Di là, dopo sei giorni e sette notti, l'uomo arriva a Zobeide...
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postato da Ξ lemar il Ξ lunedì, 29 gennaio 2007
alle ore Ξ 16:53


Immediato futuro individualista e senza scrupoli, in cui l'esistenza di pochi esseri dotati di personalitá domina il paesaggio, e lo stravolge. Non esistono buoni o cattivi, ma solo metodi per ottenere scopi, cambi di mano, passaggi di complicitá. Il regno dello scontro è Gotham city, la capitale del Potere all'apice dell'ascesa, che nell'opulenza inquietante di grattacieli gotici, coronati da immaginifici apparati scenici, statue enormi, orologi, decorazioni grottesche e colossali, nasconde l'intricata rete di sporcizia, orrore, affascinante laidezza delle sue strettissime strade. Una Manatthan alla rovescia, che riversa la sua insostenibile grandezza nel suo doppio perfetto, il regno delle fogne, sistema di navate di cattedrale molto piú arioso del suo corrispettivo superiore, un cui la pesantezza dei cunicoli di collegamento serve ad esaltare gli spazi "aperti", la grande piazza delle adunate, il teatro; il tutto sommerso e fuso dalla massa unificante della melma. Il regno di sotto divora quello di sopra e lo reinventa, lo anima e distrugge, innescando una fusione dei due immaginari che nella casa terrestre di Pinguino ha la sua piú alta rappresentazione. La casa di Pinguino è sottosopra perchè è sopra e sotto nello stesso tempo. E poi il film è un'immaginifica sequenza di scenari, di ambienti, di cui i personaggi sono specchio ed artefici nello stesso tempo. La casa di Catwoman, rosa e tenera e giocosa (ma chissá quanti scheletri si nascondono nell'armadio laccato), che la gatta trasforma nel tempio lascivo dei suoi desideri ed orrori, quando scopre di sentirsi piú "appetitosa". La casa di Batman, i suoi intricati nascondigli, i suoi mille tecnologici giocattoli che trasformano un noioso riccone senza espressione in un noioso riccone senza espressione ma con miliardi di favolosi bottoncini da premere, sensazioni da provare, l'onnipotenza di fare qualsiasi cosa. E tutto il mondo attorno ai protagonisti, il balletto festoso e delirante dei pagliacci, i pinguini, le maschere: si potrebbe fermare ogni inquadratura e si scoprirebbe un universo, un intricato catalogo di situazioni, di eventi, di invenzioni. Gotham city è il posto in cui tutto è possibile, ma il Male è meglio.


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postato da Ξ lemar il Ξ domenica, 28 gennaio 2007
alle ore Ξ 17:14


"Scrivere di musica è come ballare di architettura" diceva Frank Zappa. E se non avesse ragione? E se l'architettura si potesse ballare, cantare, suonare, dipingere? Perchè cos è l'architettura, oltre ad un inspiegabile insieme di scarabocchi, ad un mucchio informe di materiali accatastati, a regolamenti e piani e politica e calcoli strutturali?
 L'architettura è l'arte di inventare storie. Di modificare lo spazio, perchè quelle storie vengano vissute. Di immaginare modi diversi di muoversi, di mangiare, di divertirsi, di lavorare, di stare, e dargli un posto. Oppure di considerare cosa, nella vita, è costante, ed esaltarlo.
Ma non è una scienza esatta, come potrebbe. È anche fondamentalmente presuntuosa, se si aspetta che la gente viva come vuole lei, perchè non capita quasi mai. È restia, la gente, a cambiare abitudini... Peró è una visione. Una visione aggrappata alla realtá, fatta di cose sensibili, di materiali, di tecniche, di necessitá da soddisfare, di colori sapori profumi contatti. Ed è ció che la rende fantastica, l'essere un sogno che si tocca, un sogno che risolve i problemi. Anche se poi spesso li crea, anche se ha costi tali da dover barattare l'indipendenza, anche se ha un valore sociale cosi forte da diventare quasi sempre strumento del potere. L'architettura la fanno i finanziatori, non i progettisti.

