Di là, dopo sei giorni e sette notti, l'uomo arriva a Zobeide...
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postato da Ξ lemar il Ξ giovedì, 31 agosto 2006
alle ore Ξ 02:51


Questa è solo per me

Dannata capacità di ascoltare, dannata sensibilità, fottuta calma apparente... Lo strumento non modifica la misura, lo strumento si spappola quando la misura è troppo complessa, o ha semplicemente deciso che doveva colpire forte. Senza badare alle coseguenze, il che è giusto, epperò crudele.

STATI DI AGITAZIONE (Cccp)

Stati di agitazione
Stati di agitazione
Stati di agitazione in corpo, nella testa
occhi infossati, lucidi
noie con il respiro
mi si accelera il fiato
eppure sono vivo
stati di agitazione
stati di agitazione
stati di agitazione tra le idee, sulla pelle
devo tenermi su, devo essere presente
va meglio, peggio, va meglio, peggio, va meglio, peggio
qualcosa più di niente
qualcosa più di niente
stati di agitazione in me nelle mie vene
stati di agitazione e mai niente di più
e mai niente di più
e mai niente di più
e mai niente di più



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postato da Ξ lemar il Ξ mercoledì, 30 agosto 2006
alle ore Ξ 18:18


In questi giorni di annoiata nullafacenza tra un lavoretto e l’altro, mi sto dedicando ad un’insolita quanto fastidiosamente ipnotica degenza di fronte alla tv; attività che, oltre a minare il mio sistema neurovegetativo, mi ha posto di fronte ad una serie di insolubili interrogativi, che mi levano il sonno. Ad esempio:  cosa ha fatto Andrea di “Un posto al sole”, quando ancora stava con Viola, perché la ragazza, visibilmente indignata, aspetti ben 20 secondi prima di saltargli addosso selvaggiamente? E il poliziotto capellone di “Distretto di polizia”, che nei trailer della nuova serie dichiara di innamorarsi dell’attrice appena entrata nel cast, non era gay?

Ma la questione che più mi angoscia, perché è nascosta da qualche parte nel mio cervello anche se stenta a venire fuori, è: come finisce “Hello Spank?” Il cartone della ragazzina Aiko con la testa enorme e il padre fuggito in mare (per disperazione probabilmente), che si fa adottare da un assurdo cane convinto di essere un uomo? Perché io mi ricordavo solo la sua storia d’amore a distanza (della ragazzina, non del cane) con tale Ray, occhialuto intellettuale timidone, che fa tanto lo sdolcinato ma poi non esita ad andarsene a studiare all’estero abbandonandola tutta sola… facendo pure una scenata assurda alla partenza, chè non puoi disperarti se poi sei tu quello che si allontana! E mi immaginavo il loro finale ricongiungimento, con lacrime e abbracci, se non fosse che oggi è successo qualcosa. Oggi è entrato in scena il personaggio che non mi ricordavo, il fantastico Seyca (o qualcosa di simile), spocchioso spilungone col cane più tonto del mondo, che non fa altro che sfottere la “povera” Aiko e i suoi capelli di alghe (non proprio a torto, possiamo dirlo), facendola ovviamente imbestialire, da cretina permalosa qual è… come fai a non capire la più classica delle tattiche di seduzione da manga giapponese? Non hai mai visto Candy Candy?? Ma facendosi anche voler bene per i suoi momenti di tenerezza, per il cuore buono sotto la scorza dura, e perché salverà senz’altro quell’irresponsabile di Spank, sempre pronto a cacciarsi nei guai.

Perciò la mia domanda è la seguente: chi dei due vincerà? Lo studioso alla melassa, che però è lontano, o l’antipatico fascinoso, che fa tanto il superiore ma poi è sempre a disposizione? Perché l’ho completamente rimosso… e non posso andare avanti con questo dubbio angosciante, ne va della mia infanzia… Quindi, se qualcuno di voi ne sa qualcosa, mi faccia sapere!!



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postato da Ξ lemar il Ξ martedì, 29 agosto 2006
alle ore Ξ 16:52


Questo quadro non è uno di quelli davanti a cui la gente passa e si ferma estasiata. Non viene percepito come capolavoro universale, anzi al National Museum di Londra la gente gli passava davanti senza nemmeno notarlo. Eppure, se mai si volesse segnare in maniera puramente didascalica un inizio per quella vorticosa, magmatica epoca che qualcuno chiamó Rinascimento, perlomeno in pittura, bhe, questo ipotetico punto di partenza non sarebbe molto lontano da qui. Perchè quest'opera indica lo scontro tra due mondi, netto, definivo, e dopo di lei le cose sarebbero state diverse. Impossibile non evitarlo, anche per disprezzarlo. E sembra così dimesso....

