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venerdì, 30 dicembre 2005
alle ore Ξ
23:30
Sto per partire, per andare a fare uno strano Capodanno in uno splendido posto... A Siena, in una piazza che amo, in una città che mi incanta, con il sottofondo di uno straordinario concerto, il raffinato folletto zingaro e i suoi ritmi travolgenti e la donna che ha violentato la mia adolescenza con la sua rabbia, il suo rimpianto... ed anche se adesso è diventata una subrette della canzone, a rimasticare ritmi sempre uguali rimodernandoli vanamente, non c'è niente di più liberatorio che un corsa in bici verso il mare urlando "Fino all'ultimo" a squarciagola e sentendo i miei quindici anni di ribellione trattenuta invadermi il cuore.... Per poi finire la notte nel posto migliore in cui avrei voluto essere, di fronte a quelli che per me sono i simboli stessi della divinità, l'essere umano che si eleva al senso del sacro attraverso l'arte.... in un museo, in una mostra di alcuni tra i miei pittori preferiti, a bere il calice della passione dalle labbra di quelli che ne erano invasi, tanto da non riuscire a tenerla tutta per sè. E doverla distribuire al mondo.
Però vi lascio con una canzone, con un inno che è insieme violenza e disperazione, e rabbia, e speranza, immaginandovi la voce ipnotica e incantatrice di Ferretti, quegli occhi immensi che sembrano aver visto l'infinito ma non averlo amato, a far tremare i polsi e ghiacciare le vene... E divertitevi tutti, e fate pazzie, ci si vede l'anno prossimo!!
BUON ANNO RAGAZZI
Scartato il gusto del ritrovamento di un'origine inesistente Non esiste proprio non c'è Scontata l'importanza del vestire In maniera adeguata e conveniente Di una qualche compagnia piacente Siccome tacciono quelli che sanno Siccome tacciono
Buon anno, ragazze e ragazzi Buon anno
Impostori e piccoli Dei in corpo pallido bronzeo nero Consapevoli sterminatori accorti nel distruggere Attenti nell'arricchire piccoli eroi mai sazi Consapevoli sterminatori complici e profittatori Siccome sanno quello che fanno Non li perdono non li perdonerò Siccome sanno quello che fanno
Impostori e piccoli Dei in corpo pallido bronzeo nero Consapevoli sterminatori in corpo pallido bronzeo nero Siccome sanno quello che fanno Non li perdono non li perdonerò Siccome sanno quello che fanno
Ora la neve scricchiola sotto le scarpe rigide Si condensa il respiro come fumo pastoso risucchiato dal vento L'aria è fredda la luce bluastra Cani col muso a terra e pelo dritto Cani col muso a terra e pelo dritto Ordini nuovi secchi taglienti Taglienti taglienti taglienti Nessuna garanzia per nessuno Nessuna garanzia per nessuno Nessuna garanzia per nessuno Nessuna garanzia per nessuno Nessuna garanzia per nessuno Nessuna garanzia per nessuno
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giovedì, 29 dicembre 2005
alle ore Ξ
09:20
L'ho rivista dopo tre mesi di lontananza, dopo averla lasciata sola, lei, così splendidamente altera, così affascinante, che non ammetterebbe mai di aver sentito la mia mancanza, che non può, non deve, sentire la mancanza di nessuno, avendone visti passare così tanti dalle sue parti... innamorati o semplici passanti svogliati, che non se la immaginavano proprio una come lei, non così incredibile, e si ritrovano soggiogati, sfiniti, a ridacchiare, a commentare sciocchezze su libretti insulsi, per cercare di arginare quell'onda che li devasta e che non sanno da dove viene. Quell'onda che mi acchiappa tutte le volte, e non solo con lei (la fedeltà non è una garanzia richiesta ai suoi amanti, solo la dedizione assoluta), ma che lei sa rendere così... necessaria. E mi ha accolto con freddezza stavolta, quasi con astio, in fondo infastidita dal fatto che mediti di lasciarla ancora, un vento gelido tra noi a trattenere le prime effusioni, ma poi... io so come prenderla, conosco i lati nascosti e gli angoli bui, i tesori preziosi a cui gli altri passano intorno senza notarli, le sue mille stregate sfaccettature, le stratificazioni che la sua lunga vita le ha lasciato addosso e che lei porta come un vessillo, fiera di sè stessa, fiera del sangue, del dolore, fiera anche delle devastazioni che mi divorano il cuore ma su cui lei sorride sorniona, sapendo che nessuno, mai, potrà distruggerla, ma che neppure il mio amore, tutta la dedizione che potrei darle se avessi, un giorno, la possibilità di consacrarmi solo a lei, potrà cambiare il modo in cui il mondo la sta violentando.... E l'ho scavata, avvinghiata, stretta, cercando di rubare con gli occhi il suo splendore, scoprendo nuove infinite bellezze mai assaggiate, nuovi riflessi, perchè con lei ogni contatto rivela possibilità infinite, e non smetterei mai di nutrirmene, di cercare la sua essenza unitaria, il cuore che la definisca, oppure di sezionarla negli innumerevoli gioielli sfavillanti che la vita le ha lasciato addosso e che lei ha fatto suoi, inglobandoli nel suo profumo e che, ognuno per sè, tutte le altre le invidiano... ma non potrebbero portare con la stessa superba naturalezza.