Epperó resta un sogno, coperto, negato, ma pur sempre un sogno, e dei sogni si puó fare quello che si vuole, li si puó trasformare in musica, in parole, in visioni. In spazio. Perchè no, in cinema. Ed anche se non sono ferrata sull'argomento, volevo cominciare un po' di recensioni "architettoniche", recensioni di spazio. Chè esistono miliardi di punti di vista per guardare un film, ed una è proprio il mondo che ha creato intorno ai personaggi. Il suo sogno di ambiente. Cominciamo dal prossimo post (ché lo so, i post lunghi non li leggete! ;-)).

Se poi qualcuno avesse da suggerire un titolo per la "rubrica" (se se, chè non dureró 3 interventi ;-)) o qualche film, avrebbe la mia massima stima... troppo poco? avrebbe la mia massima stime ed i muffin al cioccolato!


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postato da Ξ lemar il Ξ venerdì, 26 gennaio 2007
alle ore Ξ 22:14


Questa è una di quelle sere in cui ci si sente malinconici. Piú malinconici del solito, con la nebbia ovattata che avvolge la normale frenesia a farsi piú spessa. Una di quelle sere in cui il pc davanti e la voglia di scrivere possono essere pericolose, ma comunque. Sará perchè è arrivato l'inverno, e la cappa buia del cielo ammorba i pensieri. Sará la pioggia, che mi sporca la faccia e mi entra negli stivali, che pensavo non fossero piú impermeabili. Invece sono, semplicemente, bucati (si lo so che pensate, comprarne di nuovi no?). Sará perchè non riesco a guarire da quest'influenza psicosomatica (qualcuno la chiamerebbe "bisogno di scappare") che mi rende apatica, febbricitante ed assonnata e che neppure dosi massicce di non so che schifezze chimiche che il mio dottore, di solito così contrario ai farmaci, mi ha propinato, sono valse a far andare via. Saranno gli incubi, le deliranti avventure oniriche che mi fanno svegliare piú distrutta di quando mi sono addormentata. Sará che sono una stronza, se uno dei miei piú cari amici non vuole piú vedermi nemmeno dipinta, e vi giuro non so perchè. Vabbè che non penso sarei un bello spettacolo, dipinta. Oppure chissá, magari meglio che in fotografia... Sará che la fatica di alzarmi dal letto, il pensiero di vestirmi, l'assillo di farmi la doccia, il terrore dell'autobus, della metro, dell'ora da incubo che mi separa dal meno accogliente dei luoghi possibili, dalle sue ombre, dai suoi toni cupi, avvolgono l'avvio di ogni giornata in un'atmosfera di rarefatta insensibilitá. Mi immunizzo di sogni... Mi lascio andare a fasci di mondi possibli per scordarmi che il qui, e l'ora, sono la fiera della banalitá e del disincanto. O meglio non il luogo, nè il tempo, sono sbagliati, sono io che ci sto dentro con crescente disequilibrio, chiendomi dove mettermi per non attirare l'attenzione, per non rompere nulla. Aspettando che passi, nell'annoiata morbida inattivitá. Epperò mi tengo,strettissimo, il mio strano senso per il mondo intorno, l'intuito della bellezza. Perchè so ancora raccontarmi storie, immaginare vertiginosi sconvolgimenti del possibile, vedere il profilo della vita in una goccia di pioggia, e piangere e ridere di questo. Come quando, da bambina, mi inventavo le favole perchè avevo paura di dormire da sola, o quando massacravo il corpo ma continuavo a sperarlo felice. O quando immagino che ciò che si è rotto senza un motivo possa, miracolosamente, aggiustarsi. Non so vivere la veritá, qualsiasi veritá, senza amalgamarla col sogno. Ed è folle, il senso di irrealtá che a volte prende alla gola. Eppure, viaggiando a braccetto con l'immaginazione, della solitudine quasi non ho piú paura.