Perchè questo quadro fu dipinto a due mani da Masolino da Panicale, buon pittore di solida scuola gotica, e dal suo migliore allievo, Masaccio, giovane geniale ma ancora sconosciuto, frequentatore di nuove correnti che fermentavano in quel di Firenze... amico del signor Filippo Brunelleschi, e con una certa insofferenza verso lo stile della tradizione. Verso la pittura gotica che, lungi dall'essere disprezzabile, si era sviluppata in forme raffinate ed elegantissime; semplicemente, non aveva tra le sue prioritá quella di essere realistica, non aveva alcun interesse per la rappresentazione del mondo quale lo vedono gli occhi umani, naturalmente fallaci di fronte a quelli divini. Dava molta piú importanza alla simbologia, al recepimento delle gerarchie (i santi dipinti piú grandi degli uomini), alla messa in evidenza delle storie del Vangelo usando un linguaggio codificato e recepibile a tutti. Ma giá questo universo ristretto si stava ampliando: qualcosa era giá cambiato con la crescita di altri mecenati oltre alla Chiesa, come le corti europee o i signori italiani, sviluppando  nuovi temi "cortesi" con un gusto incredibilmente prezioso per il dettaglio, estremamente definito: tra scene di caccia con piante perfettamente elaborate e fondali completamente piatti, e di banchetti con abiti femminili decoratissimi su corpi che non contengono nulla. Nessun volume, nessun muscolo, pieghe inventate, nessuna ombra, un'impalcatura di finissimi decori sul niente. E questo delicato amore per gli oggetti, per il lavoro di cesello, l'interesse per le cose piccole a discapito della costruzione generale dell'immagine, si rifletteva anche sul cosiddetto horror vacui delle opere del periodo: letteralmente "paura del vuoto", indica la tendenza a riempire il quadro fino all'inverosimile di colori, decori, scene, personaggi, senza ordine, senza uno schema, rincorrendo una ricchezza piú quantitativa che qualitativa.

Poi qualcosa cambia. O meglio cambiano tante cose, e non tutte insieme, ma gradualmente, ed in mille campi. Cambia la societá, si stabilizzano modifiche economiche, si riscoprono testi antichi nascosti nei monasteri, si riallaccia un filo che sembrava spezzato con la cultura classica, simbolo della grandezza universale, dei maggiori successi in ogni campo. Si rimette al centro della ricerca l'uomo, come mezzo e fine ultimo di qualsiasi manifestazione del pensiero. In pittura, questo significa trovare negli occhi il piú importante degli alleati: osservare il mondo e rappresentarlo com'è, trovando la legge che regoli geometricamente la resa dello spazio sul piano. Fare coscientemente quello che il cervello fa senza pensarci... e questa legge, che prima solo si abbozza e poi verrá sviluppata con grandissimo dettaglio nel corso del '400, è la prospettiva. Realismo e profonditá, i primi temi che la nuova arte trova ad affrontare: non piú delicati panneggi che coprono manichini, ma corpi veri, scolpiti dal chiaroscuro, disposti nello spazio, regolati da una composizione solida; e poi, piú avanti, la luce, l'espressione dei sentimenti, i colori...

Ma da una parte si doveva cominciare, e si comincia da qui, col giovane Masaccio (adoro queste espressioni da guida turistica anni '50!) che riceve da Brunelleschi la scoperta della prospettiva. E che, guardando a Giotto prima di lui, decide di rappresentare il mondo, e l'uomo, come l'occhio lo vede. E quando il suo mestro gli dá la possibilitá di dimostrare le sue doti in un' opera a due mani, rappresentando la poco importante Madonna di questo quadro giá in parte realizzato, egli lo fa. Ed il contrasto tra la piatta ed elegante sant'Anna, con lo stuolo di angeli in miniatura a circondarla sorreggendo un panno che sembra una lastra di metallo, e la forte, solida, corposa vergine non potrebbe essere piú evidente. Che poi ha proprio la faccia da pazza, la Vergine, l'occhio a palla e l'espressione fissa, per non parlare dell'erculeo bambino... Ma sono corpi, forti, robusti, sotto il manto forgiato dal chiaroscuro si immaginano le gambe, si sente il loro vigore: anche la stoffa si fa pesante e morbida, si arrotola in pieghe lievi intorno al viso, si tende, si rilascia. É un corpo, la Vergine, è un essere umano, ha carne, sangue, e un'incredibile umanitá: non è la rappresentazione stilizzata e simbolica di un essere divino, ma è una donna, reale, neppure troppo bella, una madre vera che adesso dará un ceffone a questo bimbo troppo grosso per essere educato. Nessun panneggio arzigogolato, nessun decorativismo fine a sè stesso nell'abito all'antica, ma una composizione controllata ed un sapiente e dosato uso dei colori complementari (blu e arancione) per esaltare la scena sacra.

