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sabato, 26 novembre 2005
alle ore Ξ
12:57
La prima volta che ho visto il flamenco dal vivo qui, in Spagna (e già vedete che parlo come un'emigrante con vent'anni di lontananza sulle spalle) non me la posso scordare... la prima volta che siamo andati a "Radio city", che ora è un po' la nostra casa, nel carmen lleno de splendor y basura, il più classico dei club reso unico dal soffitto dipinto e l'atmosfera festosa, tra maschere bianche e spettrali e borse appese ai muri ricavate da taniche di benzina...., ed in un angolo, accanto all'entrata dei bagni (assolutamente irragiungibile quando ci sono gli spettacoli,a meno di non usare la necessità di andarci come scusa per arrivare davanti), il palco, immancabile in tutti i locali di Valencia, perchè qua suonare, recitare, cantare dal vivo è una cosa seria... E mi sono innamorata subito di questa musica viscerale, profondissima, le cui radici si perdono in quel calderone di culture, epoche, tradizioni che deve essere l'Andalucia, la porta dell'Africa e dell'India gitana, che fonde il ritmo delle percussioni, di qualsiasi cosa possa generare un suono netto e cadenzato (le mani battute tra loro o sulle gambe, i tacchi, quel pazzesco strumento che ha la forma di una scatola di legno su cui si sta seduti, che si chiama Cajón de flamenco e che in genere all'interno ha una piccola cordiera di metallo che fa fare un suono più acuto), con un canto struggente, un lunghissimo, caldo lamento in cui le corde vocali vengono pizzicate, allungate, manipolate come uno strumento (e certe volte è proprio snervante, dio mio, questo pianto ininterrotto, e le vorresti strangolare le donne che hanno ridotto questi poveracci a ululare alla luna per trovare conforto ;-)), e con la chitarra, la guitara española, violentata con voluttà da mani sapienti che sanno tirarne fuori l'essenza intima, mescolando velocità e maestria, armonia e ritmo... E poi il ballo, quello che ti rimane attaccato alla pelle, quello che nessuno può dimenticare... tutto il corpo che si muove con la musica, che ne asseconda gli istinti o che li domina con violenza, convulsamente agitato o sensualmente sciolto, elettrizzato dalle urla della folla, anch'esse imbevute della magia dell'esibizione, anch'esse rituali...
Ho visto ballare uomini insignificanti trasformati dal ritmo in divinità, ho visto una donna bellissima, ho visto due uomini insieme, l'allievo ed il maestro, rincorrersi e girarsi intorno come in un gioco di specchi... ho ascoltato Enrique Moriente, la sua voce rotonda e morbida, nell'Heineken Jammin festival valenciano, tra fricchettoni urlanti appena impazziti per il punk-rock dei Sonic Youth che si sono subito lasciati conquistare dal suo fascino potente e caldo, innamorandomi del nervoso tocador de caja, alto e magrissimo, assolutamente invaso dalla musica, dominato dal suo ritmo infernale, che non poteva, non riusciva a stare fermo, ed a un certo punto ha abbandonato il cerchio dell'accompagnamento ad Enrique con il battito delle mani e si è messo a ballare in mezzo al palco, solo, epilettico e sensuale, con quella maniera tipica dei ballerini di essere sempre lievemente fuori tempo, sempre un po' obliqui, muovendosi a scatti, a lampi di vitalità esplosi o trattenuti, a rivendicare l'individualismo, la propensione anarchica di una danza che, la più lasciva di tutte, è l'unica che si balla da soli.
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giovedì, 24 novembre 2005
alle ore Ξ
13:33
 È che qua ci si interrogava su cosa sia la femminilitá come tratto distintivo, se esista una linea di demarcazione non fisica, ma "morale" tra uomo e donna, e quali siano le cose buone che le donne sono riuscite a conquistare in 100 anni di lotta, quelle che ancora mancano, e quelle che potevano benissimo rimanere dove stavano... E questa vignetta, della versione spagnola di Metro (anche se le avventure del gatto sadico, del cane tontolone e del ragazzino troppo buono per avere 2 animali così un po' mi mancano...), mi ha fatto troppo ridere, e l'ho trovata così vera, che ho pensato di sottoporvela, con traduzione al fondo si intende!! ;-))Io non so se sono femminista o no... non voglio fare le cose che fanno loro (loro gli uomini, chè altrimenti in italiano non si capisce, mentre in spagnolo ELLOS è maschile) ... voglio fare cose da donna e che si prendano sul serio!!
