i tentativi sono durati solo qualche giorno diluito nei mesi, altrimenti sarei davvero un po' stupida), e grazie all'intervento di vari angeli custodi, tra cui Romanos che l'ha messo in linea e Sgherri che mi ha spiegato come metterlo qui (dato che, malgrado i tentativi, da sola non ne ero venuta a capo), ecco a voi il nostro video!!! Il frutto sudato di una settimana di lavoro con un programma mai visto prima, per un esame da matti, tra assurde discussioni filosofiche, voli pindarici, ricordi d'infanzia, foto, risate, chiacchiere e junk food, che ci è valso un "metaforico... si potrebbe parlarne per ore... ma non abbiamo tempo", dalla prof stremata per averne viste almeno una trentina, di produzioni amatoriali.
Ma siccome, malgrado sia pieno di imprecisioni, malgrado il pessimo audio (e non vi dico con youtube, che ha rovinato pure il video) ed il finale un po' lasciato correre a causa dei tempi stretti, ne siamo orgogliose, lo propongo qui a nome di tutte (in attesa che lo faccia anche Art), curiosa delle vostre reazioni, o miei cari 25 lettori (magari venticinque... Manzoni era decisamente ottimista nelle previsioni ;-))



Per rendere più chiaro il senso, ammesso che ci sia, posso dirvi che il tema, volutamente vago, era quello di un paragone tra una casa d'autore di cui fosse chiara la poetica, ed una casa reale qualsiasi, un edificio esistente a cui potevamo avere accesso: paragone che poteva svolgersi a qualunque livello (per analogia, per contrasto), e che doveva supporre, per ciascuno dei due organismi architettonici, una trasformazione, un fotomontaggio (quello che la prof chiama "interno immagine"), che ne mettesse in evidenza gli aspetti per noi interessanti. <br /> Ciò detto abbiamo preso la casa più rarefatta e minimale possibile, casa Gaspar di Alberto Campo Baeza, un purissimo cubo bianco con due patii dai tristi alberelli "addomesticati", e ci abbiamo fatto piombare il simbolo dei nostri sogni, Alice, che scorrazzando nel vuoto metafisico scopre meraviglie... E se l'interno della casa, che non si vede mai, fossero le nostre stanze, disordinate, informi ma profondamente vive? E se la casa fosse a testa in giù, in cosa si trasformerebbe? E se il limite tra purezza e caos fosse solo nell'occhio di chi guarda? Ogni oggetto, per quanto ideale, si sporca di realtà quando la vita lo attraversa, e peggio ancora se lo attraversa una bimba disegnata malata di elefantiasi ;-))
La architectura no es mas que un sueño dirigido
Jorge Luis Borges rivisitato


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postato da Ξ lemar il Ξ lunedì, 21 maggio 2007
alle ore Ξ 17:16


Ma secondo voi è normale che, se un amico che non vedo da un annetto mi dice che sono diventata molto più bella, tra le altre cose perchè prima ero uno scheletro ed adesso mi sono "un po' riempita", sono "più piena", io, per quanto decisamente lusingata (chè non sono tipo da complimenti, e se me li fanno li tengo stretti), ho come primo impulso quello di strangolarlo????

Tanto per sapere che non sono la sola in questa gabbia di matte ;-))


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postato da Ξ lemar il Ξ domenica, 20 maggio 2007
alle ore Ξ 11:18


Non è per la serie, per quanto sembri carina: un cartone animato molto caricaturale e molto moralista, in cui, a parte la bruttina che fa successo grazie alla sua intelligenza, in due puntate ci hanno già dimostrato che "mentire è sbagliato" e che "bisogna sempre essere sè stessi". Non è neppure per i favolosi i personaggi di contorno, dal nipotino glam che a 10 anni sa tutto di moda e ancheggia come se stesse perennemente in passarella, all'assistente della vicedirettrice dalle improbabili camice sgargianti, che va nel Queens come se stesse entrando nelle giungla. È per le sedie. Anche per le poltrone, per le lampade, per i complementi d'arredo (se capissi che cosa siano), ma soprattutto per le sedie.