Insomma, la rivoluzione, per quanto poco vistosa, nel chiaroscuro volumetrico e nel vigore di un personaggio minore: epperó Masolino ne capí la portata, anche se non riuscì ad emularla mai, come la capí Brunelleschi, e Masaccio ancora ragazzino si ritrovó a concretizzare il nuovo in opere che, benchè invise al pubblico, abituato all'eleganza frivola gotica, stavano aprendo un solco mai piú chiuso: l'uso della prospettiva come organizzatrice geometrica dello spazio, lo studio della luce nel volume massiccio dei corpi, la solennitá classica delle figure, l'umanizzazione sovversiva del sacro, la composizione accorta.

Peró la morte prematura a neppure trent'anni gli impedí di diventare il Maestro assoluto che si meritava di essere, e ha diviso la sua gloria tra i suoi coetanei piú fortunati. Sempre sfigati, i migliori...


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postato da Ξ lemar il Ξ domenica, 27 agosto 2006
alle ore Ξ 13:01


In tempi non sospetti, non mi ricordo in occasione di quale scempio, avevo promesso che se avessero fatto una fiction su Agostino, Teresa d’Avila o Filippo Neri, mi sarei incatenata al cavallo di Saxa Rubra cominciando un rumorosissimo sciopero della fame. Pensavo ai santi meno televisivi di tutti, (il letterato individualista, la donna dalle estasi molto “umane”, il colto filologo della Bibbia, più fortunato di Erasmo da Rotterdam), perché non potevo mai immaginare che si potessero compiere nefandezze peggiori.

E invece…. La RAI ha pronta una nuova fantastica fiction, con protagonista la mazzadiscopasenzaespressione Alessio Boni, che tratterà della vita di… oddio non riesco a dirlo… Michelangelo Merisi da Caravaggio. Nientepopodimeno. Non uno qualsiasi tra i miliardi di artisti maledetti di quel secolo scriteriato e geniale che è stato il Barocco romano. Ma proprio il mio preferito, quello su cui si sono dette più scemenze, e la cui arte è stata profanata dalle più stupide banalità riduttive. Realismo, chiaroscuro, pittura popolare…. Ogni volta che mi accodo alle  guide turistiche per godermi i miei quadri preferiti in mezzo alla folla, e sento ripetere i soliti triti luoghi comuni, devo tenere a bada gli istinti omicidi. Che poi, passi mal-educare gruppi di ragazzini in gita, che in fondo hanno l’opera davanti a sfottere tutti i tentativi di costringerla in schemi già pronti, ma gettare in pasto ai leoni un’esperienza umana tanto profonda mettendola nelle mani di Alessio Boni! No, scusate, un brocco nel ruolo che era di Volontè, quando la tv aveva ancora un suo posto nel mondo! E non mi dite che una fiction è un modo per diffondere l’arte, che chi non l’ha mai sentito nominare verrà preso da curiosità, ecc ecc ecc…. Perché il depresso con turbe infantili che metteranno in scena, in bilico tra esaltazione maniaca e smanie omicide, senz’altro vicino agli “umili” (nel senso di Costanzo, non manzoniano), un po’ scapestrato ma in fondo tanto bravo ragazzo, solo capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato, bhe quel fighetto lì non ha nulla di Caravaggio.

Infatti il signor Merisi era un fantastico, affascinate, incredibilmente egocentrico stronzo. Uno che, ancora ragazzino, passa il tempo a farsi autoritratti da efebico dandy depravato, elegante e lascivo, spacciandoli per pitture di genere con cui pagarsi la vita a Roma. Un morto di fame, che si dipinge come un signorotto superbo e sfrontato; non per niente era cresciuto in un’epoca, il Manierismo, in cui la preziosità colta quanto inutile era la perfezione, ed i preliminari tra un bambino di dieci anni e sua madre venivano considerati il massimo dell’arte.