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martedì, 22 novembre 2005
alle ore Ξ
19:13
Altra minifrase idiomatica spagnola che può voler dire tutto o niente, da "fatto!" a "basta così", ma che, con il tono ironico ed un po' accondiscendente che solo questa lingua può esprimere, i poveri parenti ed amici, costretti ad una sfacchinata la mattina presto su e giù per il Monjuic da orde di studenti di architettura assolutamente folli, che piangono e si strappano i capelli dall'emozione, pronunciano con non dissimulato sconcerto davanti a questo piccolo padiglione in mezzo al verde. ¿Ya está? Sicché mi hai fatto svegliare all'alba per venire a vedere 4 muri che neppure coincidono?? E questo sarebbe il simbolo dell'architettura contemporanea?? Marmo, vetro, acciaio a racchiudere il vuoto?? ¿Estais loco? Perchè è questa la coppia tipo di visitatori del Padiglione tedesco a Barcellona di Mies Van der Rhoe, lo studente pazzoide un po' fricchettone, con una macchina fotografica piú grande di lui, ed il povero accompagnatore, mamma, papà, fidanzato, che si guarda intorno e non puó che chiedersi che diamine c'è là dentro di tanto interessante da averne sentito raccontare per settimane, averlo sentito descrivere in tutte le forme, aver visto contare i giorni che separavano dall'evento immaginifico della visita...
E questo è quello che deve aver pensato anche la mia povera accompagnatrice-amica-compagna di casa, trascinata direttamente dal concerto dei Sonic Youth a Valencia, con la mia dea che faceva impazzire centinaia di persone col suo punk più violento per lanciarsi infine in uno spiazzante duetto con il più grande cantante di flamenco di Spagna (ma questa è un'altra storia), alla volta di Barcellona, in un viaggio di quattro giorni improvvisato sul momento per il ponte del primo novembre, senza nemmeno l'ostello per la prima notte.... passata quindi a dormicchiare sulla Rambla, tra puttane e spacciatori, direttamente calate in un film di Almodovar, a berci con stupore ed un pizzico di paura (oddio, un po' più di un pizzico ;-)) il cuore nero di uno delle città più affasciananti dell'universo, così sporca, così perversa, eppure intrisa di uno spirito, di uno splendore, che non si può incontrare altrove...
E la mattina dopo, infreddolite, affamate, desiderose solo di una doccia, a scarpinare per Plaza d'Espanya per raggiungerlo finalmente questo edificio minuscolo, questo vuoto con quattro pareti..... ed è stata come una folgorazione: ed è sempre così, vabbè, perchè tutte le volte che provo a contenere le mie emozioni poi non ci riesco, però mi sono messa a correre, a piangere, a ridere come una stupida, mentre toccavo le pareti, i pilastri, il vetro, il marmo, l'acqua, cercando di succhiarlo da ogni angolazione questo pezzetto di mondo che per me è la Perfezione... Perchè Ya Està. Perchè non c'è nulla da aggiungere o togliere, perchè ogni elemento assolutamente arbitrario di questo astratto gioco di piani non può che essere dov è: 8 pilastri cruciformi a sostenere lastre ortogonali, acciaio, vetro, cemento, marmo a fondersi ed amalgamarsi nell'armonia del tutto, perchè non c'è un angolo, non uno spigolo che impedisca la libera fluidità dello spazio, perchè non esiste un fuori o un dentro, ma solo una sequenza libera di ambienti racchiusi o aperti, nell'infinita possibilità della percezione... un vuoto che ha in sè tutte le forme possibili, e che da ogni punto, in ogni sguardo, assume una qualità, un "sentido", che la mente umana a malapena riesce a contenere. Il materiale nudo, nel suo severo splendore, che si fa opera d'arte di sè stesso, con il pilastro cruciforme di acciaio a rivaleggiare con la statua della venere; il marmo, il suo intrinseco splendore che nella scelta e nel taglio, e quindi nella decisione umana che si fa garanzia di coerenza (ma anche presuntuosa rivalità con la Natura), acquista il senso astratto della composizione; l'acqua come materiale di progetto, nel suo essere viva ed in movimento; il vetro, il contatto protetto ma aperto tra spazi distinti....