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postato da Ξ lemar il Ξ giovedì, 11 gennaio 2007
alle ore Ξ 23:03


Esterno. Crepuscolo, freddo non intenso ma umido, come solo a Roma sa depositarsi. Folla, rumore, confusione, dappertutto in questa città sempre sovreccitata ma non lì, nell'angolo di quel bar all'aperto nella piazza più chiassosa, a quel tavolino, sempre lo stesso. Gli occhi allungati, obliqui, persi nella linea sottile tra l'orlo del bicchiere ed il mondo intorno, assorti; una mano sulla gamba, l'altra bloccata in quel gesto, con due dita tese a sorreggere una sigaretta invisibile, a cui è cosi difficile disabituarsi, anche senza accorgersene. Il bisogno ormai lieve, ma persistente a quell'ora solitaria, di un po' di tabacco. Porta la mano dietro la sedia, rilassa il busto magro, nervoso, sullo schienale; guarda le due dita dell'altra mano, nota la sigaretta che non c'è, ride tra sè dell'ingenuo attaccamento del corpo ai rituali. Prende il bicchiere, accostandoselo alle labbra senza mai staccare lo sguardo dal profilo. Il limite tra sè e il mondo è un profilo trasparente. Beve senza alzare la testa, lentamente, deglutendo ad ogni sorso. Posa il bicchiere, distoglie gli occhi, si fa rapire dalla superficie scabra della ringhiera che separa questo bar dal vicino. Aspettando, o forse no, lasciando vagare pensieri che gli regalano un'espressione intensa, eppure distante. Chissá quanto è serio, il suo occhio sul mondo, chissá quanto duro con sè stesso. Le labbra strette, sottili, perfettamete disegnate. Se sapesse che grazia gli lascia, l'ombra passeggera di un sorriso.
 
(...) sapete, voi siete bello! E la cosa più preziosa in voi è che, a volte, non ve ne rendete conto. Oh, io vi ho studiato! Io vi guardo spesso, in disparte, da dietro un angolo! In voi c'è persino della dabbenaggine, dell'ingenuità, lo sapete questo? C'è ancora, ancora! E voi soffrite, e soffrite sinceramente, per questa dabbenaggine. Io amo la bellezza. Sono un nichilista, ma amo la bellezza. Forse che i nichilisti non amano la bellezza?
(I Demoni, Fedor Dostoevskij)


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postato da Ξ lemar il Ξ martedì, 09 gennaio 2007
alle ore Ξ 09:02


Avendo passato l'ultima settimana prima delle feste, prima che mi venisse l'influenza (si, lo so, è Natale. Non si puó avere l'influenza a Natale. Non ricordatemelo, ok??), tra promozioni di liquori da festa di pensionamento e incartamento regali per beneficenza da Feltrinelli, ho potuto cogliere da un osservatorio privilegiato (il sottoscala della Feltrinelli di piazza Colonna, dove ci avevano piazzato a fare i pacchetti),  il trend dei libri per l'inverno.

Batte ogni classifica il nuovo libro della Littizzetto, che a fronte di un titolo assolutamente idiota, vanta una favolosa copertina, che ripropone in chiave pop l'opera di un maestro della pittura contemporanea (e allora non sono l'unica a pensare che il soggetto principale di Fontana fosse un pezzo di figa!) Sulla terza, la foto della showgirl alla prima comunione, con la stessa identica faccia da chi ha appena messo una tarantola nel barattolo della marmellata e vede sua madre sul punto di aprire la dispensa.

In buona posizione il libro dell'ultimo premio nobel, tale Pamuk, dalla copertina arabeggiante dove le tipiche geishe delle stampe giapponesi, vestite da indiane, danzano con le nacchere in mano. Difficile intuire la provenienza dell'autore, di cui nessuno mi ha saputo fornire referenze benchè che i suoi volumi si comprassero in stock di 5-6 esemplari alla volta ("ma sa, così non scontento nessuno... poi è sempre un premio Nobel... e queste ballerine, tanto colorate").

Vendutissimo anche il libro di Augias "I segreti di Roma", ben visibile all'ingresso, al modico prezzo di 18,50 euro; se ne prevede giá una seconda edizione che raccolga anche i casi di omicidi-suicidi verificatisi alla scoperta dell'edizione tascabile, assolutamente identica ma con la copertina flessibile, al prezzo di 5 euro, nascosta tra "Il metodo dell'ermeneutica" di Gadamer e gli "Elementi di semiologia" di Barthes.