E dovunque finirò a vivere, in quante altre città del mondo passerò, vivrò, amerò, in ognuna cercherò un pezzo di lei. E mi mancherà.
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mercoledì, 28 dicembre 2005
alle ore Ξ
08:55
Va bene, la smetto con i post in spagnolo per sottolineare il mio dissenso con la politica, la morale, i costumi, IL CLIMA dell'Italia, ma cercare sul metro spagnolo il tuo ormai intramontabile fumetto preferito e trovare questo articolo non poteva passare sotto silenzio... Perchè lo sfottono tutti, nel mondo, tutti i miei amici cosmopoliti, quando si nominano i rappresentanti del Governo italiano giù matte risate, e si fanno prendere dallo spirito di responsabilità, per convincerti che è tuo dovere morale votare contro, che "deve esserci un'alternativa!" Poi tu gli spieghi qual è l'alternativa, cosa ha fatto in passato e cosa ha in mente di fare, e loro ti guardano stralunati ed un po' storditi. "Se è così, non vorrei essere italiano in questo momento" Davvero?? Bhe, neppure io.
Ma non facciamoci prendere dallo sconforto ora che è Natale, godiamoci il nostro cantante (vi ho detto che Blob mi ha deliziato? ammazza quante me ne ero perse!!) ed al resto si penserà. O si fuggirà via dopo la laurea, a seconda dei casi.
TRAD. Il poliedrico Silvio Berlusconi sembra che abbia preso gusto al mondo della musica. Non soddisfatto dall'aver pubblicato un disco due anni fa, "Meglio una canzone", ha deciso si superare sè stesso e lanciare il secondo. Al momento, può contare solo sui testi delle canzoni, composte tra l'una e le sei del mattino di diversi sabato. Il suo angolo preferito, la cucina della sua villa di Arcore, nei dintorni di Milano, è stato il luogo in cui ha trovato l'ispirazione.
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lunedì, 26 dicembre 2005
alle ore Ξ
23:44
Una torna a casa dopo tre mesi per rilassarsi, godersi i parenti pazzoidi, le loro risate e i loro assurdi racconti che, in fondo, ti mancavano, per farsi descrivere le ultime avventure della scuola di mamma, dell'ufficio di Toto, dei coreani con cui mio fratello è finito a lavorare, per godersi un bel cenone napoletano a base di baccalà e fritto di pesce e per lasciarsi andare a qualche accorata discussione sulla situazione politica (perchè io e mio padre siamo gli unici che possono mettersi ad urlare pure quando sono d'accordo), per fare i pacchetti che domani lascerò alla mia cara Befana ;-)) visto che gli amici sono tutti tornati a casa e ne incontrerò pochissimi purtroppo, per godersi un bel libro che avevo voglia di rileggere (Bel-Ami, di quelle cose che a 15 anni ti sconvolgono ed a venti ti fanno fare matte risate, anche se lo sto acora cercando un uomo a cui questa lettura possa giovare, e forse è un bene che non lo abbia ancora trovato), per disegnare un po', per vedersi blog e tornare in pari delle avventure perse del Cavaliere.... Ed invece scopri che la tua famiglia ti ha aspettato al varco col pc fisso distrutto, per farselo formattare e poi infettare subito dopo da uno sciame di virus da stanare uno ad uno nel registro di sistema... proprio come gli insetti rintanati in qualche mobile di cucina abbandonato da anni... e mentre mandi la solita e-mail disperata sapendo che verrà ascoltata (mai approfittare delle persone buone, perchè vi aiuteranno ;-)) rimpiangi un sole luminosissimo, il sogno dorato della nuova casa di Valencia (ragazzi, mi trasferisco in una reggia!!!!! poi