E come facevo a tenermelo dentro tutto questo splendore, il mio mondo, le mie speranze, fatte vere di fronte ai miei occhi in un ogetto così piccolo, delicato, eppure così eversivo, assolutamente distruttivo nei confronti del suo passato, che dopo 70 anni ancora in mondo stenta a capire?? non me lo sono tenuto dentro, ovviamente, ed ho coinvolto la mia povera Elisabeth (austiaca vicina di stanza di cui avrò modo di parlarvi diffusamente) nella più assurda delle esegesi critiche, operata da una pazza sveglia da tre giorni di fila, con più alcol che cibo in corpo,così sovreccitata da riuscire a stento a contenere le lacrime o le risate senza soluzione di continuità, in un'inglese immaginifico pieno di errori, in cui rendere emozioni, colori, idee sembrava così difficile... ma ha capito la cara Elisabeth, ed ha apprezzato, perchè l'arte è la passione trascendono il linguaggio in cui si cerca forzatamente di costringerle, e questo minuscolo regno della Bellezza, quest'inno alla modernità che trova nella seplicità della perfezione la più compiuta maniera di esprimersi, in fondo ha conquistato anche lei.
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lunedì, 21 novembre 2005
alle ore Ξ
20:49
Volevo ricominciare in grande stile, parlandovi di Barcellona e di un pezzo di tutto quello che amo ed in cui credo farsi realtà davanti ai miei occhi. Poi mi hanno mandato un filmato, e l'ho dovuto vedere, e come al solito in questi casi orrore, paura, disgusto si sono mischiati al senso scettico e disincantato dell'ineluttabile, alla coscienza che il muretto di cartone che i quattro gatti, per quando forti, per quanto motivati, di una qualsivoglia associazione di volontari possano mettere davanti alla deriva delle coscienze, non servirà che a far franare tutto sopra di loro.
Perchè le sevizie sugli esseri viventi ci sono da sempre, sono una delle infinite depravazioni della Vita, ma noi uomini le abbiamo elevate a livelli quantitativi e qualitativi tali da urlare vendetta, noi che siamo i padroni, noi che abbiamo la parola, che abbiamo dato "il nome alle cose" perchè un dio pazzoide, o solo molto spiritoso, voleva vedere che se ne sarebbero fatti 5 miliardi di vermiciattoli un po' viscidi e con peli molto mal distribuiti di un fagiolo di materia grigia un po' più grande degli altri piantato dentro la testa, e chissà come se la ride adesso...
E questo video le fa vedere con una violenza inaudita, che le immagini sgranate non fanno altro che rendere ancora più feroce, perchè tra quello che vedi e quello che puoi solo immaginare c'è un abisso tale di orrore da farti urlare... ma non è soltanto questo, non solo sono gli animali scuoiati in Cina per farne pellicce, che in qualche modo possiamo sentire lontani, appartententi ad un'altra cultura, ad un mondo più crudele, più estremo: è che sti occhi immensi me ne hanno ricordati altri, in uno dei film più straordinari che io abbia mai visto, "900" di Bernardo Bertolucci (niente a che vedere con Baricco e il musicista sull'oceano, ok????), che del mondo contadino, della sua inebriante purezza, la speranza utopica ma affascinante che la rigenerazione del mondo non debba venire dalle fabbriche, dal "barbaro umanesimo bolscevico", ma dalla terra, da uomini uniti nel lavoro dei campi, dal ritmo ipnotico delle stagioni, prende ad esempio uno dei riti più antichi ed importanti: l'uccisione del maiale.
E al maiale non si tira misericordiosamente il collo come alle galline, il maiale lo si appende a testa in giù per le zampe e si comincia ad aprirlo dal fondo con un coltello tagliente, lentamente, mentre il sangue cade a terra misto ad interiora e tutta la cominutà plaude al sacrificio, che significa salute, prosperità, ricchezza, la carne come sinonimo di abbondanza in un mondo che ne vede davvero poca, e quel bestione enorme, che si sente massacrato ad occhi aperti, inizia ad urlare. E non è l'urlo che ti aspetti, un verso inarticolato, alieno, è il canto straziante di una donna, di una bambina, così profondamente umano che ad ascoltarlo troppo a lungo ne potresti morire... e a vederlo così, inchiodata sulla sedia, il simbolo stesso della vita della campagna, ho pensato che se questa è la mia natura, le mie radici, la mia terra, bhe io voglio solo scendere. E scappare più lontano che posso. Perchè se non esiste altro modo di entrare in contatto con gli esseri viventi che torturandoli, in ogni parte del mondo, in ogni cultura, allora qualsiasi tentativo di miglioramento si rivela un palliativo quasi infantile.