Ma anche da grande, nelle sue opere mature, quelle cosiddette “realiste” (brrrrr….), in cui violenza, grandezza, splendore nella loro potente espressività superano i giochetti preziosi e fine a sé stessi del tardo cinquecento, la vena perversa, egocentrica, continua ad affiorare arricchendo d’ansia la solennità. Ed in quanto agli umili… dipingere i poveri, trovare nella strada un’ispirazione tanto profonda quanto sentita (a parte le arie da signore, anche Caravaggio viveva la Roma oscura dei postacci, il cuore nero della Capitale cristiana),  era un’esigenza estremamente profonda: ridare alla Chiesa controriformata un nuovo slancio non solo in senso repressivo e monumentale (“facciamogli vedere quanto siamo tosti e quanto siamo ricchi, a questi protestanti invidiosi e menagramo”), ma anche in senso umano, mescolando sacro e profano in un’unità inscindibile di senso e spazio…  Inventandosi un altro mondo, un’altra luce, un luogo pazzesco dove i contrasti si fondono. Ma quando mai è realista Caravaggio? Il suo universo non esiste da nessuna parte.

Potrei continuare a lungo (scazzi con tutti i committenti di Roma, vita violenta, religiosità intensa e anarchica, omicidio, fuga, evoluzione dell’arte a Napoli, viaggi, morte…), ma non è detto che il mio Michelangelo sia più reale di quello di Boni, e non la mia personale interpretazione. Il che va pure bene, però dipende da chi la fa, questa interpretazione (e io non sono certo la storica più qualificata ;-)) Se solo gli sceneggiatori RAI  non fossero così dannatamente noiosi… Vabbè, attenderò scettica e nervosa quest’ennesimo omicidio, sperando vivamente di sbagliarmi, ed intanto vi invito tutti ad una bella passeggiata per il centro di Roma, a cercare il Maestro nei suoi vivi resti sparsi per la città. Se aveste bisogno di una guida, bhe sapete dove trovarmi ;-))



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postato da Ξ lemar il Ξ venerdì, 25 agosto 2006
alle ore Ξ 17:18


Pomeriggio, in macchina, parcheggio di un ipermercato GS. Io e il babbo di ritorno dalla lezione di guida (non ridete, dopo 2 anni senza sedermi davanti a sinistra, e non essendo mai uscita da un raggio di 6 chilometri attorno a casa mia, manco mi ricordavo dove fosse il freno e dove l’acceleratore), inviati dalla Mamma a fare un po’ di spesa. Totonno al posto di pilota (“tizzy lievt a’lloc e famm’assettá a mme, voglio stá quiet cinq minut’), avviato verso il cancello, si trova in faccia una tizia maritomunita (anche lei lezioni di guida?) che stava entrando con la sua auto senza neppure guardare. Inviperita dalla frenata improvvisa, la signora scambia uno sguardo gelido col babbo sibilando tra i denti un inconfondibile “Stronzo!” Al che Toto le si accosta con aria decisa, abbassa il finestrino e le fa: “Sei stata fortunata ad incontrare me, perché se fosse stato un altro non si sarebbe fatto dare dello stronzo senza risponderti a tono.” E lei, impassibile, visibilmente offesa: “Stronzo? Chi le ha dato dello stronzo? Io ce l’avevo con mio marito!!”


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postato da Ξ lemar il Ξ mercoledì, 23 agosto 2006
alle ore Ξ 19:38


Insomma eravamo rimasti all’attesa davanti al palco vuoto, abbarbicata sulla transenna, canticchiandomi Paranoid Android nell’incavo del gomito con ritmo compulsivo (psicotici quanto inutili tentativi di passare le attese snervanti).