Menzione d'onore per i megatlanti di architettura, sempre ad effetto per regali aziendali e per far rosicare le impacchettatrici, che se li vedono passare tra le mani per un secondo sapendo che finiranno ad ammuffire su uno scaffale polveroso di uno studio di notaio, tra un libro alto 30 cm verde e uno alto 25 cm rosso col bordo blu.

Sempre ben piazzati i libri di favole, i libri da colorare, i libri per-te-che-sei-bimbo-e-non-sia-mai-ti-azzardi-a-leggere-una-cosa-da-grandi-che-poi-magari-ti-appassioni, sempre di un centrimetro troppo larghi per entrare nelle favolose bustine Feltrinelli (metti, etichetti, chiudi), necessitando per essere nascosti del complicatissimo, lunghissimo ed estenuante metodo noto come impacchettamento con la carta.

Ottima posizione per l'intera collana Einaudi, da noi molto apprezzata, se non fosse per la fantastica abitudine di ricoprire i libri con il cellophane esigendo operazioni chirurgiche di alta maestria per poter, senza rovinare eccessivamente suddetto cellophane, ("Scusi, posso toglierle a plastica?" "Cosa????? Giammai!") cancellare il prezzo.

Ancora in auge, malgrado maldestri tentativi di boicottamento (nascondere ogni copia de "Il codice da Vinci" sotto un libro di Flaubert si è rivelato impresa complicata, data la scarsitá dei secondi), una serie di best seller, quali: i grandi successi di Dan Brown; le guide ai luoghi dei grandi successi di Dan Brown; le guide alle guide ai luoghi di Dan Brown; Dan Brown e la religione cattolica; Dan Brown e la lotta per le investiture; Dan Brown e i segreti di Paperopoli; Dan Brown: mangiava troppo pesante? Date le dimensioni da enciclopedia Treccani (anche per loro, il suddetto complicatissimo, lunghissimo ecc. metodo di impacchettamento che ce li rendeva particolarmente simpatici), se ne consiglia l'uso come armi improprie contro gli insetti molesti.

Sempre presenti, benchè in modiche quantitá, tutti i libri apprezzati, regalati per passione, affetto, per dire qualcosa; i libri acquistati perchè si amano, ed certi amori li devi dividere altrimenti diventano insostenibili; i libri consigliati, scovati in biblioteca, visti alla fermata della metro in mano ad un tipo cosi carino che per forza anche il libro deve essere interessante; i libri comprati per qualcuno, solo come scusa per tenerli per sè (è tremendo, lo so, io lo faccio sempre ;-)); i libri che poi ti rimarranno in testa perchè te li ha regalati quel tipo lì, e non un altro, e dopo chissá quanto tempo magari non lo vedrai piú ma il libro resterá (un libro è per sempre, come un diamante); i libri che ad incartarli ti viene il magone, perchè sai che, da qualche parte, qualcuno che neppure conosci sta per condividere il tuo stesso segreto.


categoria del post :: libri

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postato da Ξ lemar il Ξ domenica, 07 gennaio 2007
alle ore Ξ 12:12


Di ritorno dalla seconda piú breve visita alla capitale dell'Austria ("in Austria there aren't kangoos", come in Spagna avevano tutti scritto sulle magliette temendo domande imbarazzanti), non ho voglia di raccontarvi dello sfarzo degli edifici, dei resti eleganti e decadenti della magnificenza della corte, della pulizia, dell'atmosfera sognante e malinconica. Queste cose chissá quante volte le avrete sentite. Piuttosto, vi racconto altre cose.

Del babbo in preda alla giá discussa malattia femminile (ma non ce l'avevano solo le donne la cistite? Non avete di meglio di cui parlare?), trascinato in ospedale dalla piú sballata formazione di traduttrici, cosi organizzata: mia madre che ne capiva i sintomi solo guardando la faccia soffrente, e li diceva a me in italiano, che li dicevo in spagnolo alla mia ex compagna di casa viennese, che avrebbe dovuto riferirli al medico in tedesco, con gli occhi chiusi per non guardare dove non doveva (i nordici, si sa, sono pudici). Senonchè dopo un'attesa estenuante, essendoci io e la viennese assentate un attimo per mangiare qualcosa mentre il medico si prendeva mezz'ora di pausa "per una conferenza", ed essendosi l'attimo trasformato in un'ora buona data la flemma mediterranea con cui in un caffè qualsiasi ti scaldano un wustel, la mamma ed il babbo senza il pezzo portante della traduzione sono stati chiamati alla visita. E dato che il babbo era mezzo morto, incapace di intendere in italiano, figuriamoci in inglese con accento teutonico, il povero medico ha finito per rivolgersi alla mamma, che conosce solo un po' di francese. Parlandole, ovviamente, in latino ("Sanguine in orina?" "Si" "In morbo est. Antibiotico. Semel in die". E poi dicono che non serve!

