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postato da Ξ lemar il Ξ lunedì, 15 maggio 2006
alle ore Ξ 11:42


Lui è il compagno Napoleon (anzi, comrade Napoleon, perchè per ora noi siamo l'unica lingua che conosco a chiamare i neri con l'appellativo dei rossi, ed a dare ai rossi un nome piú bello). Altezzoso e frontato, ma un po' ridicolo, perchè con che coraggio te la tiri in questa maniera, con quell'aria cosí superiore, se sei una pallina de grasso rosa shocking di 4 centimetri di larghezza? Fatta principalmente di farina di mais e colla? Perchè quando, verso il finire di un'estate particolarmente calda e particolarmente triste, il tuo parentado dislocato per l'Italia ti invade la casa, come puoi intrattenere la bellissima ma un po' rompipalle nipotina cinquenne (figlia di mia cugina, ma per è mia nipote, chiaro??), che non ti lascia andare neppure in bagno da sola, ed a cui la tua cara zia ha esaltato fino allo spasimo le tue doti d'artista della modellazione? (la mia piú grande fan, anche se con un percezione un po' di parte delle mie qualitá, certe volte quasi imbarazzante). Rifacendo "La fattoria degli animali" di pasta di mais, ovviamente: così che tu possa impegnare mani e testa in morbidi impasti, evitando di pensare ad altro, e la piccola possa sviluppare le sue qualitá creativa attaccando l'impasto su qualsiasi superficie liscia che incontra, con preferenza verso il tavolino di cristallo del salotto, gli specchi ed il pavimento di marmo, o facendolo cadere nel cibo... senza che nessuno dica nulla, negli indubbi vantaggi di essere la prima nipote. Ma è anche l'occasione per raccontarle, rielaborandola, una strana avventura di animali rivoluzionari che finiranno per scannarsi per la supremazia, coinvolgendo le fattorie vicine in una lotta senza quartiere per il potere (ehm... l'ho un poco romanzata... non per niente sono figlia sua ;-)), e per vederla sforzarsi di raggiungere il massimo livello espressivo, o quello che lei stessa reputi sia la perfezione formale, fregandosene dei commenti altrui. <Mannó, guarda come fa Letizia, hai fatto la coda troppo lunga!> <Non schiacciarlo tanto, deve essere un topo, non una sogliola!> al che lei risponde sempre, perentoria <Io lo volevo così>. E mentre pure tu ti sei lasciata ormai inquinare dalla presunta "naturalezza" dei tuoi modelli, come se ci fosse qualcosa di verosimile in un maialino naif tondo e rosa, e davvero ti sforzi di fargli la coda arrotolata e le orecchie a punta come da tua immagine mentale di un "maiale", ad un certo punto la bimba ti sconvolge con un <E se lo facessimo verde?> Al che soffochi l'assurdo <Ma i maiali non sono verdi, sono rosa!!> e ti getti a pié pari nell'avventura dei colori folli, facendo rane rosse e asini viola, ed una bellissima papera azzurra che ora la peste tiene in camera sua come reliquia (o magari avrá buttato dal balcone, chissá). E vorresti andare oltre, fare un cane con le orecchie da elefante, un gatto con le ali, un pappagallo con le zampe di cavallo, ma la piccola saggia ti ferma in tempo <No, questo non è reale>. Al che non vuoi rovinarle la sorpresa di quando scoprirá quanto sia incasinato, il Reale.

Alla fine gli animali della fattoria, dopo aver vinto l'aspra guerra con i popoli confinanti, sono stati regalati, a Natale, un po' a tutti i miei amici (la nipotina giá si era portata via i suoi preferiti), e non mi ricordo assolutamente a chi sia toccato Napoleon (anche se ho una mezza idea di a chi avrei potuto darlo, il maiale-Stalin che fa della rivoluzione la sua personale vittoria ;-)), ma spero che lo coccoli e gli faccia passare le velleitá assolutistiche; ed io, che mi sto leggendo il libro in inglese per fare la figa, dopo tutto questo inutile racconto di vita vi lascio con l'unica domanda seria che giustifica il post: ma se  questi affarini li vendessi, voi li comprereste??


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postato da Ξ lemar il Ξ venerdì, 12 maggio 2006
alle ore Ξ 15:23


Insomma, il caro Andrea mi ha dato un altro ottimo consiglio.

E la signora Coixet mi ha fregato, di nuovo, la prima volta facendomi credere alle solite depressioni esistenziali, stavolta (touché) ad una ragazzina preda di inutili disturbi alimentari... Niente di piú falso, ovviamente. E mi sono ritrovata morbidamente avvolta da un'ovattata malinconia, dove il dolore piú profondo si fa gioia di vivere, e rimpianto... riflettendo sulle parole del mio saggio compagno di casa che, parlando di "Volver" di Almodovar, e della sua apparente (?) superficialitá, mi ricordava come il male sia sempre stato accettato e visto come il senso del tempo, come una parte della vita e del suo flusso; è adesso, nella spasmodica ricerca della "felicitá", non in quanto accettazione partecipe e disincantata dello scorrere delle cose, ma come ansia di perfezione, che il dolore ci fa paura, va nascosto, si arrampica negli anfratti piú bui e ci si fa il nido, trasformandosi in tormento. È diventato l'ultimo dei tabú, il dolore.