Perchè la sede della rivista per cui la signorina Betty Suarez lavora, dal ridondante nome di "Mode" (ma come vuoi chiamare una rivista di moda? "Frigoriferi"?), è un universo parallelo di algida e psicotica eleganza: in un grattacielo di New York, pietra ruvida faccia a vista all'esterno, l'interno è la plancia di un'astronave come la sognavano gli anni 60, arrotondata, senza un segno che definisca il limite di pavimento e soffitto, ma un'unica ininterrotta vernice bianca lucida accecante che ricopre tutti gli ambienti, le scrivanie, le porte circolari come oblò che separano i pochi uffici chiusi; un utero, un cuore di latte che avvolge lo spazio e lo rende fluido, che esalta le mise delle splendide stagiste (a parte, ovviamente, una) e che trasformerebbe in un maniaco pluriomicida qualsiasi essere senziente che non possedesse un abbonamento a Vogue e Vanity Fair ed un conto aperto da Prada (sempre che il termine senziente si adatti a tali individui) o non fosse un appassionato di fantascienza. Perchè non so voi, ma a vivere nel bianco, a vivere in una pubblicità di detersivi per lavatrice in mezzo ad un branco di sciacquette cotonate con l'obbligo di parlare solo di vestiti e scarpe, bhe, io un po' mi innervosirei. O diventerei come Betty.

Comunque, dicevo, l'architetto è un pazzo igenista, e ne abbiamo parlato fin troppo. Ma i mobili... i mobili sono perfetti. I mobili sono quanto di meglio l'industria delle materie plastiche abbia realizzato negli ultimi 50 anni, ed è divertente vedere come in un ambiente che si pone quale simbolo della modernità, gli oggetti più emblematici siano degli anni 60.
Come la Swish Chair di Verner Panton, la sedia della mega sala riunioni, un blocco unico di policarbonato che sembra modellato attorno al corpo, e poi cristallizzato nella posizione "giusta"; la sedia perfetta per un luogo dove si prendono decisioni, dove il pensiero fisso (la "mia" idea contro la "tua") è costante, un oggetto bellissimo che della rigidità fa un vanto, visto che a sederti in un modo che non sia quello voluto rischi la frattura della spina dorsale.
E poi la sedia al lato della scrivania del "capo", il ragazzo farfallone, ma molto tenero e molto, molto carino,  messo dal padre in una posizione di potere che non sa come gestire, è Ero(s) di Kartell, ed il nome evocativo, e la ragazza incastonata nel suo guscio (purtroppo non compresa ne prezzo), non sono a caso: questa è una sedia a forma di abbraccio, è un fiore con la base elegantissima di metallo ed il cuore di plastica trasparente, è una sedia che ti avvolge, che ti contiene tutto, su cui, al contrario dell'altra, sono miliardi le maniere non ortodosse con cui puoi immaginare di usarla, oltre che come semplice sedia. Non a caso il suo designer è Philippe Stark... e vorrei cercare di farvi capire chi è Starck, ma mi mancano i paragoni... Perchè ogni campo ha un re Mida raffinato, trasgressivo ed ironico, ma anche cinico marchettaro cosi spudorato che alla fine ti sta pure simpatico, e che sa trasportare con incredibile grazia le sue turbe sessuali nel design avendo capito che si guadagna meglio che aprendo l'impermeabile all'uscita delle scuole, e neppure si rischia la galera. Ed insomma la sedia del fighetto che si è portato a letto mezza rivista (o, almeno per ora, tutta la rivista tranne una) poteva farla solo uno sulle cui sedie, se proprio devi, puoi anche sederti, ma denoti decisamente scarsa fantasia.
Non ho ancora notato la sedia della vicedirettrice, che come minimo è leopardata, ma per ora so solo che è girevole (elemento interessante, per persone che riflettono nel movimento), e neppure quella di Betty, che è ancora troppo insignificante per avere una sedia personalizzata; però ho visto che il fighetto di cui sopra ha sulla scrivania Nesso, lampada da tavolo di Artemide che è ancora spaziale con i suoi buoni 40 anni di vita: non le ho ancora dato un significato metaforico (la forma di medusa... che vorrà mai dire?), so soltanto che è bellissima!


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postato da Ξ lemar il Ξ sabato, 19 maggio 2007
alle ore Ξ 00:18