vi racconto ok??), la bicicletta ed il mare... e decidi di fare gli auguri ai tuoi amatissimi utenti lasciandogli una canzone che per quanto populista, un po' sciocca e retrò, rappresenta lo spirito di questi tempi.... e di queste strane tradizioni. E poi che volete, a me gli Ska-p piacciono troppo!! Ehi, mica vi serve una traduzione? ;-)) VILLANCICO25, ya es Navidad. Todos juntos vamos a brindarpor Ruanda, Etiopía. En Venezuela o en la Indiahoy mueren niños, ¡FELIZ NAVIDAD!Navidades de hambre y dolor. Ha nacido el hijo de Dios.El Mesías que nos guía, ofrece su filosofía.Nadie entiende al hijo de Dios.Mi familia comienza a cantar. En el ambiente hay felicidad.En compañía vamos a olvidar la agonía de los pueblosdonde no hay Navidad.Cantemos, hermanos, todos juntos hacia el Vaticano.Suelta prenda, ¡COÑO!, que mueren niños de inanición.Un negocio millonario con la fe de los cristianosque utilizan a Jesús como el perpetuo salvador.Jesucristo era un tío normal, pacifista, intelectual,siempre al lado de los pobres, defendiendo sus valores,siempre en contra del capital.Crucificado como un animal, defendiendo un ideal.El abuso de riqueza se convierte en la miseria más injustade la humanidad.Mi familia comienza...Cantemos, hermanos, todos juntos...Fue la Iglesia la que se lo montóy de su muerte un negocio creó.El Vaticano es un imperio que devora con ingeniopredicando por la caridad.25, ya es navidad. Todos juntos vamos a brindarpor un revolucionario que intentó cambiar el mundo,el primer hippie de la humanidad.Mi familia comienza...Cantemos, hermanos, todos juntos...La Navidad, la Navidad, ES LA SOCIEDAD DE CONSUMO.MENTIRA, MENTIRA, la Navidad es mentira, MENTIRA...(Ska-P, Eurosis)
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giovedì, 22 dicembre 2005
alle ore Ξ
14:42
<< Tutti gli uomini sono uguali: maschilisti, egoisti, insensibili ed inutili. Pensano di avere sempre ragione >> <<Totalmente d'accordo >> << Ehi, non guardatemi così, sto facendo un corso intensivo su come si stirano le camicie!>>
No, lo ripeto, qua non ci sono femministe, anche questa striscia quotidiana del Metro spagnolo mi piace parecchio, ma è che il problema delle camicie da stirare è diventato il simbolo stesso della possibilità di vivere da sola, insieme agli accendini, che finalmente riesco ad accendere al massimo al quarto tentativo pure da ubriaca (ma ci si è lavorato molto), e le lattine che necessitano un apriscatole, ancora ridotte a brandelli....
Perchè prima di partire lo chiesi a tutti i miei amici fuorisede se mi conveniva portare il ferro da casa, se il naylon si brucia anche mantenendo una bassa temperatura, se potevo evitare le lenzuola, come si passa attraverso i bottoni... ed ho scoperto una cosa incredibile. Che, a parte qualche caso isolato (quasi tutti ragazzi in realtà, decisamente più vanitosi ;-)) nessuno, ma dico NESSUNO tra quelli che conosco stira.... ma niente eh? neppure la maglietta preferita, la camicia fighetta.... eppure sono tutti, non dico eleganti ma quantomeno decorosi....
E quindi, scioccata ma decisamente risollevata, ho abbandonato a casa l'arnese infernale per far posto a qualcosa di più utile (chissà cosa...), ricordandomi il consiglio di un uomo piuttosto pieno di sè ma decisamente saggio (anche se lui secondo me si stira tutto) secondo il quale l'importante è "stendere bene", e me ne vado in giro tutta felice con i panni sgualciti, e sfido qualcuno ad accorgersene!!