Ma non vi racconto la trama del film, dovete vederlo, solo pensavo ad una cosa che mi ha colpito molto, ed è il tema delle coincidenze: è che succedono così tante cose in questa storia, proprio nell'attimo in ci dovevano succedere, che non ci puoi credere che sia cosí... ed infatti non è cosí. Perchè le coincidenze non esistono, lo sto capendo adesso. Esiste solo la propria disponibilitá a vedere il mondo ogni volta diverso a seconda di quello che si ha dentro... è una specie di magma informe, il mondo, e sono il mio corpo, e la mia mente, che passandoci in mezzo ne colgono quello che sentono di poter cogliere, quello che io dó loro la possibilitá di comprendere, accettare, sentire tra le dita... sono io a costruire il mondo, a dargli colore e spessore, sono io a cui , nella sua intima essenza, lo spazio intorno a me fa riferimento. Che fatica, diomio, e che paura, ma quale intima soddisfazione.

Forse è vero che gli occhi non esistono. Esistono soltanto le percezioni. Allora mi sa che ho penso qualche pezzo per strada, ed è arrivato il momento di correre a cercarlo.

P.S. Grazie mille, era proprio quello che dovevo vedere quando dovevo vederlo, e mi ha colpito piú in profonditá di quanto possa spiegare. Che poi film cosí fino a qualche tempo fa non mi sarebbero piaciuti... sono una donna tutta di un pezzo, io, bando ai sentimentalismi. Bhe sono in debito, come la mettiamo? Ti faccio da giuda turistica a spasso per Roma? Ti preparo la mousse che ha rincretinito il saggio compagno di casa di cui sopra? Elige lo que quieras ;-))


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postato da Ξ lemar il Ξ mercoledì, 10 maggio 2006
alle ore Ξ 15:10


Stai in biblioteca leggendo un serioso saggio di Bruno Zevi sul linguaggio moderno dell'achitettura, quando, per spiegarti l'importanza di modellare gli spazi sulle attivitá, e non su astratti metodi proporzionali, il vecchio volpone se ne esce con questo esempio, e tu cominci a ridere cosí forte che quasi devono cacciarti via:

Nel romano Palazzo Littorio alla Farnesina, inopinatamente completato come sede degli Affari Esteri, ci sono gabinetti alti 7 metri, come i piú vasti saloni; vi si dovrebbero recare per le loro viscerali esigenze giganti favolosi o duci su trampoli di almeno 5 metri; invece sono usati da omuncoli che, in quei cessi imperiali, fanno una pessima figura. Schizofrenia del classicismo.

Perchè à parte l'immagine dei nostri politici con le braghe calate sperduti negli immensi gabinetti dell'augusto ed orripilante edificio (tema, quello dei bisogni corporali dei membri del Parlamento, che sembra diventato di vitale importanza per gruppi di presunti "onorevoli" che si pongono problemi etici sull'uso dei wc, non essendo abituati, evidentemente, a chiudere la porta), a me questo brano ha fatto pensare a tutti i posti in cui, per un motivo od un altro, non riesco a fare pipí. Come i bagni dell'Auditorium di Roma, vasti saloni di marmo con i lavandini che si azionano automaticamente ed ampie pareti specchiate, in cui minuscoli gabinetti si mortificano in stanze che potrebbero accogliere un appartamento, lucidissime, freddamente eleganti; magari soddisferanno il delirio di onnipotenza dei visitatori, ma a me fanno impressione. Mi mettono soggezione, ecco, ed io ho bisogno di rilassarmi. La mia vescica vuole un ambiente accogliente, non un sarcofago di pietra grigia.
Stesso risultato, ma per motivi differenti, nei bagni delle donne dell'universitá della sede di via Flaminia, in cui, in cessi di dimensioni umane, tutto il controsoffitto di orrendo polistirene è stato eliminato per lasciare spazio ad un'assurdo groviglio di fili, cavi elettrici, tubi, cosí contorti da rischiare ogni momento di rompersi e franarti addosso. C'è chi ne ha visto uscire scintille, ma ho preferito non indagare. Che poi non è tanto la paura di avere acqua, gas, elettricitá (e pure gli scarichi dell'acqua nera) annodati in bella mostra sopra la testa, ma piuttosto la distrazione che il guazzabuglio di materiali, colori, forme diverse riesce a provocare: chi puó fare piú pipí quando ha a disposizione un tale patrimonio di esempi pratici di installazioni? E a parte questo, avete idea del loro valore artistico? Come l'argento dell'isolante dell'aria condizionata, che si sposa coi rossi, coi gialli, col rame dei fili elettrici che ogni tanto esce fuori... Neppure Tinguely potrebbe tanto. Conosco una ragazza che ci si arrampicó e li studió attentamente, per progettare i bagni del suo esame di sintesi. Ho pure chiesto ad un amico se la stessa meraviglia ci sia anche nel bagno degli uomini, ma mi ha risposto <Quando sto in bagno di solito non guardo in alto>. Bhe, non sa cosa si perde.