Lo so che il post che sto per scrivere è il motivo per cui i blog non avrebbero dovuto essere inventati, e che potrei prendere carta e penna e frignare su un diario segreto da dodicenne (mai avuto, ma forse avrei dovuto), oppure scrivere uno di quegli orrori infarciti di metafore assurde in cui non si capisce nulla, tanto per sfogarmi e non darvi l'impressione di stare leggendo un cumulo di piagnistei. Invece il rumore delle dita sui tasti mi aiuta a pensare, a rilassarmi, e sono stata abbastanza latitante ultimamente da potermene fregare dei lettori, che tanto sono assolutamente indipendenti dalla qualità dei testi.
Perchè, in estrema sintesi, che i dettagli di certi momenti disgustosi non mi interessano, ha detto soltanto, dopo un litigio folle e ridicolo, neppure rivolgendosi a me, che non andiamo d'accordo, il che è anche vero, ed è per questo che mi evita sempre; e forse è una banalità, una semplice lite fra fratelli, eppure m'è balenata in testa vividissima l'immagine di due vite future totalmente separate, di saluti imbarazzati per le feste comandate, di telefonate doverose in cui non sai bene che cosa devi dire, è mi è salito un veleno sottile e perverso che non vi so spiegare. Perchè a che serve se sto qui a chiedermi quando è cominciata questa frattura che si allarga sempre un po', quando ho iniziato a comprendere la differenza tra l'affetto istituzionale verso qualcuno con cui sei cresciuto, che ha il tuo sangue, ed la stima reciproca, che riconosce il bene e perdona il male? E perchè mi importa tanto, dato che in fondo, da qualche parte nel mio cervello, lo considero un superficiale rigido ed ingenuo, che pensa di conoscere il mondo solo perchè ne ha sperimentata una porzione infinitesima? Perchè sono ancora cosi follemente attaccata a lui come quando avevo tre anni, e se non stava girato dalla mia parte io non riuscivo a dormire? Non potrei semplicemente tirare a campare, aspettando di andarmene di nuovo da questa casa che mi sta stretta, dribblando alla meglio gli urli e le offese che non riesco più a sopportare perchè a volte sembrano rivelare un disprezzo che non so proprio come ho fatto a provocare? E perchè non riesco mai a dirglielo, che ci soffro tantissimo, o quando glielo dico lui non riesce a capirlo? Perchè voglio che sia tutto come quando avevo 15 anni e la notte mi svegliava per chiedermi "ma se lei dice che vuole solo essermi amica, vuol dire davvero che è solo un'amica o vuole che io lo pensi cosi poi non mi sento troppo sicuro di me, ma comunque ci starebbe?", anche se so che è cambiato tutto? Che ora certi discorsi apparirebbero sciocchi, e forse lo deriderei? Eppure mi manca quella confidenza, e non so rassegnarmi a che potrebbe non esserci più, perchè le persone si modificano, trovano altri stimoli, smettono di cercarsi, ma io l'ho mai davvero accettato. Perchè riesco a staccarmi dagli uomini che ho amato, ma non da quelli a cui voglio bene? Io che sono 12 anni che aspetto mio zio, che praticamente mi ha cresciuto e che un giorno è semplicemente sparito non lasciando recapiti a nessun parente, e ugualmente spero ancora che un giorno bussi alla porta con il solito mazzo di fiori e l'aria scanzonata, il mio sosia di Freddy Mercury, però più bello? Io che sono mesi ormai che spero che il grafico del blog, uno dei miei amici più cari, totalmente irreperibile da un giorno all'altro, e che non so più se è giusto cercare, improvvisamente si faccia sentire e mi dica che no, non si era scordato che esistessi, era soltanto a Caracas con col suo ultimo amore burrascoso, ma non aveva mai gettoni per il telefono? Non posso soltanto accettare che ci sono persone che non hanno voglia di dividere con me il loro tempo ed i loro pensieri, ed è giusto che sia cosi?
Probabilmente dovrei farlo, e probabilmente lo farò, o meglio già lo faccio, perchè davanti a mio fratello cerco di essere trasparente, non faccio le poste sotto casa del grafico, e mio zio, lui non so proprio dove sia. E non ditemi che invece dovrei essere spudorata e buttarmi, e farmi accettare per forza, perchè ci ho provato e non funziona. Forse devo solo aspettare, anche se non so cosa, ma almeno ad aspettare sono brava. A dimenticare decisamente meno.


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postato da Ξ lemar il Ξ mercoledì, 16 maggio 2007
alle ore Ξ 19:45


Ho appena visto "The Departed". Non voglio dirvi quanto sia favoloso, e follemente, incredibilmente divertente. Perchè sono così i film di Scorsese, non epici nè bacchettoni nè populisti, semplicemente divertenti: sarà perchè i malviventi sono sempre un po' scalcagnati, intensamente umani anche quando eccessivi, sarà per le ambientazioni perfette, perchè il bene ed il male sono la stessa cosa e ciò ti permette di riconoscerti anche nel peggiore degli assassini (a questo serve il cinema, a farti innamorare di pluriomicidi senza che la tua coscienza abbia a vergognarsene), sarà per l'abisso dell'animo umano che sembra passarti di lato quasi con leggerezza, ma io con i film di Scorsese me la spasso, mi faccio un trip di adrenalina ed intanto elaboro tante riflessioni sulla natura umana e sulle leggi dell'universo che neppure un paio d'anni di sedute psicanalitiche. Ma, dicevo, non è del film che voglio parlare, altrimenti finirei per raccontarvi il finale che volevo io, ed il finale che sembrava vero, e quello che poi era vero, e come sia cascata nel tranello di tutti e tre, ma vi rovinerei la sorpresa...