Perchè è questo che significa vivere per conto proprio: ridurre al minimo gli oneri di cui prima qualcuno si faceva carico per te, e fare in modo che nessuno possa scoprirlo ;-))
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domenica, 18 dicembre 2005
alle ore Ξ
10:42
Comprendere il vuoto per non lasciarsene schiacciare... il vuoto che è spazio, e forma pura, avvolgente cappa di nulla che si plasma attorno al corpo, ad ogni singolo atomo, e si costruisce in ciascun istante in mille sfaccettature sottili... ed ogni gesto, ogni respiro, ogni singola goccia di vita che si sposta produce un riverbero che il vuoto assorbe ed amplifica, proiettandolo nello spazio e nel tempo, a colpire le altre vite, gli altri corpi, tutto ciò che pretende di non essere vuoto, ma che di vuoto è imbevuto e strutturato... lo demas.... ferendolo con la sua essenza, la sua più intima natura, lasciando una traccia indelebile in quello che incontra, e lasciandosene conquistare.... e modificare. E se il mondo fosse solo questo, discorso muto di movimenti che si passano l'uno all'altro attraverso il vuoto? Che si parlano, incontrano, scambiano sensazioni? Un'impalcatura di tragitti che non conducono da nessuna parte. Solo a sè stessi.
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sabato, 17 dicembre 2005
alle ore Ξ
00:31
Forse in questo angolo di web ci saranno cambiamenti... o forse no, non lo so, ho lasciato le chiavi di casa e la più completa libertà ad un restauratore (brrr.... manco in un milione di anni la trovavo una definizione che ti potesse infastidire di più ;-)) per mettere in ordine la mia città, spappolare questo template anonimo e ricostruirlo dalle fondamenta... però non so se lo farà, magari si stancherà prima di compiere l'opera, o magari non gli piacerà, chi può dirlo, i restauratori sono strani personaggi.... Però mi piace l'idea di alzarmi una mattina, passare e trovare il mio piccolo mondo sconvolto da un uragano di creatività. Che non sarà la mia, non sarà identica alla Zobeide che immagino, che ho rincorso nel filo si seta fatto pietra di un arabesco dell'Alambra, o ritrovato intorno ad un tè marocchino con pazzi ventenni di tutto il mondo a scambiarsi racconti, vita, risate, o ho ricostruito pezzo pezzo in un puzzle di foto rubate dal mio cuore che ancora non ho avuto tempo di stampare, o nelle conchiglie che il mare di Valencia mi ha lasciato tra le mani in un mattino pieno di sole in cui disegnare il mio progetto e dedicare una lacrima ad un rimpianto mi ha ridato il senso delle proporzioni... non sarà come la sogno io, però sarà divertente scoprire come il mio mondo viene interpretato, perchè ogni mente ha il suo modo di elaborare gli stimoli e comporli in forme sempre diverse, e non tutte le menti sanno fare la stessa cosa con la stessa cura... a che serve la vita sociale se non a lasciare a ciascuno lo spazio per le proprie attitudini? Lo so che è una frase da baci Perugina, ma ci sono momenti in cui mi piace essere scioccamente ottimista e non essere contraddetta, va bene?? e poi detto da una che sta portando avanti un lavoro di gruppo con altre undici persone che non parlano la stessa lingua, vi assicuro che ha il suo peso ;-)) Quindi diamo in mano il template a chi lo sa fare, sperando che ne ricavi qualcosa di buono... e poi è gratis, e questo non vi sembra allettante? Ed ho la strana, persistente impressione che mi piacerà :-))
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giovedì, 15 dicembre 2005
alle ore Ξ
08:17
(parte 2)
qui la parte 1)
E se nera fosse stata perfetta? Elegante, raffinata... Una Z3 nera, la Sua Z3 nera, in quella maniera così naturale, quasi infantile, che ha di farti regali costosissimi senza che tu possa sentirne l'onere... perchè non saprà abbinare le camicie, ma è così tenero, così innamorato della vita... e di te. E tu che hai fatto? Riverniciarla, ovvio, fargli sentire il peso del tuo sapere, della tua snobistica superiorità, l'artista, l'uomo perduto,ancora una volta... Perchè continui con la pantomima di sentirti più forte degli altri? Perchè te lo lasciano fare? O perche scegli solo quelli che te lo lascino fare?