Come al solito sono uscita fuori strada, attaccandomi al filo delle associazioni mentali sballate, perchè fa male il video, davvero, ed esorcizzarlo con le chiacchiere forse mi aiuterà a dormire stanotte: cmq fatevi un giro sul sito della LAV a contribuire anche voi a svuotare l'oceano con un cucchiaino, perchè non cambieremo le cose, ma potremo raccontare di averci provato.
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lunedì, 21 novembre 2005
alle ore Ξ
02:36
Dicono che se le cose le rimandi per troppo tempo poi non riesci più a ricominciarle, che se cadi da cavallo devi rimontarci subito altrimenti se ne scappa via.... dicono.... e io che ho abbandonato il mio cuscino morbido di byte e chip per un mese e mezzo, la mia città invisibile di cristallo ed alabastro, per lasciarmi scivolare ed avvolgere dal più affascinante dei mondi, questo misto informe, chiassoso e colorato di culture, suoni, persone, emozioni... Si ok, sono solo andata in Erasmus a Valencia, passo frenetiche giornate e divertenti notti nell'ovattato ambiente universitario, non ho intrapreso un viaggio nelle viscere della terra alla ricerca di me stessa. E non credo neppure di essere riuscita a prendermi cura di me, ma solo a guardare con rinnovato terrore il demone che mi divora le viscere, ancora più cosciente di quanto sia sola di fronte a lui. Però sto bene. Davvero tanto. Mi ritrovo arrotolata in una lingua che si lascia scorrere, che passa tra le dita con il fruscio della seta, saltando morbidamente dalle vocali chiuse alle consonanti leggere, come liquide, cercando di coglierne l'allegra follia nella maniera in cui si avvicina, eppure si distingue, dal mio idioma natio, di seguirne gli scatti, i pensieri densi... in una città in cui splendore e spazzatura si mescolano senza amalgamarsi, fatta di spigoli, di picchi di poesia avvolti nell'orrore, ricchezza e povertà che cercano un equilibrio impossibile.... tanto simile al posto dove sono nata, così impregnata dell'odore del porto, del mare, della sua sporcizia e della sua immensità, orgogliosa della sua inimitabile unicità eppure aperta a mille culture, del suo cuore nero che stanno cercando di mangiare... Ed ho incontrato persone stupende, luoghi, culture, gentilezze ed affetto di cui sono rimasta quasi sconcertata, la socievolezza di un mondo che mi si avvicina con simpatia e vuole solo essere colto al volo... e chisseneimporta delle convenienze, qua mi butto a parlare con tutti, in una lingua che è un misto di tutte le forme di comunicazione possibili, a raccontare e farmi raccontare di mondi, di esperienze, nella mia maniera vorace ed inadeguata di lasciarmi conquistare dalle cose e dalle situazioni, divertente e divertita, sempre sovreccitata e preoccupata che una briciola, un granello di mondo possa cadermi dalle dita... E vi dovrei davvero raccontare tutte le cose che ho visto, le persone che ho conosciuto, spagnoli marocchini polacchi tedeschi francesi austriaci turchi belga finlandesi, le risate, i viaggi, il campus e le sue meraviglie, le lezioni, il flamenco, i concerti, il jazz, la mia casa, i regali inaspettati, le nottate in bianco, i film, le mostre, il cibo.... Un mese e mezzo di indigestione di situazioni? Perchè era questo che mi mancava, l'adrenalina e l'eccitazione di un mondo nuovo, persone curiose a cui insegnare e da cui apprendere, professori intelligenti e coinvolti, sconosciuti che ti offrono da bere, amici allegri e pazzoidi, il sorriso ironico di due occhi troppo belli per essere veri... Ed anche se mi sento tagliata in due, tra un respiro lieve che mi tira verso l'alto, a rubare l'oro che incontro da tutto ciò che vedo, ascolto, tocco, e il gelo che mi intasa il cuore e che non sono riuscita a lasciare a casa, sono innamorata di questo posto, e sono contenta di essere qui. Ammazza ma quanto mi è mancato il mio angolo di rete!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
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