E poi posso dirvi dei cessi della cittá, con lo scarico avanzato in modo da lasciare una parte centrale piana; il che, nelle intenzioni, immagino serva a permettere l'accurato studio scientifico delle proprie evacuazioni, per riscontrare sintomi di infermitá o, chissá, per leggerne il futuro come i fondi del caffè, ma nella pratica risulta fonte di una certa soggezione (non so voi, ma io i miei rifiuti voglio averli subito il piú lontano possibile). Per quanto, d'altra parte, la cittá sia piena di toilettes pulitissime, ovviamente a pagamento, in cui megere di 200 chili ti indirizzano nelle cabine con piglio da caporali, e ti chiudono dentro a chiave casomai volessi fuggire via prima del tempo. Non per niente Vienna vanta, fin dai primi del Novecento, uno tra i piú bei bagni pubblici, dell'architetto piú perverso e geniale, in pieno centro cittá, trattati come monumento nazionale.

Ed ancora, farvi riflettere sull'intima contraddizione tra l'essere uno dei paesi che hanno piú a cuore il problema dell'ambiente, ed avere i termosifoni cosí alti in ogni luogo chiuso da costringerti ad andare in giro per negozi in canottiera. Perchè non so a voi, ma a me è sembrata lievemente psicopata una cittá di ecologisti in cui si ricicla tutto, in cui le buste di plastica costano uno sproposito, in cui negli anni '80 si è progettato e fatto costruire dal un pittore matto il piú bell'inceneritore che va a compost (cioè produce energia dai rifiuti organici) con cui si alimenta la metropolitana, e nella quale poi (la cittá, non la metropolitana) si è costretti a dormire in mutande perchè il freddo no, quello non si puó sopportare, e se all'esterno ci sono -5 gradi all'interno devono essercene 30.

E poi raccontarvi dei dolci (argomento abusato, lo so, ma troppo ghiotto), perchè se è vero che la Sacher è famosa nel mondo, tanto che l'Hotel Sacher e la pasticceria Demel si litigano da secoli il primato sull'invenzione (ed il primo costringe a code da ufficio postale pur di provare le sue ghiottonerie), la torta di Demel vestita di morbidissima glassa al cioccolato e ripiena di mousse al cioccolato in Pan di Spagna al cioccolato è una cosa da infarto... Perchè qua i dolci sono un rito, una fede, un godimento irrinunciabile, e non ho mai visto tante pasticcerie e tante panetterie tutte insieme. E non profumano di farina, le panetterie. Profumano di burro. Ovviamente, non sono da dimenticare anche le schifezze salate, il miliardo di tipi diversi di wurstel grassissimi untissimi e favolosi che si mangiano in mezzo alla strada con miniforchettine di plastica, o direttamente con le mani, intingendoli nella senape e accompagnandoli con un trito di una cosa che sembra carota bianca, ma è cosi piccante che al wasabi fa una pip... ehm, baffo. E poi, in una spassosa cena in un ristorante tipico con i parenti dell'ex compagna di casa, la zuppa di cipolle dal nome impronunciabile, i famosi Spnizel (una cotoletta di maiale molto meglio di quella milanese), un morbidissimo arrosto di vitello con salsa di birra e polpette di pan di burro, i crauti, l'insalata tiepida di patate e cipolle (vabbè, tanto dormivo coi miei ;-)), e un altro dolce stracioccolatoso... Roba che, andando in bagno, ancora mi ricordo.

Ovviamente ci sarebbero mille altre cose, ma non mi vengono in mente. Mi verranno in mente quando prima possibile, ritorneró!


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