Il primo figlio Juan lo aveva avuto da Edith, l'amica di sempre, mani abili che non sanno di saper stringere ed occhi grandi che non sanno di saper guardare... intelligente ed arrabbiata, curiosa e malinconica, utopista e cinica, lei, i suoi sogni, i suoi libri... la donna a cui raccontare tutto, la passione ed il dolore, perchè non giudica, e perchè non sa chiedere nulla, a cui l'affetto scivola sopra come una coperta dove rintanarsi lascia un po' di quiete, vomitandole contro il grumo che intasa il cuore di un uomo così sperduto, raccontandole di abissi di solitudine in cui qualsiasi corpo, qualsiasi respiro diventa un tentativo fallito per cercare di arginare il vuoto che avanza, pur sapendolo, Juan, che la sua storia nera la corroderà... perchè lo guarda, lei, e sente stringerle il cuore un buio che non può frenare, ma solo ascoltare con trasporto, col senso inadeguato dell'incomprensione... lei, che sa come amare significhi volere la gioia dell'altro, a costo di impazzirne... e ancora lei, pur fiera della fiducia di un cuore così avvolto in sè stesso, che butterebbe tutto al vento, affetto, calore, angoli obliqui mai detti a nessuno, se solo per un attimo, un unico, dannato istante, in mezzo a quelle sagome senza faccia e senza futuro, spremute in notti prive di speranza, ci fosse anche lei... odiando quel bene che non si fa desiderio neppure per gioco, ed odiandosi per l'egoistica, folle lusinga che le inquina il sonno, tra volerlo felice e volerlo e basta, quando i due estremi sono così distanti...
Ed a vederlo arrivare in quel modo, di nuovo divorato dalla vita, stanco, a rincorrere l'assurdo sogno di un bambino suo che gli restituisca la vita persa, un pezzo di sè da amare liberamente, l'ossessione di rigenerarsi in un cuore più vivo, ed a chiederlo a te, "voglio un figlio", perchè per lui tu sei è così forte e debole, così imbevuta di mondo, così Madre a modo tuo, non puoi che accoglierlo dentro di te, Edith, consapevole di un'asimmetria di sentimenti di cui non ti importa nulla, lasciarlo rintanare, a ricamare il miraggio di una vita che vi salvi tutti e due... sperando di fermarlo in qualcosa che abbia il suo sguardo, da tenere sempre accanto, a cui veder cercare la strada e di nuovo perderla, o ritrovarla in un filo disperso... pur sapendo che quell'odore non te lo leverai più di dosso, quel viso riflesso in un corpo nuovo ti avvelenerà la vita, qualsiasi speranza di futuro diverso, eppure... eppure è così dolce averlo vicino per un po', lasciare che ti si riposi accanto, anche se tra un giorno, un mese, un minuto scapperà di nuovo, ed è così morbido il contatto, che tutto il resto perde d'importanza. E di colore.
E quando vengono al mondo, questi occhi concepiti nella nebbia, non potrebbero essere più grandi.
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mercoledì, 14 dicembre 2005
alle ore Ξ
16:12
Questa recensione non l'ho scritta io, me l'ha inviata un simpatico signore con cui ho avuto la fortuna di parlare (a proposito, grazie mille signor Lorenzo!), che vive da quarant'anni a Vienna ma è rimasto innamorato dell'Italia e dell'italiano, e la pubblico perchè mi piace molto, perchè il Gattopardo è uno di quei libri che amo ma non sono ancora riuscita a sviscerare (quell'icredibile giardino di scioccante sensualità, tra rose bellissime e marce il cui odore penetrante fa perdere i sensi...) e perchè la Sicilia è un luogo che mi sta chiamando ormai da un po' di tempo, ed ho deciso di rispondere, non fosse altro perchè forse ne vale la pena.... e chi l'ha detto poi che le occasioni perse non si possano recuperare?? ;-))
Nel romanzo di Tomasi di Lampedusa, viene descritto il passaggio storico dal Regno delle due Sicilie sotto la dinastia spagnola dei Borboni, al Regno d’Italia sotto la dinastia piemontese dei Savoia.
Il romanzo eccella per la sua raffinata e precisa descrizione delle persone coinvolte e del paesaggio siciliano. L’uso abile e accurato dei vocaboli dà l’impressione di rivivere quei tempi passati e nello stesso tempo invita a sostenerlo e difenderlo contro la pratica moderna della mescolanza con altre lingue, con il risultato di una grave alterazione della pronuncia e dell’ortografia della nostra lingua madre.
Il romanzo, nel trattare gli avvenimenti storici che hanno cambiato radicalmente la situazione politica in Italia, analizza in minuziosi dettagli le ripercussioni psichiche e sociali delle classi nobili del tempo.