Poi finalmente le luci si sono accese, la dannatissima tenda, che per tutto il giorno si era mostrata pericolante, è stata aperta, e sullo scenario psichedelico di schermi irregolari sparpagliati sul fondo come vetri rotti i Radiohead sono entrati. Attaccando Airbag. Con tale esplosione di energia, rabbia e raffinata malinconia che mi sono messa a piangere come la groupie quindicenne di una boyband. Ad un concerto rock, diomio!! Dove i modi per sfogare l’adrenalina sono tanti, urlaresaltarecantareballare fino a perdere il respiro, e però era troppo grande l’emozione, troppo atteso il momento, troppo violenta la bellezza che mi stava attraversando dalla punta dei piedi alla cima dei capelli per potermela tenere dentro. Ed hanno continuato ad arrotolarmi le viscere, cambiando strumenti e tempi (se proprio vogliamo trovar loro una sfumatura, da un’opera completa ci sarebbe potuta aspettare maggiore unità), ma mantenendo lo stesso splendore distruttivo, la stessa tensione… se questa è l’anima del mio tempo, una collera cinica eppure idealista ne tesse la trama.
Intenso, emozionante, crudele: vedere quell’uomo così strano farsi uscire la voce dal corpo quasi con dolore, come se lo stesse torturando, eppure non potesse farne a meno; muoversi, sul palco, con ritmo distorto, accarezzare gli strumenti e poi violentarli…. Insistere, in un pezzo suonato al piano con gli occhi nella telecamera proiettata sugli schermi, sulla disimmetria del corpo, la sua apparente fragilità.


Paranoid Android più caustica di sempre, Fake Plastic Trees commovente (altre lacrime, sob, sono irrecuperabile) e morbida, e poi le altre, mescolate ai colori, alle immagini, alla luce blu che mi è rimasta attaccata alla retina. Un capolavoro, non so dire altro.  Così breve nelle sue due ore, che quando Thom si è inchinato verso il pubblico per salutare (di poche parole, thom, anche perché quando parla la voce decisamente non lo aiuta), non potevo crederci che fosse finito. Mi era volato tra le mani.

Però il tempo era passato, erano le due di notte, e dopo un quarto d’ora ci stavano già cacciando via. Il resto, alla prossima.



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postato da Ξ lemar il Ξ lunedì, 21 agosto 2006
alle ore Ξ 16:53


Resoconto epidermico ed emozionale dei tre giorni di Pukkelpop, chè la scarsa conoscenza e confusa delle 7 note porta a preferire un rapporto uterino e sentimentale con la musica: per dettagliati ragguagli tecnici, rivolgersi altrove. Ovviamente ci sarebbe da parlare delle varie ed eventuali, il campeggio, la mia fedele tenda morta sul campo con onore, il paesello sconsolato di minatori belgi, il clima psicopatico, l’aeroporto fantasma di Bruxelles, le fantastiche patatine fritte, ma questo la prossima volta.

Si comincia il giovedì, tutti allegri e pimpanti nel megaparco adibito ad area concerti: 5 palchi a fornire una copiosa l’offerta, ma anche a rendere un po’ complessi gli spostamenti per chi non fosse dotato dell’ubiquità (altro accessorio utile ma non indispensabile da inserire nella “guida al perfetto bagaglio da festival rock estivo ” che si potrebbe realizzare da queste parti).