Vi voglio parlare di un'altra cosa. Vi voglio parlare di Leonardo di Caprio. Perchè mai, di grazia? A me di Caprio non è mai piaciuto, manco a dodici anni quando facevo finta di trovarlo carino perchè, diamine, era mai possibile che fossi  l'unica a consisderarlo la copia sbiadita di Semola, quello della "Spada nella roccia?" Ma non ci posso fare nulla, non mi attraeva il viso troppo appuntito, nè gli occhi troppo piccoli, nè quell'aria da bambino invecchiato in fretta fino a trent'anni e da vecchio mai cresciuto subito dopo. E non mi piaceva la sua faccia sempre uguale, la stessa espressione sofferente di un malato di dissenteria all'ultimo stadio, sia che trovasse la sua sposa novella finta-morta e la credesse defunta sul serio, sia che stesse per crepare di freddo nell'oceano tenendosi alla zattera su cui la sua ragazza troppo cicciotta non lo faceva salire, sia che, da bravo contrabbandiere di diamanti, si facese ammazzare solo perchè una giornalista americana rompiscatole gli ha fatto gli occhi dolci (chè davvero, basterebbe assoldare una giornalista per contrabbandiere ed il commercio di diamanti sarebbe finito). E soprattutto, non sopportavo la vocina piagnucolosa del doppiatore, quel tono querulo da donnetta in calore sempre sul punto di una crisi di nervi, gli acuti fuori posto, le rabbie lacrimevoli... Mai un vero grido, mai una reale incazzatura, violenta e feroce!

Però stavolta ho messo il DVD, ho selezionato la lingua originale ed i sottotitoli in italiano, come faccio sempre da quando passavo le serate alla cineteca del comune di Valencia a un euro a spettacolo, e mi si è spalancato, come al solito, un universo: a parte la banale consideranzione di come, nella lingua in cui sono stati pensati, i film siano totalmente diversi, ho scoperto che il signor di Caprio ha un profonda, sensualissima, morbida e favolosa voce da fottuto americano che impasta le parole e dilata le vocali, sporca e pastosa. Una voce da uomo, non da bambinetto con il naso che cola, una voce rude ma elegante. Splendida. E quando ho capito questo, lasciandomi trascinare dal suono dei suoi accenti da duro con un cuore, scuro e contorto, mi sono accorta che, ben diretto (con Scorsese gli avevo visto fare solo "Gangs of New York, e non mi era piaciuto), il ragazzo tira fuori carattere ed espressione, riesce ad essere spietato ed umano, leale e crudele, innamorato, devastato, spaventato, rabbioso, disilluso: il personaggio più affascinante del film, (Jack non lo contiamo, Jack è Jack), più complesso, tanto che non fai altro che chiederti perchè, idiota, perchè non la smetti con questa fedeltà inutile e prendi tu le redini, chi pensi di fare contento? tua madre???? tuo padre?????? perchè, se l'onesta non esiste, e tu per primo sei un fottuto bastardo spione???? E noti anche che gli occhi sono piccoli, si, ma hanno un bel taglio allungato, e che il viso scavato ed il corpo magrissimo, nervoso, non gli stanno male... E senti che, quando un personaggio riesce a farti immedesimare cosi tanto da volerlo prendere a brutto muso e dirgli quello che deve fare, o urlare per fermarlo, o indicargli che è lì, cavolo, è lì che deve guardare, e girati un attimo stupido!!!!!, allora vuol dire che ha fatto dannatamente bene il suo lavoro.

Quindi, se volete anche voi scoprire che il signor di Caprio ha decisamente qualcosa da dire, organizzate con me una petizione per sostituire il suo attuale doppiatore con qualsiasi altro essere umano di sesso maschile a cui non siano stati strizzati gli attributi in una morsa (per dirla in francese), oppure, voi cinefili appassionati di gangster movies americani violenti e sanguinari, fate un bel corso accelerato di inglese e datevi alle versioni originali, che fanno tanto radical-chic.

P.S. In inglese, talpa si dice rat. Cioè, non la talpa talpa, ovviamente, ma la talpa come sinonimo di spia, in inglese è rat, ratto. È per questo che c'è un megatopo nel finale. Tanto per dire che, in originale, si guadagna sempre qualcosa.


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