Il Gattopardo, cosciente dei cambiamenti in atto, si accinge ad accettarli, ben sapendo che in fondo, dopo i primi periodi di confusione e smarrimento generale, tutto ritornerà com’era prima.
Le rivoluzioni non cambiano gli uomini, ma danno al sistema un nuovo volto e un nuovo nome per confermare il senso della necessità che le hanno create.
È così che coloro che erano al potere ci sono rimasti, fino ad alcune eccezioni per determinare il senso del cambiamento. A loro si sono aggiunti i rivoluzionari e i soliti opportunisti che, finita la rivoluzione, hanno ottenuto cariche importanti e remunerative nel nuovo costituito Regno d’Italia.
Come in ogni cambiamento radicale, sono presenti gli onesti come i disonesti, ma questi ultimi determinano la svolta e quindi le decisioni da prendere.
Un’unica differenza si trova nel fatto che i disonesti, nuovi e vecchi, per lo meno nei primi tempi, agiscono con più cautela e prudenza. Dopo, quando il sistema si sarà rafforzato e stabilizzato, agiranno con più libertà e sfacciataggine per raggiungere i propri scopi e interessi.
Il popolo, come sempre generoso e facilmente recuperabile nelle lotte per gli ideali di giustizia, libertà, verrà di nuovo sfruttato e ignorato.
Cos’è cambiato?, poco o nulla. Coloro che erano al potere sono rimasti, insieme ad altri nuovi che presto hanno imparato bene il loro mestiere, sfruttando le solite pecorelle che sempre devono pagare per gli scopi dei potenti, nuovi e vecchi.
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libri
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venerdì, 09 dicembre 2005
alle ore Ξ
00:54
(esperimento di stile, liberamente tratto dal mondo e dalla mia testa o da quelle altrui... pero hace falta saberlo?)
Uomo non ancora identificato si schianta nella notte contro un muro a bordo di una Z3 grigia riverniciata... Dalle case vicine, testimoni affermano di aver sentito una musica a tutto volume provenire dall'abitacolo, suoni duri, violenti, crudeli... <"The bitter end" dei Placebo, ne sono certo! Ed è finita nell'attimo stesso dell'impatto!> dicono.
Aveva 29 anni ed era bellissimo. Bello come solo sa esserlo un uomo troppo vorace, troppo assetato per godersi quello che ha, e troppo intelligente per non vederne il profilo sottile in controluce... E ve ne sareste innamorati, tutti, di quel viso innaturalmente magro, le labbra taglienti e lo sguardo obliquo perso nell'infinito, e lo avreste ammirato per la sua strana, folle vita, così geniale, così ricca, così priva di scrupoli o false ipocrisie... L'artista spregiudicato, il padre disperso ma presente, la macchina giusta, anche se col colore sbagliato, un uomo vicino ad amarlo per i suoi pregi ed una donna lontano ad amarlo per i suoi difetti, avventure, speranze, progetti, possibilità... ma voleva morire. Semplicemente cancellare il mondo, passarci un colpo di spugna come si fa con una macchia troppo resistente, un grumo, da sciogliere e poi lavare via... Morire.
Perchè sapeva che avere tutto nel posto sbagliato non gli bastava, e confondere il cuore ed i sensi nel caleidoscopio di esseri umani che lo circondava, rubare, violentare, stuprare ciascuno di loro della sua essenza più limpida non poteva riempire il vuoto di sentirsi sempre, costantemente, terribilmente al di là... e non potersi portare nulla con sè su quell'albero spoglio, nè l'intelligenza divertita e disinteressata di chi non puoi amare neppure volendo, nè l'allegra dolcezza che non sa farsi stile... perchè i colori sono importanti, ecchediamine, soprattutto se sei un grafico, e certe imprecisioni pesano come macigli in una mente che vede lo Splendore passargli davanti tutti i giorni, nei corpi perfetti in cerca di fama che chiedono di trovargli un posto nel mondo, e da cui non puoi lasciarti che divorare... mentre cinque pezzi di te, che la vita ti ha staccato dal corpo quasi senza che te ne accorgessi, da cui le donne traggono una linfa che invidi sapendo di non poterla condividere, si fanno sempre più grandi, e distanti... potranno mai capire? potranno sentirlo questo vuoto, e non lasciarsene sopraffare?
continua...
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