Partendo,  tanto per marcare il territorio, dal primo gruppo del primo giorno nel main stage, e trovandosi davanti una psicolabile biondissima con la faccia laccata di bianco, alla quale il contatto ravvicinato delle dita con una presa di corrente aveva regalato una fantastica acconciatura e l’energia per urlare suoni inarticolati in mezzo ad un rumore infernale (quando non riesco a distinguere gli strumenti o è punk, o sono ubriaca, o non è il concerto giusto).
Quindi un’altra pazzoide, stavolta 100 chili di donna in camicetta da collegiale e fuseaux, con rossetto rosso fuoco e codini da pippi calzelunghe obesa, che dopo una mezz’ora di strilli e salti da bimba capricciosa ha fatto montare sul palco quattro ragazzini/e, convincendoli a togliersi la maglia e tentando, infruttuosamente, di violentarli in diretta.
Poi un breve intermezzo nel Club, palco al coperto di media grandezza, praticamente un tendone del Villaggio Globale in miniatura, a vedere qualcuno che mi sembrò piacevole, ma evidentemente non risolutivo dato che non me ne ricordo assolutamente nulla (brevi echi di chitarra in lontananza, e forse una bella voce).
Quindi di nuovo al main stage per i Gomez, la cui conoscenza la devo a lui (come pure l’esistenza stessa del Pukkelpop), e che ora sento il dovere morale di contribuire a diffondere: ottimo rock, divertente, splendidamente suonato (ok, di tecnica non so nulla, ma la Bellezza la so riconoscere ovunque), incredibilmente vario (molto se detto da una rompiscatole ignorante a cui sembrano sempre “tutti uguali” ;-)), arricchito da un cantante dalla voce soul potente e caldissima, che si dava il cambio con gli altri 2 vocalist bravi benché senz’altro meno impressionanti. Davvero coinvolgenti, ricchi, ma anche dotati di una piacevolezza, una “facilità” tale da chiedersi come caspita sia possibile la loro mancata fama planetaria, probabilmente resa difficoltosa dalle facce pulite un po’ da nerd che neppure il chitarrista fighetto riesce a riscattare, in questo bastardo mondo di apparenze (Thom Yorke e metallari in genere esculsi).
A seguire gli Infadels, spassoso gruppo tra rock e dance molto ballabile (notevole il cantante rasato a zero in completo nero e cravatta fucsia, un vero personaggio d’altri tempi), che “la guida ai concerti”  in olandese definiva band funky ispirata a Nirvana e a Daft Punk (e visto che ci siamo, perché non a Beethoven e Led Zeppelin?).
Poi The magic numbers, ancora rock molto carino per un concerto interessante ed allegro; anche loro invisi alla Gloria, forse perché dotati di teste barbute e capellone di orsi burberi ma buoni, e camicie a scacchi su fisici corpulenti molto poco da artisti maledetti (forse da metallari, senz’altro non da Thom Yorke).
Quindi la posizione seconda-fila propedeutica agli headliner della serata (curiosi? ;-)) è stata teatro del rimpianto peggiore del festival, e cioè il concerto mutilato degli Snow Patrol, i cui strumenti si erano persi in quel di Heatrow (scambiati per bombe e fatti brillare?): per questo si sono presentati in due con un paio di chitarre acustiche probabilmente racimolate tra gli altri musicisti ed un’aria sconsolata che non ha loro impedito di mettere in piedi una bella esibizione, breve ma intensa, piena più di speranze che di appagamento. Da rivedere, decisamente sembravano meritare.
E finalmente, dopo un’attesa lunghissima che ha visto sistemare sul palco una marea di strumenti, tastiere, attrezzi vari, sullo sfondo di una bianco tessuto pesante incorniciato da una tenda barocca bordeaux , lo scatolone nero piazzato in mezzo alla baraonda si è aperto ed è uscito il diavolo biondo….. Beck ed il suo gruppo di pazzoidi musicisti (il batterista nero con gli immensi ricci alti sulla testa, il bassista fighetto, il mio adorato uomo-tuttofare ballerino snodabile), in versione burattini di peluche che, vestiti di tutto punto ed armati di strumenti, hanno cominciato ad intonare Loser muovendosi al ritmo. Dopo un paio di minuti anche i loro sosia umani sono usciti, abbigliati allo stesso modo, e si sono messi ad imitarli, dando vita ad una fantastica performance (chè chiamare quelli di Beck “concerti” è quanto di più riduttivo possa esserci), in cui la musica è solo una parte dello show. Mentre gli umani suonavano, e ballavano, alternando generi e strumenti, ciascuno di loro impegnato con campionatori, chitarre, percussioni, strani cesti rumorosi, piatti e bicchieri (essì, ad un certo punto si sono seduti a tavola e hanno suonato il servizio buono), i burattini, protagonisti indiscussi dei maxischermi, li seguivano nelle stesse evoluzioni, raddoppiandone l’energia. Il genialoide artista (cantante? dj? schizofrenico?), i cui lunghi boccoli sotto il cappello da cowboy ormai coprono le spalle in gilet nero su camicia bianca, ha spaziato dal rap al country passando per qualsiasi cosa possa venirvi in mente, in un’orgia di suoni, immagini, colori, sensazioni… un’ora e passa di delirio, interrotta solo, nei 5 minuti di pausa-pipì della band, da uno spassoso video dei pupazzi-burattini a spasso per il Pukkelpop (peccato non averli incontrati ;-)), chi a  provarci con le donne, chi a cercare da bere, chi a rubare passi di danza… Assolutamente, assolutamente fantastico.

Poi la tizia davanti a me in fila se n’è andata, in una di quelle botte di fortuna che posso avere solo io, ed io mi sono piazzata davanti contro la transenna, in posizione semplicemente perfetta, ad aspettare i Radiohead. Ma loro sono i miei preferiti, da sempre, e quindi ve li racconto in un post a parte. (to be continued… stavolta davvero, non come sempre ;-))



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