Perchè poi i bagni sono la cosa piú importante di un progetto, e passi il primo anno a incassare 6 appartamenti in un quadrato venti per venti, rincorrendo una fantomatica "idea architettonica" (non chiedetemi, vi prego, cosa sia), cercando di evitare gabinetti mastodontici che accoglierebbero una piscina (anche se non sarebbero poi cosí male), come pure cessi di un metro per uno e mezzo in cui per chiudere la porta devi salire sul water. Poi, arrivata al perfetto dimensionamento delle parti, l'anno dopo, realizzando splendidi bagni per un centro multi-socio-cultural-musical-regá-metteci-un-po'-quello-che-vi-pare-dentro, scopri che, negli spazi pubblici (soprattutto gli spazi per fighetti-freakettoni-casinisti-ci-arrampichiamo-sulla-mega-scala-triangolare-facciamo-le-corse-sulle-rampe-e-saltiamo-dalle-doppie-altezze che hai progettato), i bagni devono essere il piú brutti possibile. Piccoli, fastidiosi, poco accoglienti. Non ti deve venire in mente di farci dentro niente piú che il minimo indispensabile: al massimo puoi giocare sulla definizione di questo "minimo indispensabile" se hai a cuore il benessere ed il divertimento degli utenti fighetti-freakettoni-ecc-ecc di cui sopra. E ti vengono svelati pure divertenti trucchi, come il fatto che le luci bluastre dei cessi delle discoteche servano a rendere piú difficile vedersi le vene quando ci si deve bucare; ovviamente adesso passo il mio tempo a girare per i wc delle discoteche, e devo dire che le mie vene, verdissime sul polso, continuano a vedersi. O ci si racconta dei bagni di un locale in cui lo specchio a tutta altezza del gabinetto degli uomini (dove sono i lavandini, non esageriamo ;-)) sia in realtá un vetro riflettente nella parte del bagno delle donne, che ci vanno solo per godersi lo show. E mille altre storielle esilaranti...

D'altronde, a parte tutto, fare gli architetti ha un indubbio vantaggio: tu sei il primo che  sa dove andare quando ha un bisogno urgente.


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postato da Ξ lemar il Ξ sabato, 06 maggio 2006
alle ore Ξ 21:56


And someone’s whispering into my ear
Askin’ softly what do your fear today

Che poi non va male, anzi. Non sto facendo cose da pazzi, ma sono tranquilla e allegra. Nervosamente contenta, è tanto che non scrivo ma mi sono successe cose divertenti (ho due teschi nell'armadio del ripostiglio, tra le altre), che a raccontare in un blog verrebbero bene. Solo che ora non mi va.

Mi sono vista dentro, con certa crudele intensitá, ancora piú seccata da un inutile fatalismo. Eil mio demone ha preso una strana forma sognante qualche notte fa, tra il sonno e la veglia, in quella fase in cui non sai bene dove ti trovi, soprattutto se sotto casa tua hanno deciso di allenarsi per la formula uno... Non mi ha preoccupato, anzi era quasi ridicolo, perchè quando scopri che tutto quello che ti frena è un groviglio di paure inutili che ti scorrono sotto la pelle, l'unica cosa che puoi fare è prenderla con dignitoso umorismo. Perchè ero in un altissimo prisma di cemento, quattro pareti grigie, sporche, a chiudere uno stretto cubicolo quadrato: lí, arrotolata come un salame nella folle ragnatela di chissá quale mostro mitologico, avvolta in lucidi strappi di plastica nera, stella di tentacoli saldati dal fuoco contro le mura ("Catrame", pensavo, in tre dimensioni), ad aspettare che arrivasse, che succedesse... qualcosa. Senza timore, solo... tempo che scorre. E poi ancora. Mentre mi vedevo contemporaneamente dentro e fuori (voi non vi smaterializzate mai nei sogni? non pensate di essere spettatori di un film in cui fate i protagonisti? per magari cambiare personaggio a metá?), telecamera al sulla stele che mi invischiava, con intorno fuochi e fiamme, come nell'immaginazione contorta del macabro Sartre, ma senza falli giganti. Sono timida, pure quando dormo. E sentivo che non era poi cosí male...
Fa caldo nel bozzo di terrori da cui ti sei lasciata prendere. Ci si puó trovare, a muoversi con cautela, una certa qual comoditá. È pure zeppo di citazioni che nessuno capirebbe... molto snob questa condizione di solitaria vittima di sè stessa, se solo trovassi un miglior sceneggiatore.



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